Sempre più giovani (e sempre più preparati) lasciano l'Italia

Lo studio Eurispes fotografa una crescita costante degli espatri: 156 mila italiani partiti nel 2024, oltre 670 mila persi dal 2014, con una quota sempre più alta di laureati e ricadute pesanti su fiscalità e demografia. L'economista Alberto Brambilla: "Basta con i bonus a pioggia. Servono incentivi mirati"


di
3 APR 26
Ultimo aggiornamento: 05:24 PM
Immagine di Sempre più giovani (e sempre più preparati) lasciano l'Italia

Studenti universitari durante una lezione (foto Getty Images)

C’è un modo semplice per capire come sta davvero un paese: guardare chi resta e chi se ne va. Nel caso dell’Italia, la risposta è sempre più chiara. Restano gli anziani. Partono i giovani, spesso i più qualificati. A dirlo, con numeri e confronti, è il nuovo report Eurispes, che analizza i flussi migratori giovanili e ne misura i costi economici e demografici.
Nel 2024 quasi 191 mila persone hanno lasciato l’Italia. È il valore più alto degli ultimi decenni. Non un picco isolato, ma una tendenza consolidata. Il punto, però, non è solo quanti partono. È chi parte. Sempre più giovani, sempre più preparati. Oltre il 50 per cento degli emigrati tra i 25 e i 34 anni è laureato. Nel complesso, circa il 60 per cento degli espatriati ha meno di 40 anni. “Una vera e propria emorragia di capitale umano giovane e qualificato”, scrive Eurispes.
La tesi del report è netta: il paese sta perdendo capitale umano in modo strutturale. Dal 2014 a oggi il saldo tra espatri e rimpatri è negativo per oltre 670 mila cittadini. E anche questa cifra, spiegano gli autori, rischia di essere prudente. Applicando stime più realistiche, la perdita si avvicina al milione. Una città grande come Napoli che scompare, senza troppo rumore. Questo fenomeno si inserisce in un contesto demografico già fragile. Nel 2024 le nascite sono state circa 370 mila, a fronte di 651 mila decessi. Il saldo naturale è negativo per 281 mila persone in un solo anno. “La base demografica si restringe per denatalità e l’Italia perde anche la popolazione che dovrebbe sostenere innovazione e produttività”. Il risultato è una compressione su due fronti: meno giovani in ingresso, più giovani in uscita.
Il paradosso è evidente. L’Italia resta una grande economia avanzata, ma per un giovane che entra nel mercato del lavoro il confronto reale non è con Germania o Francia. È più vicino, per salari e prospettive, ai paesi dell’Europa orientale. Un neolaureato italiano guadagna in media circa 30.500 euro lordi annui. In Germania si superano i 53 mila, in Svizzera si arriva a quasi 87 mila. Il divario è immediato e pesa nelle scelte.

Il salario conta, ma non basta a spiegare tutto. “La decisione di emigrare è sempre meno una fuga dalla disoccupazione e sempre più una scelta di ottimizzazione del proprio percorso professionale”, si legge nello studio. Entrano in gioco le prospettive di carriera, la stabilità, la qualità dell’ambiente lavorativo, il funzionamento delle istituzioni. Chi ha fatto esperienza all’estero confronta sistemi, non solo stipendi. Qui emerge un’altra debolezza strutturale. L’Italia forma meno laureati della media europea, ne perde una quota crescente e non riesce ad attrarre capitale umano qualificato dall’estero. Eurispes parla apertamente di “trappola dei talenti”: pochi ingressi, molte uscite, e un utilizzo spesso inefficiente delle competenze disponibili e delle risorse pubbliche che pur ci sarebbero.
Nel commentare i dati del report, Alberto Brambilla, economista e presidente del Centro studi Itinerari previdenziali, spiega al Foglio che il nodo non è quanto l’Italia spende, ma come spende. “Siamo tra i primi cinque paesi al mondo nel rapporto tra spesa per welfare e prodotto interno lordo”, osserva. Il punto, però, è che questa massa di risorse viene usata male. “L’anno scorso i trasferimenti all’Inps per l’assistenza sociale sono stati 185 miliardi. Se aggiungiamo i mancati introiti per bonus, sgravi fiscali e contributivi, arriviamo a 220 miliardi”. Una cifra enorme che, secondo Brambilla, finisce troppo spesso “distribuita a pioggia”, invece che concentrata su obiettivi precisi. I destinatari, aggiunge, sono “32 milioni di italiani che prendono qualcosa legato all’Isee”. La sua tesi è netta: il problema non è aiutare chi è davvero fragile, ma applicare un assistenzialismo bipartisan che disperde risorse e riduce lo spazio per politiche su lavoro qualificato, ricerca e carriere.
Per l'economista servono interventi molto più mirati, concentrati anche su quei profili che l’Italia forma, spesso a caro prezzo, e poi lascia andare. “Bisogna investire di più nei centri di ricerca, fissare obiettivi chiari e alzare le retribuzioni dei giovani più qualificati”, dice. L’esempio più evidente è quello dei medici. “In Italia un giovane medico lavora moltissimo in corsia e guadagna circa la metà rispetto a quanto prenderebbe in Svizzera, e comunque molto meno che in Germania”. Per questo, aggiunge, “bisognerebbe portare lo stipendio di questi professionisti da 2.200 euro a 4.000-5.000 euro, in modo coerente con un percorso di studi lungo e impegnativo. Ciò permetterebbe di trattenere almeno una parte di queste competenze che vanno all'estero”.
Anche i rimpatri non riequilibrano il quadro generale. I ritorni esistono, ma restano inferiori alle partenze e riguardano “persone con qualifiche mediamente inferiori rispetto a quelle di chi emigra”. Nel tempo, questo squilibrio produce un effetto cumulativo che impoverisce il sistema. Se la tendenza resta quella attuale, le proiezioni sono lineari. Con un saldo negativo intorno alle 100-120 mila unità l’anno, l’Italia potrebbe perdere tra uno e 1,2 milioni di cittadini nel prossimo decennio. Nel frattempo, la popolazione in età lavorativa continuerà a ridursi. Meno lavoratori, più anziani, maggiore pressione su welfare e conti pubblici.
Il report evita toni allarmistici, ma il messaggio è chiaro. Le dinamiche migratorie tendono a rafforzarsi nel tempo: “Più italiani qualificati vivono all’estero, più diventa naturale e facile per le nuove generazioni seguire lo stesso percorso”. A un certo punto, partire smette di essere un’eccezione. Ed è forse questo il punto più politico. Non tanto il numero di quanti se ne vanno, ma il fatto che, per alcuni, partire stia diventando normale. Quasi ovvio. In un Paese che si considera avanzato, ma che ai suoi giovani offre sempre meno motivi per restare.