Nell’èra di Macron, la destra francese si sgretola

Mauro Zanon

Parigi. Sophie Cognard, opinionista del settimanale Point, dice a ragione che “la geografia della destra francese è complessa tanto quanto quella dei Balcani negli anni Novanta”. Perché da quando Laurent Wauquiez, capofila della linea identitaria, è diventato presidente dei Républicains (Lr), lo sgretolamento della famiglia politica più importante della Quinta Repubblica assieme a quella socialista si è accelerato a ritmi forsennati.

 

Il colpo di grazia per la destra post gollista è arrivato tre giorni fa, con l’annuncio dell’ex primo ministro Alain Juppé, capataz della componente liberale di Lr, che ha fatto sapere ai suoi compagni di partito che farà un passo indietro. “Non ho pagato la mia quota del 2017 e non ho intenzione di pagare quella del 2018. Ho fatto dunque sapere che mi dimettevo dalla presidenza della federazione Lr della Gironda”, ha dichiarato l’attuale sindaco di Bordeaux in occasione degli auguri ai suoi concittadini. “Faccio un passo indietro per osservare quale sarà l’evoluzione di questa formazione politica nei mesi a venire, in particolare nella prospettiva delle elezioni europee del 2019”.

 

Il grande clivage tra il fondatore e primo presidente dell’Ump, oggi Lr, e Wauquiez, oltre che sul piano economico, è appunto sul piano europeo. “Ci saranno quelli a favore dell’Europa e quelli contro. Sarà un punto di divisione fondamentale”, ha spiegato Juppé. In questa frase, lasciata cadere non certo inavvertitamente, è ravvisabile la sua grande voglia di creare un “vasto movimento centrale”, di cui aveva già parlato lo scorso novembre, assieme alla République en marche (Lrm) del presidente, Emmanuel Macron, la cui prossimità di idee è manifesta – a Parigi, non a caso, i più perfidi dicono che Macron è “un Juppé che ha avuto successo”.

 

Per ora, il “migliore tra noi”, come lo considerava Jacques Chirac, dice però di non voler abbandonare definitivamente la sua famiglia politica, anche se lo statuto di Lr parla chiaro: chi non rinnova la tessera di partito per due anni consecutivi viene escluso. Ciò vorrebbe dire che nel 2019, l’anno delle europee e delle possibili liste transnazionali promosse da Macron, Juppé si ritroverebbe libero. Ma a prescindere dalla strategia del 74enne di Bordeaux, la sua presa di distanza rappresenta l’ultimo episodio dello sparpagliamento delle personalità della droite, separate in numerose correnti o in esilio dalla politica che conta.

 

La rete all-news Bfm.tv ha pubblicato sul suo sito un interessante approfondimento sulle “sette famiglie” della destra francese, raccontando tutte le conseguenze dell’annus horribilis appena trascorso, iniziato con gli scandali di François Fillon e la sua uscita di scena al primo turno delle presidenziali, e conclusosi con la vittoria di Wauquiez e la conseguente frantumazione del partito.

 

Tra le sette famiglie, ce n’è una che è meno visibile delle altre, ma è tra le più nutrite in questo momento: è la famiglia degli “hors jeu”, di quelli che sono fuori dai giochi politici, costretti al ritiro forzato. In prima fila, c’è l’ex capo dello stato Nicolas Sarkozy, oggi soltanto osservatore della vita politica, dopo la sconfitta alle primarie del novembre 2016, poi c’è Fillon, che si è trovato un nuovo lavoro nella società di investimento Tikehau Capital, e infine c’è Jean-Pierre Raffarin, l’ex primo ministro di Chirac, che credeva in Juppé presidente della Repubblica, e ora non crede più a nessuno.

 

Alla famiglia dei “non allineati” alla linea Wauquiez, appartengono invece Juppé, sempre più attratto, come dicevamo, dalle sirene macroniste, e Nathalie Kosciusko-Morizet, che dopo la sconfitta al comune di Parigi e alle primarie interne, si definisce ora “ingegnere” su Twitter, e dice di non essere interessata alla politica, “quantomeno negli anni a venire”.

  

La terza famiglia è quella di Wauquiez e i suoi pasdaran, tra cui il vicepresidente Guillaume Peltier e l’ex juppeista Virginie Calmels. La quarta è quella dei “ni-ni”, quelli con un piede dentro a Lr e un piede fuori. E’ il caso di Valérie Pécresse, presidente dell’Ile-de-France, che ha appena fondato il suo movimento, “Libres!”, promotore di una “destra positiva e riformatrice”, e di Christian Estrosi, sindaco di Nizza, alla guida del movimento “La France audacieuse”, che ha moltiplicato i suoi gesti di apertura al centro e all’esecutivo. La quinta famiglia è la destra pro-Macron, quella dei Constructifs esclusi da Lr, che spinti dalla proposta del deputato Frank Riester hanno creato un mini partito liberale, Agir, che si vuole alternativo alla linea “identitaria, euroscettica e ultra-conservatrice” dell’attuale dirigenza di Lr.

  

Infine, ci sono i centristi dell’Udi di Jean-Christophe Lagard, dileguatisi da quando è stato eletto Wauquiez e attualmente in cerca di nuove alleanze, e i “Républicains en marche”: Thierry Solère e i ministri Bruno Le Maire (Economia), Gérald Darmanin (Finanze) e Sébastien Lecornu (sottosegretario all’Ecologia), tutti in marcia con Macron, il liberale che fa le cose che loro hanno sempre sognato di fare.

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