Minacce alla memoria

Giulio Meotti

Roma. Nel 2035, appena 26 mila sopravvissuti all’Olocausto vivranno in Israele. A minacciare la memoria non è soltanto il tempo, ma l’internazionale dell’odio e della menzogna. E alla sua testa c’è l’Iran. Lo stato più potente del medio oriente, che controlla de facto quattro capitali arabe (Beirut, Damasco, Baghdad e Sanaa), ha fatto del negazionismo della Shoah e della distruzione di Israele, il “piccolo Satana”, un pilastro della politica estera. Nell’ultima settimana hanno attaccato Israele le seguenti autorità iraniane: la guida suprema Khamenei, invocandone la “sconfitta”; il capo del Parlamento, Ali Larijani (“il regime sionista è malefico”), e l’ambasciatore all’Onu, Eshaq al Habib, che ha parlato del “regime sionista” come la fonte di tutti i problemi. Sotto l’occhio di Ali Akbar Salehi, capo del programma atomico iraniano, l’Iran continua ad arricchire l’uranio, a sviluppare centrifughe e a testare missili. L’Iran è l’unico stato oggi con la tecnologia in grado di minacciare il popolo ebraico. Ma non c’è soltanto la minaccia diretta. Ci sono anche i satelliti iraniani. Ieri su Haaretz, Uri Bar Joseph, docente di Relazioni internazionali all’Università di Haifa, ha scritto che i missili di Hezbollah (passati da 13 mila nel 2007 a 120 mila oggi) rappresentano “una minaccia senza precedenti per Israele”. I funzionari della Difesa israeliani dicono che al prossimo scontro con Hezbollah “saranno lanciati su Israele da tre a quattromila missili. Ci saranno centinaia o migliaia di vittime e danni significativi ad aeroporti, porti, centrali elettriche, nodi di trasporto e simili”. E Israele costruisce ora un muro sotto terra lungo il confine con Gaza.

 

A minacciare la memoria in Europa è l’estremismo islamico, che divampa mentre rigurgita la nostalgia nazionalista: in Francia, oltre ad aver ucciso dodici ebrei in dieci anni, l’islamismo ha spinto 40 mila ebrei a lasciare il paese e altri 60 mila a cambiare casa. E’ un quarto della comunità ebraica francese. E se a Milano, lo scorso 9 dicembre, una piazza ha intonato in arabo il grido di morte agli ebrei, in Germania l’ex leader degli ebrei Charlotte Knobloch ha appena detto che una vita ebraica oggi è possibile “soltanto sotto protezione”. C’è la fortissima delegittimazione che fa di Israele l’unico stato di cui si contestano l’esistenza (vedi le assenze alla dichiarazione Balfour), i confini (vedi le risoluzioni dell’Onu), la storia (vedi gli assalti dell’Unesco che cancella gli ebrei dalla storia), la capitale (vedi il riconoscimento americano di Gerusalemme capitale). E’ stato sdoganato l’antisemitismo praticato dalla leadership palestinese di Mahmoud Abbas, partner dei paesi occidentali, che al Cairo ha appena affermato che Israele è “un progetto coloniale che non ha nulla a che fare con l’ebraismo” e che gli ebrei europei durante la Shoah scelsero di subire “massacri” piuttosto che emigrare in Palestina (nessuna dichiarazione ufficiale europea l’ha condannato). Due giorni fa, a Bruxelles, Yuli Edelstein, presidente della Knesset, ha condannato l’ipocrisia di chi onora la memoria ma accusa Israele di “crimini di guerra”, dialoga con Hamas e non vede gli ebrei che nascondono la stella di Davide. Di questo antisemitismo è maestra l’intellighenzia di sinistra, di cui è capofila Jeremy Corbyn. Ieri, nel commemorare la Shoah, il leader laburista, che si dice “amico” di Hamas e Hezbollah, si è “dimenticato” di citare gli ebrei. Parole, risoluzioni, armi e omissioni che pesano molto di più delle pietre d’inciampo vandalizzate. E’ la memoria viva minacciata.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.