Una montagna di debiti e l’inflazione fanno tremare tutti i mercati

I rendimenti dei titoli di stato salgono nelle economie avanzate, spinti da inflazione e debiti pubblici crescenti. La Cina fa eccezione e tiene bassi i tassi grazie al controllo del sistema bancario, al prezzo però di consumi e crescita più deboli

Immagine di Una montagna di debiti e l’inflazione fanno tremare tutti i mercati

(Foto Ansa)

I rendimenti sui titoli di stato stanno salendo in modo preoccupante in tutti i paesi avanzati. Il timore, sui mercati finanziari, è che il proseguimento di questa tendenza induca gli investitori a liquidare le loro posizioni obbligazionarie, creando una spirale di instabilità. Al contempo, l’onere del debito pubblico continua ad aumentare, in un contesto in cui i governi incontrano serie difficoltà a mettere in atto misure correttive di finanza pubblica.
Il caso più emblematico è quello del Giappone, dove i rendimenti sui titoli di stato sono aumentati di 90 punti base dall’inizio dell’anno, avvicinando il 3 per cento, il livello più alto degli ultimi 30 anni. Con un debito pubblico superiore al 200 per cento del pil, l’onere del debito salirà rapidamente nei prossimi anni. Altrettanto preoccupante è l’evoluzione dei tassi sui Treasuries, i titoli di stato americani, saliti di 60 punti nel corso del 2026: l’onere sul debito è in continua crescita e ha ormai superato la spesa militare statunitense.
In Europa, la situazione più preoccupante è nel Regno Unito, dove i tassi a 10 anni sono saliti oltre il 5 per cento, il livello più alto dalla crisi finanziaria del 2008-2009. In Francia e in Italia i rendimenti sono aumentati di circa 60 punti.
La principale spiegazione riguarda le aspettative di inflazione, cresciute per il timore che i prezzi delle materie prime rimangano elevati ancora a lungo. Di conseguenza, i tassi d’interesse dovranno molto probabilmente salire ancora, e rimanere elevati per un periodo più lungo del previsto, prima che l’inflazione possa tornare in linea con l’obiettivo del 2 per cento.
A rafforzare queste aspettative è la dinamica del debito pubblico nella maggior parte dei paesi. Negli Stati Uniti, in particolare, le proiezioni indicano che il debito salirà oltre il 140 per cento del pil entro la fine di questo decennio.
Gli investitori non temono che il Tesoro statunitense possa fare default, come avvenne in Grecia nel 2010-2011. Si aspettano tuttavia che, in caso di difficoltà per rifinanziare il debito, la Banca centrale statunitense non esiterà ad intervenire, anche sotto pressione della Casa Bianca, per acquistare i titoli sul mercato a tassi bassi – cosa che, nel tempo, creerà più inflazione.
Gli interventi del Tesoro americano sul mercato dei titoli di stato effettuati in agosto, con vendite di titoli a breve e riacquisto di titoli a lungo termine, non hanno fatto altro che rafforzare questi timori. Quegli interventi non sono peraltro stati efficaci, poiché i tassi a lungo termine americani hanno continuato a salire.
A conferma di questa spiegazione, che lega l’evoluzione dei tassi a lungo termine con la dinamica del debito pubblico dei vari paesi, è il confronto con i paesi che hanno finanze pubbliche più in ordine, come la Svizzera, dove i tassi a 10 anni sono saliti solo di 10 punti nell’ultimo anno; oppure il Canada e la Svezia (30 punti), o la Germania (50 punti).
Vi è un solo paese che sfugge a questa correlazione positiva tra l’aumento del debito pubblico e la dinamica crescente dei tassi d’interesse: la Cina.
Il debito cinese cresce infatti a un ritmo ancor più sostenuto di quello americano. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, il debito pubblico cinese è raddoppiato in meno di dieci anni, passando dal 50 per cento del pil nel 2016 al 100 per cento lo scorso anno. Nel prossimo quinquennio dovrebbe raggiungere il 130 per cento, per effetto di un disavanzo pubblico che rimane intorno all’8 per cento del pil.
Nonostante questa dinamica, i tassi d’interesse a lungo termine cinesi sono scesi nell’ultimo anno di 20 punti base, raggiungendo il livello più basso di sempre, intorno a 1,7 per cento. Parte della spiegazione risiede nell’inflazione cinese molto bassa, inferiore all’1 per cento. Inoltre, la crescita dell’economia cinese è in graduale rallentamento, intorno al 4 per cento.
La principale differenza con i paesi avanzati è che la Cina non deve emettere titoli di stato sul mercato finanziario. Il debito pubblico cinese è detenuto in larga parte da istituzioni bancarie locali, controllate dallo stato, che si finanziano con i depositi non remunerati delle famiglie. Ciò consente allo stato di finanziarsi a tassi bassi, evitando la pressione dei mercati finanziari.
Questo sistema non è tuttavia senza inconvenienti. In effetti, la cosiddetta “repressione finanziaria”, che riduce il ventaglio di scelte per i risparmiatori, spinge le famiglie cinesi a risparmiare ancora di più, anche per sopperire alla mancanza di un sistema di welfare diffuso. Ciò deprime i consumi e rallenta la crescita economica, che dipende oramai più dalle esportazioni che dalla domanda interna.
In sintesi, più vengono ridotti i tassi d’interesse per agevolare il finanziamento del debito pubblico, meno l’economia cinese cresce. Una spirale che, anche in questo caso, è insostenibile.