I jihadisti da appartamento hanno furia ideologica, ma anche molta pazienza

Paola Peduzzi

Milano. “E’ dura. Sarà dura. Ma non siamo senza speranze. La chiave è la pazienza strategica”. Ryan Crocker amava ripetere questa frase, lui che insieme al generale David Petraeus aveva dato la svolta decisiva alla guerra americana in Iraq: la pazienza è una strategia, oggi va male, domani andrà peggio, ma poi ce la faremo. Il logoramento è il nostro nemico: sul campo, nell’opinione pubblica, nella visione del mondo del futuro, e più i conflitti sono lunghi, più l’impazienza rischia di avere il sopravvento, perché si pretendono svolte, risultati tangibili, immediati, i governi passano, bisogna cogliere l’attimo anche quando c’è da mettere la parola fine a una storia. Oggi l’occidente si è fatto prendere la mano dall’impazienza, mischiata alla volubilità, cocktail stracciavisioni, mentre la pazienza è diventata strategica per quelli che stavamo, stiamo combattendo. L’allarme jihad in Italia è alto (almeno) da quando lo Stato islamico ha dato mandato ai suoi adepti in giro per il mondo di usare ogni mezzo disponibile – furgoni, coltelli, pietre – per uccidere gli occidentali, e la pazienza strategica di questi jihadisti da appartamento si realizza nell’intrufolarsi nelle debolezze e nei vizi dell’Europa: la droga, la crisi migratoria.

 

Nei blitz antiterrorismo di questi giorni in Italia la furia ideologica è chiara: “Vi invito a combattere i miscredenti – diceva l’indottrinatore Abdel Rahman arrestato a Foggia – Con le vostre spade tagliate le loro teste, con le vostre cinture esplosive fate saltare in aria le loro teste. Occorre rompere i crani dei miscredenti e bere il loro sangue per ottenere la vittoria”. Quella piattaforma di “lupi solitari” che di solitario hanno ben poco voluta dallo Stato islamico ha prese piede in Europa, e si è armata di grande pazienza, oltre che di brutale improvvisazione. E intanto si muove nei meandri delle nostre debolezze: ci sono i venditori di droga, pusher jihadisti che raccolgono soldi e sfruttano i vizi dei loro nuovi vicini di casa, e ci sono i falsificatori di passaporti, business in crescita in un paese – in un continente – d’approdo come il nostro. I reati contestati agli arrestati di ieri nel blitz che ha sgominato la rete dell’attentatore di Berlino Anis Amri (la nostra intelligence e i nostri servizi mangiano, a differenza di molti leader politici, pane e pazienza a colazione) sono “autoaddestramento e attività con finalità di terrorismo internazionale” e “associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.

      

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Quest’ultimo è il punto più delicato nel racconto di una lotta internazionale al jihadismo che si articola sulle missioni all’estero e sulle conseguenze umanitarie nei nostri paesi. La paura dell’immigrazione che ha fatto da carburante a molti movimenti populisti in Europa si mischia inevitabilmente con la paura per il terrorismo, perché tra le maglie dell’accoglienza passano, assieme alla disperazione, anche quelli che vogliono uccidere i miscredenti, e col traffico di passaporti, identità che non sono identità comprovabili, la paura aumenta. Le politiche per l’immigrazione sono strettamente collegate a quelle contro il terrorismo, in termini di controllo, di strategia e anche di pazienza. E lo Stato islamico che si nutre dei nostri tempi lunghi e delle nostre divisioni utilizza queste paure, mentre tenta di rifondare il proprio Califfato falcidiato dai missili dell’alleanza a guida americana in Siria e in Iraq.

  

Sull’immigrazione, in Italia come altrove, il dibattito è estremamente polarizzato, i tifosi dell’apertura e quelli della chiusura si scontrano con toni sempre più accesi, e ogni azione di contenimento – vedi il piano Minniti – merita qualche etichetta, denigratoria per lo più. Ieri in Inghilterra l’ex premier laburista Tony Blair, che è da giorni molto ciarliero, ha presentato uno studio del think tank che porta il suo nome riguardo all’immigrazione. Oltremanica oltre al terrorismo – che di questi tempi, un anno fa, si è manifestato in una serie di attentati che pareva non finire mai – c’è la questione non banale della Brexit, anch’essa figlia, tra le altre cose, della paura dell’immigrazione (o della sua strumentalizzazione): se già il tema non è semplice, figurarsi nel Regno Unito. “L’ansia nei confronti dell’immigrazione sta nutrendo nuove forme di populismo autoritario e svilendo la fiducia nella democrazia liberale – scrive l’autore del documento, Harvey Redgrave – I governi mancano di una politica coerente nella gestione dell’immigrazione, e così molte decisioni sono state guidate da visioni a breve termine che si rivolgono ai sintomi e non alle cause della crisi”.

  

Nello studio si introducono tempi come un sistema di verifica digitale dell’identità, riforme del mercato del lavoro, politiche sociali di integrazione e inclusione, sistemi che monitorano il capitale umano a disposizione di un paese. “Vogliamo dare ai policymaker gli strumenti per staccarsi dalle tattiche di risposta a una crisi e introdurre invece una cornice progressista per produrre una politica di immigrazione”, che è come dire che ci vogliamo riprendere indietro la pazienza strategica, e non lasciarla ai jihadisti d’appartamento, che la usano e useranno contro di noi.

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