La fine dell’era dei tassi bassi giapponesi

Il decennale a Tokyo tocca il picco dal ‘96: il mercato risponde a Bessent
2 SET 26
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Foto ANSA

I rendimenti dei titoli di stato dei mercati mondiali più avanzati stanno toccando i massimi degli ultimi anni (vedi editoriale sopra) e la tendenza volta del Giappone, il cui decennale è arrivato al 3 per cento per la prima volta dal settembre del 1996. Soltanto due anni fa rendeva meno dell’1 per cento, mentre all’inizio del 2022 si aggirava attorno all’0,1. Proprio grazie a questi tassi, molti analisti consideravano sostenibile l’enorme debito giapponese, circa il 200 per cento del pil. Il paese era diventato l’esempio usato per sostenere che uno stato potesse continuare a fare deficit e accumulare debito senza essere punito dai mercati. Per decenni il Giappone è stato tra i paesi con i rendimenti più bassi al mondo, anche perché la Banca centrale aveva mantenuto i tassi d’interesse negativi e insieme aveva comprato enormi quantità di titoli. Ma quei tempi sembrano ormai acqua passata: anche Tokyo è stata raggiunta dall’inflazione e dal rialzo del costo del debito, con la spesa per interessi che aumenterà man mano che i vecchi titoli saranno sostituiti da nuovi con rendimenti più elevati.
La Bank of Japan ha già portato i tassi d’interesse all’1 per cento e un rialzo alla prossima riunione di questo mese è dato quasi per certo. In ogni caso, il dato giapponese mostra anche i limiti dell’operazione sullo yen voluta a fine luglio dal segretario al Tesoro Usa Scott Bessent. Ieri la ministra delle Finanze giapponese Satsuki Katayama ha continuato a invocare il coordinamento sul cambio, mentre Bessent ha definito la nuova discesa dello yen “abbastanza contenuta” e ha chiesto alla Banca del Giappone di alzare i tassi. Ma mentre i due parlavano di ordine valutario, i bond vigilantes hanno imposto la disciplina di mercato. E così all’asta di ieri è stato registrato un picco che non si vedeva da 30 anni e che sembra segnare segna la fine dell’era di tassi ultra bassi giapponesi.