Perché a Macri non serve che Cristina Kirchner finisca in carcere

Maurizio Stefanini

“Hanno avuto quasi un anno per chiedere l’arresto di Cristina Kirchner. Se lo hanno fatto 48 ore dopo il suo giuramento come senatrice, vuol dire che non hanno veramente l’intenzione di arrestarla”. Commentatore politico argentino famoso per il programma “La Hora de Maquiavelo”, Diego Dillenberger ha un’opinione apparentemente contro corrente sulla mossa con cui il giudice Claudio Bonadio ha colpito i più stretti collaboratori della ex presidentessa argentina e ha domandato la sua incarcerazione. In galera Carlos Zannini, ex uomo forte della Casa Rosada, segretario di Cristina e candidato alla vicepresidenza nel 2015. In galera Luis D'Elía, ex sottosegretario, leader di quei disoccupati organizzati “piqueters” che furono un po' le truppe d'urto del kirchnerismo in piazza e soprattutto uomo dei contatti col blocco chavista. In galera Alejandro “Yussuf” Khalil, referente della Comunità islamica e considerato uomo dell'Iran. Ai domiciliari, per ragioni di salute, l'ex ministro degli Esteri Héctor Timerman. E sono inquisiti anche l'ex segretario generale alla Presidenza, Óscar Parrilli, e il deputato Andrés Larroque. Ma Cristina Fernández de Kirchner alle ultime elezioni di mezzo termine si è fatta eleggere senatrice appunto per blindarsi contro una serie di inchieste pendenti a suo carico e dunque è ora protetta dall'immunità parlamentare.

   

La maggior parte di queste inchieste riguardano casi di corruzione. Come quella storia di arricchimento illecito per cui il 3 novembre del 2017 era finito dentro anche l'ex vicepresidente Amado Boudou su ordine dell'altro giudice Ariel Lijo. Ma, come ricorda Dillenberger, la vicenda di cui si occupa invece Bonadio “è molto più grave”. Riguarda infatti il presunto insabbiamento delle indagini su due gravi attentati avvenuti in Argentina all'inizio degli anni Novanta. Il primo fu quello che il 17 marzo 1992 distrusse completamente l'ambasciata israeliana, provocando 29 morti e 242 feriti. Il secondo fu quello che il 18 luglio 1994 fece crollare l'edificio che ospitava gli uffici dell'Associazione mutualista israelita argentina (Amia) e della Delegazione delle associazioni israelite argentine, con 86 morti e oltre 300 feriti. Secondo le indagini, i possibili responsabili sarebbero stati uomini di Hezbollah e dei servizi iraniani come rappresaglia per il ruolo di Israele e della comunità ebraica argentina nel far bloccare un trasferimento di tecnologia nucleare argentina all'Iran. Ai Kirchner al potere la cosa creò molti imbarazzi, dal momento che leader come Chávez, Evo Morales o Rafael Correa erano amici loro, ma pure alleati di Teheran. Dopo alcuni anni di equilibrismi nei forum internazionali per evitare di finire nella stessa foto di gruppo con i leader iraniani, proprio con la mediazione venezuelana, il 27 gennaio del 2013 il governo argentino e quello iraniano firmarono un memorandum di intesa per istituire una commissione d'inchiesta congiunta, con cui in pratica Teheran era scagionata.

   

Furono molte ovviamente le critiche. Il 28 febbraio 2013 la Camera argentina approvò il memorandum con 131 voti contro 113, ma i deputati di Teheran invece non diedero il loro assenso e d’altra parte, nel maggio del 2014, il documento fu dichiarato incostituzionale. Il 14 gennaio del 2015 il procuratore Alberto Nisman annunciò un rapporto di 300 pagine in cui Cristina e il suo ministro degli Esteri erano accusati di avere coperto le responsabilità iraniane in cambio di vantaggi politici e economici, ma proprio quella mattina del 18 gennaio in cui avrebbe dovuto presentarlo ai deputati il magistrato fu trovato misteriosamente morto in casa sua, per uno sparo alla testa. Poco dopo il giudice Rafael Rafecas stabilì che le accuse di Nisman erano inconsistenti.

   

Con Macri presidente le indagini sono riprese e si è stabilito senza ombra di dubbio che Nisman non si è suicidato, ma è stato assassinato. Senza ancora arrivare a parlare di responsabilità per l'omicidio, Bonadio fa proprie le conclusioni di Nisman. Il nuovo Senato, che si insedia da domenica, avrà ora 180 giorni di tempo per decidere. Già il 25 ottobre la Camera aveva autorizzato l'arresto del ministro della Pianificazione, Julio De Vido, accusato di corruzione per le opere pubbliche realizzate in 12 anni. “Ma quella è un’altra storia”, spiega al Foglio Dillenberger. Da una parte, infatti, nel suo caso c'erano prove molto consistenti ed era già caduto in disgrazia presso il blocco kirchnerista. Dall’altra, il Senato è tradizionalmente più restio a revocare l’immunità e in più i peronisti avrebbero comunque i numeri per bloccare tutto.

   

Insiste però Dillenberger con il Foglio: “Possibile che non le abbiano lasciato apposta il tempo per farsi eleggere e per giurare?”. Secondo lui, tra i senatori macristi “non è che ci sia tutto questo fanatismo perché Cristina sia arrestata”. Sì, lei grida che c’è una persecuzione politica contro di lei, ma secondo l’analisi che ci fa Dillenberger “in realtà per Cambiemos, l’alleanza di Macri, l’ideale è che Cristina sia screditata dalle inchieste, ma senza uscire dalla scena politica”. “Ci piaccia o non ci piaccia, i peronisti continuano a essere il 60 per cento degli argentini. Macri può governare solo se i peronisti continuano a rimanere divisi, e Cristina senatrice serve proprio per continuare a tenerli divisi tra kirchneristi e anti-kirchneristi”.

   

Dillenbrger, ma non è che lei a furia di presentare “L’ora di Machiavelli” ha iniziato a vedere machiavellismi dappertutto? “Apertamente non lo diranno mai che Cristina serve per dare il tempo a Macri di vedere se il suo piano economico gradualista funziona o no. Ragionamenti a parte, però, c’è un consigliere del governo che molto off records mi ha detto proprio questo. Qualcuno ha chiesto al giudice Bonadio che, se proprio doveva fare questa richiesta di arresto, l'avrebbe dovuta fare dopo che Cristina aveva giurato come senatrice”. E la richiesta di arresto è arrivata 48 ore dopo il giuramento… “Appunto”.

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