La nuova Guerra fredda di Putin

Giuliano Ferrara

Putin sta per essere rieletto a capo della Russia. Eletto o rieletto è espressione enfatica. Tutti sanno che si tratta di un regno che si perpetua nel tempo senza opposizione autorizzata, e che al termine del prossimo mandato l’arco di permanenza dell’ex colonnello del Kgb al Cremlino sarà comparabile per durata a quello di Giovanni Paolo II, una delle figure più incidenti e stabili del passaggio tra i millenni. Putin ha messo in opera per alcuni anni, allo scopo di eludere il divieto di cumulo di mandati continuativi alla testa dello stato, una disinvolta staffetta con Medvedev, fatto presidente per un termine con Putin a capo del governo, prima di ricominciare il ciclo. Ma è sempre stato lui a comandare, da prima delle dimissioni di Eltsin, alla fine dei Novanta, con una conquista fulminea, e tuttora segreta in molti suoi risvolti, del potere; e una presa di ferro sugli apparati di guerra ed economici, per non dire dell’intelligence, dei corpi di repressione e della burocrazia. Sa delegare, strutturare il potere nel paese più esteso territorialmente del mondo, compromettersi con (e compromettere) una potente oligarchia di sfruttamento o rapina delle grandi risorse, ma comanda lui e solo lui, ha l’ossessione del controllo e lo realizza sull’intero sistema a partire dai mass media. E’ l’uomo forte che ha ricostruito la Russia dopo la transizione caotica seguita alla fine del comunismo, da lui considerata cinicamente la più grande catastrofe geopolitica del secolo passato.

   

L’ex presidente francese Sarkozy, parlando a una conferenza tra gli emiri a Abu Dhabi, il cui testo i lettori del Foglio conoscono da sabato scorso, ha detto papale papale che le democrazie occidentali sono passerotti malati esposti al vento freddo populista, e che tutte soffrono del male dell’alternanza al governo, del periodo breve e incidentato consentito ai governi per offrire consistenza alle politiche e visione alla guida degli stati; perfino Trump è un passerotto, lui che è già in campagna per la sua rielezione, sebbene come Sarkozy sia anch’egli un ammiratore notorio degli uomini forti come Xi Jinping, il cui potere è da un paio di giorni codificato virtualmente come un potere a vita, o lo stesso Putin della cui “stabilità” abbiamo detto. E’ curioso che in Italia, dove forze e movimenti vicini al putinismo sono arrivati a svellere elettoralmente la tradizionale classe dirigente europeista e occidentale, nessuno abbia riflettuto sulle parole di uno che non è un passante, che è stato per un quinquennio il capo della nazione europea la quale ha universalizzato a modo suo alla fine del Settecento parole come libertà, eguaglianza e fraternità.

  

Prima che la storia giudichi Putin, che ha due facce come tutte le avventurose storie del realismo politico senza scrupoli, forse toccherebbe a noi riflettere su quest’uomo fatale, importante anche per la sua popolarità e influenza sui soggetti del nuovo nazionalismo europeo, e sui suoi metodi che alle democrazie liberali cosiddette, ormai molto poco in forma, almeno in linea teorica ripugnano. “In quattro anni – scriveva ieri il Figaro – il potere russo è stato accusato di organizzare un sistema di doping di stato, di aver fornito il lanciamissili che ha abbattuto un aereo di linea sull’Ucraina, di avere influenzato la campagna elettorale americana, di disseminare false informazioni allo scopo di destabilizzare le democrazie europee e di coprire attacchi all’arma chimica in Siria”. All’elenco del Figaro, giornale conservatore francese, insomma non una tribuna culturalmente ostile al potere russo, bisogna aggiungere cose che hanno un profilo politico-statuale meno gangsteristico e più politico come l’annessione della Crimea, l’avvio di una guerra civile in Ucraina, l’ostentazione di un riarmo nucleare alla ricerca dell’arma assoluta dei nostri tempi, e il piano in stato avanzato di spartizione della Siria, ora in alleanza con la Turchia contro i curdi che hanno combattuto lo Stato islamico a Raqqa e altrove, ora con l’Iran e i suoi committenti in appoggio al regime assadista, con i suoi metodi di guerra non convenzionali.

  

Vero che Putin avanza una grave riserva sui modi in cui è finita la Guerra fredda, in particolare sul ruolo espansivo della Nato che ora attraverso i turchi sta cercando di disarticolare; vero che le sue guerre e alleanze mediorientali riempiono un vuoto tragico che è stato delle politiche suicide di Obama e dell’impotenza dell’Unione europea, e che è difficile oggi ascoltare voci umanitarie levate da chi ha fatto finta di niente per molti anni, gli anni del grande massacro. Resta che Putin sta riaprendo su vasta scala il confronto conflittuale con le democrazie occidentali o quel che ne resta, una nuova Guerra fredda completa di guerra delle spie con esercizio sistematico della violenza statale al veleno nel cuore dell’Europa democratica, a sentire il primo ministro di Sua Maestà britannica. La vocazione di un uomo forte o di un moderno tiranno a capo di una democratura può virare nel senso del negoziato, della presa d’atto, di nuove combinazioni d’attacco ma anche di difesa e di contenimento, gli allarmismi apocalittici e gli atteggiamenti strumentali non sono utili. Ma i segni di un potere internazionale ambiguo e pericoloso che sorge, con le ombre dell’Europa orientale e centrale e altri fattori evidenti, sono certo piuttosto chiari. E’ o non è questa una cosa alla luce della quale si debba giudicare anche la formazione del prossimo governo italiano, viste le scarse credenziali in politica estera ed europea di un viandante della Piazza Rossa alla ricerca di selfie come Salvini e di un alleato di Julian Assange come Di Maio?

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