Quel che resta con Giorgia: osare di più, scommettere sul futuro

Giovani, lavoro, innovazione, competitività dell’azienda Italia. Che cosa dovrebbe fare il governo Meloni per l’Italia e per la propria sopravvivenza politica in questo anno che gli resta prima di una nuova campagna elettorale. Lo abbiamo chiesto a politici, economisti, imprenditori, sindacalisti e osservatori

30 MAR 26
Ultimo aggiornamento: 07:51 AM
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La premier Giorgia Meloni

La sconfitta al referendum costituzionale, le dimissioni all’interno dell’esecutivo, le turbolenze nella maggioranza e gli scenari internazionali più che mai incerti stanno minando la sicurezza con cui il governo sembrava avviato a concludere, nel settembre del prossimo anno, la legislatura. Che cosa farà, e soprattutto che cosa dovrebbe fare il governo di Giorgia Meloni per l’Italia e per la propria sopravvivenza politica in quest’anno che gli resta prima di una nuova campagna elettorale? L’abbiamo chiesto a politici, economisti, imprenditori, sindacalisti e osservatori.

Senza un Piano per le nuove generazioni il paese è destinato al declino

L’ultimo anno del governo guidato da Giorgia Meloni (ammesso che non si vada a elezioni anticipate) offre a maggioranza e opposizione l’occasione per formulare progetti per il medio-lungo termine ed evitare il solito meschino balletto dominato dalle promesse irrealizzabili per ottenere consenso a breve. Il tutto partendo da una verità elementare: senza un Piano per le nuove generazioni (Png), il paese è destinato a un lento, inesorabile declino. Bassa crescita, alto debito pubblico, insufficienti investimenti e rapido invecchiamento demografico definiscono lo scenario degli ultimi decenni, da invertire risolvendo il fondamentale nodo politico che tende a scaricare sulle generazioni giovani e future gli alti costi dello “shortermismo”. Un’azione di governo pur orientata alla prudenza dei conti e al rispetto dei vincoli europei ma priva di misure per la crescita e la riduzione dello squilibrio tra generazioni condanna il paese a progressivo impoverimento. Occorre intervenire sulla qualità della spesa pubblica e sulle opportunità offerte ai giovani, a evitare che diminuiscano non soltanto per il calo delle nascite ma anche perché emigrano (spesso i più istruiti) o si isolano (i Neet). Un Piano nuove generazioni è centrale in ogni strategia di contrasto al declino. Esso implica investimenti strutturali in istruzione, ricerca, innovazione, casa e lavoro stabile, più produttivo e meglio remunerato; significa riformare un welfare ancora troppo sbilanciato sugli anziani; significa, soprattutto, dare chances ai giovani. Senza un simile piano, formulato per obiettivi finali (es.: di quanto dovrà aumentare la percebtuale di laureati/e nei prossimi 10 anni), traguardi intermedi monitorati e risorse adeguate (non a debito), ogni miglioramento congiunturale resterà fragile e reversibile.
Elsa Fornero, già ministro del Lavoro e delle Politiche sociali

Serve un Jobs Act 2 rivolto agli stipendi e alla conciliazione dei tempi vita-lavoro

La politica è una cosa complicata, ma in fondo non poi così tanto. Qual è stato il provvedimento fatto da un governo di centrosinistra più apprezzato dal centrodestra? Il Jobs Act, dieci anni fa. E qual è il provvedimento che il centrosinistra attuale oggi maggiormente rinnega? Il Jobs Act, sempre lui. Ecco perché quello che Meloni deve fare in quest’ultimo anno di legislatura è un Jobs Act 2, stavolta rivolto non all’occupazione (che va bene) ma agli stipendi e alla conciliazione dei tempi vita-lavoro (che vanno, entrambi, malissimo).
Un provvedimento multidimensionale che comprenda diversi interventi: una riforma completa della contrattazione collettiva, lasciando a quella nazionale solo la fissazione dei minimi e il recupero dell’inflazione programmata e delegando tutto il resto alla contrattazione aziendale, territoriale, di ambito; la detassazione completa degli aumenti retributivi decisi dalla contrattazione decentrata; rimuovere tutte le barriere (fiscali e non solo) all’aggregazione delle micro-imprese; approvare la proposta di legge – a prima firma mia e di Elena Bonetti – che incentiva la costruzione di asili nidi aziendali. Così facendo, si coglierebbero tre piccioni con una fava: si farebbe una cosa molto utile per gli italiani; si farebbe una cosa a costi estremamente contenuti di finanza pubblica; si dimostrerebbe di non essere settari, e di essere capaci di occupare uno spazio lasciato sciaguratamente vuoto dalla ritirata del centrosinistra verso un confusionario centro sociale.
Luigi Marattin, deputato, segretario del Partito liberaldemocratico

L’industria chiede di avere le condizioni per tornare a correre con le proprie gambe

Vicenza non è una provincia qualsiasi. Qui l’industria pesa per quasi il 40 per cento del valore aggiunto, più del doppio della media italiana, ed è la prima provincia per export pro capite. Questo legame profondo con le catene globali del valore fa sì che ciò che accade alla sua manifattura anticipi ciò che succede al paese. Vicenza ha chiuso il 2025 con il settimo trimestre consecutivo di calo della produzione industriale. E quando rallenta uno dei motori più forti dell’economia italiana, si sta accendendo una spia sul cruscotto del paese. L’industria, oggi, chiede di avere le condizioni per poter tornare a correre con le proprie gambe. E un anno può bastare per imprimere una svolta. Come? Rendendo semplici gli investimenti e gli strumenti di incentivazione presenti e futuri. E quindi intervenendo sulla loro governance: non è possibile cambiare le regole del gioco in corso d’opera. La vicenda degli esodati del 5.0 deve essere chiusa subito e in modo corretto. Il decreto fiscale è inaccettabile nella parte in cui penalizza le imprese che avevano prenotato il credito d’imposta entro i termini previsti e avevano già completato i propri investimenti. Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma di una scelta che colpisce retroattivamente chi ha investito in buona fede, rispettando le regole. Questo mina il principio del legittimo affidamento, scarica sulle imprese il costo dell’incertezza normativa e degli errori dello stato, e colpisce anche investimenti coerenti con gli obiettivi di innovazione ed efficienza energetica che le stesse istituzioni avevano indicato come prioritari. Prima di parlare di nuovi strumenti, va sanata questa ferita aperta con le imprese esodate del 5.0 o si compromette la credibilità delle politiche industriali e si scoraggiano nuovi investimenti proprio mentre il paese ne avrebbe più bisogno.
Serve individuare con certezza l’amministrazione competente a fornire, tempestivamente, risposte e chiarimenti ai contribuenti. Serve rendere strutturali forme di confronto con le associazioni di categoria prima dell’emanazione dei provvedimenti attuativi. Serve creare all’interno della Pa strutture specializzate per la gestione delle agevolazioni agli investimenti privati. Non si tratta di una spesa improduttiva, ma un investimento a beneficio di tutto il paese perché oggi investire non è una scelta facoltativa: è una condizione di sopravvivenza”.
Barbara Beltrame Giacomello, presidente Confindustria Vicenza

Governare il cambiamento, con un accordo tra governo e fronte sociale riformatore

Brevi considerazioni sull’anno pre-elettorale che abbiamo di fronte. Prima ancora dell’elenco delle cose da fare, è necessario chiarire cosa evitare. Dobbiamo scongiurare una lunga campagna elettorale gridata, scomposta, fatta di reciproche delegittimazioni tra opposte fazioni. Al contrario, serve ritrovare un terreno di concordia su obiettivi imprescindibili e condivisi. Lo spettro della stagflazione ci indica le priorità: salari e crescita, investimenti e competitività, sanità e welfare, tutela dell’occupazione e del sistema produttivo. Giugno è un punto di non ritorno. La conclusione del Pnrr ci impone di attivare con decisione una nuova fase di crescita autosostenuta con un accordo tra parti sociali responsabili. Da dove partire? Da una politica dei redditi espansiva, in grado di contrastare le spinte speculative e di mantenere sotto controllo prezzi e tariffe. Dalla valorizzazione della buona contrattazione, soprattutto quella decentrata – aziendale e territoriale – capace di legare in modo virtuoso salari e produttività, perché crescono insieme e si rafforzano reciprocamente. Va evitata ogni deriva demagogica in campo economico: no a scorciatoie come salari minimi fissati per legge o modelli di rappresentanza costruiti dalla politica. La dinamica delle relazioni industriali deve restare autonoma. Piuttosto, insieme al Cnel, si può lavorare per dare maggiore efficacia e valore legale agli accordi pattizi sulla rappresentanza, rendendoli più dinamici e adattivi. Allo stesso tempo, è indispensabile rilanciare gli investimenti in sanità, scuola, infrastrutture sociali e materiali: sono i fattori che oggi frenano coesione, produttività, qualità della vita, valore reale delle retribuzioni e delle pensioni. Serve, in sintesi, un accordo tra governo e fronte sociale riformatore. Per evitare che il cambiamento venga lasciato al solo peso delle lobby o alla contrapposizione ideologica. E governarlo, invece, con responsabilità e visione.
Daniela Fumarola, segretaria generale Cisl

Completare la fase attuativa delle leggi che fanno bene ai giovani

Il lavoro dei giovani deve rimanere in cima alla lista di priorità del governo. Non semplicemente come tema da dibattito, bensì come obiettivo da perseguire realizzando concretamente e velocemente impegni già in agenda. Penso alla legge annuale Pmi, varata il 5 marzo dal Parlamento e ora in fase attuativa da parte dell’esecutivo, che contiene misure che fanno bene a tutti: alle piccole imprese, certamente, ma anche alle nuove generazioni che possono trovarvi la “cassetta degli attrezzi” per costruirsi il futuro. Ad esempio, la nuova legge quadro dell’artigianato – una volta attuata, mi auguro al più presto, dal governo – consentirà di fare impresa con strumenti normativi più agili e adatti anche ad affrontare le sfide dell’innovazione tecnologica e digitale. Altrettanto utili sono le misure per favorire il ricambio generazionale nelle imprese.
Su tutto, un imperativo: se abbiamo a cuore il lavoro dei giovani bisogna anche e soprattutto rendere semplice e attrattiva una strada possibile per il loro futuro, quella del fare impresa. Ad esempio, in questi tempi di caro-energia esploso per la guerra in medio oriente, dovremmo anche risolvere i problemi di casa nostra. Mi riferisco all’assurdo meccanismo tutto italiano che costringe le piccole imprese a finanziare con un grosso carico di oneri fiscali in bolletta le agevolazioni per le grandi aziende energivore. Con il risultato che le Pmi pagano l’energia 5,4 miliardi in più rispetto alla media Ue. Eliminiamo questi squilibri e avremo fatto un passo in avanti verso un’Italia più accogliente per gli imprenditori e per i giovani che in un’azienda vorrebbero realizzare il proprio futuro.
Marco Granelli, presidente di Confartigianato

Chiedere alla Ue la sospensione degli Ets e del Patto di stabilità

La stima del pil italiano 2026 sta registrando continue revisioni al ribasso, dal Mef al centro Studi Confindustria fino all’Ocse le previsioni scendono per l’Italia più che per l’Euroarea. Ma è sull’economia che il governo è chiamato a un cambio di passo. La sua strategia era mirata all’uscita dall’infrazione al Patto di stabilità europeo. Ma gli impatti di Epic Fury su prezzi energetici, catene logistiche ed export sono elementi esogeni che giustificano decisioni straordinarie. L’Italia deve promuovere una convergenza per l’adozione della misura assunta nel marzo 2020 di fronte al Covid: la general escape clause con cui venne sospeso il Patto di stabilità fino al 2024. Eguale ragionamento vale per chiedere alla Ue la sospensione degli Ets e l’accelerazione degli investimenti sul nucleare: servono grandi investimenti pubblico-privati soprattutto nei paesi più esposti al freno del pil dal loro mix energetico, che li espone maggiormente ai prezzi volatili del gas e a dipendere solo dal gas per l’offerta elettrica di continuità che va invece sostituita con quella da nucleare. Il premier Sanchez ripete che i prezzi più bassi dell’elettricità in Spagna si devono al raddoppio in sei anni della quota da rinnovabili, ma un quinto dell’offerta elettrica spagnola si produce da gas e un altro quinto da nucleare. Lo sblocco e la nomina rapida dei commissari Zes è stata la chiave per il rilancio del pil al sud negli ultimi due anni. 
L’estensione della Zes in tutto il nord in tempi rapidi va giustificata in Ue con la stessa logica di emergenza. E in questo stesso quadro vanno compresi stanziamenti congrui per il piano casa straordinario, per potenziare l’iperammortamento e per abbattere l’Irap.
Oscar Giannino

Il lavoro prima di tutto: serve una disciplina per misurare la rappresentanza

La fase che attraversiamo impone uno sguardo ampio, capace di tenere insieme emergenza e prospettiva. Ecco perché è necessario tornare a parlare di lavoro che, invece, sembra essere scomparso dai radar della politica. Ed ecco perché bisogna affrontare il tema della rappresentanza, poiché da esso dipende il futuro del lavoro. Su questo tema si raffrontano due modelli: da una parte, un sistema fondato su diritti esigibili, salari adeguati e contratti di qualità; dall’altra, una competizione al ribasso fatta di frammentazione contrattuale e svalutazione del lavoro. Il fenomeno dei contratti pirata è la rappresentazione estrema, ma concreta di questa distonia. Anpit e Cisal, ad esempio, hanno sottoscritto un accordo che determina differenze retributive annue superiori ai 7.000 euro. E Ugl e Assodelivery hanno firmato un contratto per i rider fondato sul concetto di ora lavorata, un vulnus per la dignità di quei lavoratori. Al Cnel risultano registrati 1.052 contratti collettivi, altri 17 se ne sono aggiunti da gennaio, ma solo 212 sono sottoscritti da organizzazioni maggiormente rappresentative. Ecco perché serve una disciplina per misurare la rappresentanza. Su questo punto, esiste un’unità di vedute tra Cgil, Cisl, Uil e le principali Associazioni datoriali. Il governo dimostri disponibilità a recepire questo lavoro. Inoltre, per fugare il rischio di una società più povera e fragile, va realizzata una grande riforma del welfare e va affrontata la questione pensionistica. Bisogna separare la previdenza dall’assistenza, difendere e rafforzare il pilastro pubblico, affiancare ad esso la previdenza complementare. Queste sono le sfide con cui, tutti, siamo chiamati a confrontarci
Pierpaolo Bombardieri, segretario generale Uil

Politiche orientate ai giovani e più coraggio sui diritti civili

La riforma della giustizia era nata per correggere storture evidenti e per contrastare una degenerazione correntizia che, nel tempo, ha contribuito a trasformare una parte della magistratura in una corporazione. Ma la campagna referendaria ha trasmesso a molti cittadini un’immagine diversa: non quella di un confronto serio sul provvedimento, bensì quella di uno scontro tra due blocchi, quello dei magistrati e quello dei politici di governo. E così, ai voti contrari per ragioni di merito, si sono sommati anche voti di protesta. Resto convinto della bontà dell’impianto della riforma Nordio, ma oggi il punto politico è un altro: il centrodestra deve capire come parlare a chi ha votato No pur non essendo di sinistra, e soprattutto ai giovani, che in questo referendum hanno partecipato in modo significativo. Nell’ultimo anno di legislatura il governo dovrebbe mostrarsi più moderno, più innovativo, più capace di parlare il linguaggio del futuro. Servono politiche fiscali orientate ai giovani, incentivi alle start up, regole meno punitive per chi fallisce dopo aver provato a mettere a terra un’idea innovativa.
Un paese che scoraggia il rischio scoraggia anche il talento. Nella mia regione partirà a giugno il reddito di merito per gli studenti migliori che scelgono di iscriversi nelle università calabresi. Anche temi come i diritti civili e il fine vita meritano di essere affrontati con più coraggio dai partiti del centrodestra. Non per inseguire la sinistra, ma per dimostrare che una coalizione che vuole governare anche dopo il 2027 sa evolversi e misurarsi senza tabù con le sfide del nostro tempo.
Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria e vice segretario nazionale di Forza Italia

Basta galleggiare, decidere. E fare subito un vero pacchetto competitività

Se dovessi consigliare una cosa urgente al governo per non perdere l’occasione dei prossimi diciotto mesi – oltre a tenere la barra dritta sull’Ucraina, che resta il discrimine della serietà internazionale – direi questo: fate subito un vero pacchetto competitività. Non uno slogan, non una somma di bonus, ma un intervento strutturale. Si cominci dalle concessioni idroelettriche: vanno messe a gara, senza tentennamenti, per riportare efficienza e ridurre rendite che oggi pagano famiglie e imprese. Poi c’è il nodo dei costi di sistema: quei circa 7 miliardi in più che gravano su Terna e sulla distribuzione Enel vanno rivisti con coraggio, perché sono un freno diretto alla competitività industriale. Infine, serve un piano serio di incentivi, mirato e selettivo, che funzioni davvero per le imprese e non per i titoli dei giornali. Penso soprattutto all’automotive, dove stiamo rischiando di perdere una filiera strategica per inerzia e confusione. Non è ideologia, è buon senso industriale. Se il governo vuole arrivare al 2027 con qualcosa da rivendicare, smetta di galleggiare e inizi a decidere. Un pacchetto competitività fatto come si deve, senza paura di toccare interessi consolidati: è da lì che si misura la credibilità di una stagione di governo.
Carlo Calenda, segretario di Azione

La questione settentrionale come centro di una riflessione concreta sull’interesse nazionale

C’è un modo serio per parlare dell’attrattività dell’Italia senza rifugiarsi nella retorica, nei convegni pieni di buone intenzioni o nei soliti slogan sul rilancio del paese. Bisogna partire dalla realtà. E la realtà dice che esiste una parte dell’Italia che produce, esporta, innova, crea lavoro, compete ogni giorno con le aree più avanzate d’Europa. E’ il Nord, è l’Italia del pil, è il cuore pulsante del nostro sistema economico. Per troppo tempo la questione settentrionale è stata trattata come un reperto del passato, come una bandiera identitaria, come una nostalgia politica. Io penso invece che oggi debba tornare a essere il centro di una riflessione concreta sull’interesse nazionale. Perché se non mettiamo le regioni più produttive del paese nelle condizioni di correre, di decidere, di programmare, di competere davvero con Baviera, Baden-Württemberg o Catalogna, non rallenta solo il Nord: rallenta tutta l’Italia. L’attrattività non si costruisce con i discorsi, ma con istituzioni efficienti, tempi certi, responsabilità chiare, autonomia vera. Significa permettere ai territori che funzionano di esprimere fino in fondo il proprio potenziale. Significa smettere di considerare un rischio ciò che invece è una risorsa: la possibilità di valorizzare le differenze, le vocazioni, le capacità amministrative dei territori migliori. Per questa ragione continuo a pensare che l’autonomia sia solo un primo passo. Il punto vero è un altro: serve un’Italia più moderna, più responsabile, più federale. Non per dividere il paese, ma per renderlo più forte. Non per inseguire vecchi miti, ma per affrontare le sfide nuove dell’economia europea e globale. Se vogliamo rendere l’Italia più attrattiva, dobbiamo avere il coraggio di dire una cosa semplice: la questione settentrionale non è una pratica da archiviare, ma la chiave per rimettere in moto il paese. Perché aiutare il Nord a competere meglio non significa aiutare una parte contro l’altra. Significa dare all’Italia la possibilità di crescere davvero.
Attilio Fontana, governatore della Lombardia

No a una stagione di spesa clientelare, sì a un taglio percepibile alla pressione fiscale

Tramontata l’unica riforma istituzionale che aveva portato a compimento, Giorgia Meloni può vantare al momento una sola eredità significativa: la stabilità dei conti e, se tutto va bene, la chiusura, nei tempi previsti, della procedura di infrazione per deficit eccessivo. Non era un risultato scontato: nel 2022, la premier aveva trovato un deficit dell’8,1 per cento, il più alto d’Europa e pari a più del doppio della media (3,2 per cento). Attraverso una politica di prudenza, fatta anche di scelte impopolari, il governo ha messo sotto controllo i conti, tagliato programmi irragionevoli come il Superbonus e cessato politiche insostenibili come lo sconto sulle accise e altri bonus energetici stabiliti negli anni precedenti. Il ministro Giancarlo Giorgetti ha così raggiunto la soglia del 3 per cento già l’anno scorso (la chiusura formale della procedura di infrazione si gioca su un decimale conteso, ma il risultato sostanziale è certificato dal crollo dello spread). A questo punto, il governo deve sfruttare l’ultimo anno per vincere due sfide: una interna, l’altra esterna. Internamente, la premier dovrà resistere alle tentazioni della sua coalizione, a maggior ragione dopo la sconfitta referendaria, che spingeranno verso una stagione di spesa clientelare, anche in vista delle prossime elezioni politiche. Ciò equivarrebbe a disperdere un’esperienza virtuosa, che ha generato benefici tangibili e che va preservata per dare alla prossima legislatura una prospettiva di rigore. Più complessa è l’altra scommessa: se Meloni vuole chiudere il suo mandato con un messaggio forte, deve intervenire sul fronte tributario, con un taglio percepibile alla pressione fiscale. Per esempio, in un contesto di crescente inflazione, potrebbe mettere strutturalmente nel mirino quella tassa occulta e pertanto odiosa che è il fiscal drag, indicizzando le aliquote Irpef all’inflazione. Ma la condizione per farlo è aprire la porta che il governo finora ha evitato: la revisione della spesa. L’Italia non può crescere se non viene sgravata dalle tasse; ma non si possono abbattere le tasse senza ridurre la spesa.
Carlo Stagnaro

Provare a a fare una cosa ambiziosa: trasformare l’Italia in un hub europeo dell’AI

Non sono tra quelli che evocano il voto anticipato come una scorciatoia buona per ogni stagione. Quando si prende un impegno con i cittadini, si va fino alla fine. Ma andare fino alla fine non significa tirare a campare. Significa governare. E per governare, oggi, il governo Meloni dovrebbe innanzitutto riconoscere che ci sono ministri che non sono all’altezza e cambiarli prima che i prossimi diciotto mesi finiscano sprecati. Penso ad Adolfo Urso, per esempio. Lo dico senza giri di parole: se un ministro dello Sviluppo, o di quel che oggi ne resta, non riesce a parlare il linguaggio delle imprese, dell’innovazione, degli investitori, allora il problema non è l’incomprensione degli altri, è la sua manifesta inadeguatezza. Non basta presidiare un ministero, bisogna dare l’idea di sapere dove portare il paese. E oggi questa idea, su troppi dossier industriali, semplicemente non si vede (certo, a sinistra dovremmo elaborare la nostra di proposta, in tempi rapidi e con grande concretezza…).
Ma non basta cambiare qualche nome. Bisogna cambiare l’agenda. Continuare a consumare il dibattito pubblico su polemiche inutili, simboliche, fuori scala rispetto ai problemi reali, è il modo migliore per perdere tempo e credibilità. L’Italia avrebbe invece bisogno di concentrare tutte le sue energie su poche grandi priorità. Una, decisiva, è l’intelligenza artificiale. Se fossi al governo, proverei a fare una cosa ambiziosa: trasformare l’Italia in un hub europeo dell’AI. Vorrebbe dire attrarre investimenti, data center, startup, ricerca, talenti. Vorrebbe dire mettere insieme università, imprese, capitale e pubblica amministrazione. Vorrebbe dire offrire ai giovani una ragione per restare e alle aziende internazionali una ragione per scegliere il nostro paese. E stiamo parlando di qualità che l’Italia ha in abbondanza. C’è ancora tempo per fare qualcosa di utile. Ma non abbastanza per continuare a galleggiare
Beppe Sala, sindaco di Milano

Abolire le assistenti sociali, i padri cattocomunisti della Costituzione non le hanno mai citate

I magistrati sono intoccabili, indiscutibili, irrimediabili, lo abbiamo capito. Ma le assistenti sociali, il loro braccio armato nelle faccende di famiglia, non mi sembra. Non sono un grande esperto di Costituzione, tuttavia, se non sbaglio, i padri cattocomunisti della medesima non le hanno mai citate. Quindi queste operatrici si possono abolire, volendo. Sogno che nell’ultima fase della legislatura il governo cancelli tali figure furiosamente stataliste, naturaliter socialiste, con gran sollievo del contribuente e di genitori ormai terrorizzati: se vengono in casa e trovano il bagno non a norma, ci toglieranno Mattia e Sofia? Per risolvere il problema alla radice andrebbero cancellate anche le facoltà di Scienze sociali. Proprio negli anni Settanta in cui gli Khmer Rossi strappavano sistematicamente i figli alle famiglie cambogiane, per il bene della società ovviamente, in nome della Costituzione democratica ovviamente, la questione venne affrontata addirittura da Eugenio Montale: “L’Università è malridotta. Non si insegna più niente. Conosco una ragazza laureata in Psicologia. Che significa? Farà l’assistente sociale”. Svelando così la radice impoetica e ideologica di codeste impiccione, nemiche della libertà di educazione, guardiane della standardizzazione mentale. Che poi la ristorazione ha tanto bisogno di personale.
Camillo Langone

Rimettere al centro la vita quotidiana delle persone, con coraggio

Un dato inaspettato di questo referendum è stato la grande partecipazione al voto di coloro che hanno meno di 35 anni ed il loro gridare, votando “No!!”. Cosa è successo? Forse il governo Meloni in questi anni non ha fatto molto per intercettare l’evoluzione della società. Faccio due esempi. Cosa è stato fatto per aiutare le famiglie con figli che si vedono la scuola chiusa da giugno a settembre? Le mamme non stanno più a casa, ma per fortuna lavorano, i nonni spesso sono lontani, dove si mettono i ragazzi tra giugno e settembre? Per le famiglie più fortunate ci sono tante soluzioni (anche bellissime) a disposizione, ma per le famiglie “normali” cosa è stato fatto? Niente. Ripensare l’organizzazione della scuola pubblica dovrebbe essere una vera priorità anche se si vuole aiutare la genitorialità. Così come non si ha il coraggio di intervenire sul diritto di famiglia e successorio. Abbiamo un sistema disegnato su una società che non c’è più. E’ cambiata la longevità (chi nasce in Italia oggi ha una speranza di vita di 104 anni), il matrimonio non è più la forma “normale” di convivenza e il concetto stesso di famiglia si è mosso in tante direzioni varie e diverse. Che ha senso che in Italia sia molto complicato fare dei veri patti “prematrimoniali” quando in Italia l’anno scorso ci sono stati circa 170.000 matrimoni e circa 70.000 divorzi. Bisogna ripensare le norme adeguandole ai tempi. Lo staff di Giorgia Meloni, già ministra della Gioventù del governo Berlusconi, in questi prossimi dodici mesi dovrebbe rimettere al centro la vita quotidiana delle persone. Con coraggio. Fuori dalla comfort zone delle tentazioni di mancette elettorali.
Andrea Tavecchio

Un passaggio dalla democrazia alla dittatura, che richiede però molto lavoro

Nel prossimo anno di governo Meloni, l’ultimo (almeno per questa legislatura), ci sarebbero tante cose che si potrebbero fare, a cominciare dall’instaurazione della dittatura fascista tanto allarmisticamente gridata dalle opposizioni da quando Meloni è al potere: questa svolta tirannica non solo darebbe finalmente soddisfazione a tutti quegli elettori di destra che avevano votato Meloni per le cose orrende che prometteva (ma che intelligentemente o anche solo fortunatamente non ha mai fatto), ma darebbe anche ragione alla sinistra, che senza fascismo non sa stare. Certo, il passaggio dalla democrazia alla dittatura richiede molto lavoro: stando alla Storia, tempo un anno Meloni dovrebbe istituzionalizzare delle squadre d’azione tipo la Milizia volontaria per la Sicurezza nazionale e il Gran Consiglio del Fascismo; dovrebbe varare una legge elettorale simile a quella del 1923, che assegni cioè un premio di maggioranza di 2/3 dei seggi alla lista più votata; e poi far svolgere le prossime elezioni in un clima di intimidazioni e violenza. Mi rendo conto che si tratta di un lavoro forse troppo impegnativo per Meloni, in questo momento di appannatura. In tal caso, la premier può continuare a pretendere la svolta che ha preso il suo governo nell’ultima settimana dopo il voto referendario, cioè una lenta dimissione collettiva: ministri, sottosegretari, capigruppo, a mano a mano si dimettono tutti e tutte, uno/a al giorno. 356 dimissioni prima di arrivare alle prossime elezioni, alle quali Meloni si presenterebbe così rafforzata, se non altro ad interim.
Saverio Raimondo