A proposito di politiche per i giovani

Abbiamo chiesto agli studenti universitari di dare un'idea a Meloni per non buttare al macero i prossimo dodici mesi, occupandosi di giovani
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3 APR 26
Ultimo aggiornamento: 02:30 PM
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Abbiamo chiesto agli studenti universitari di dare un'idea a Meloni per non buttare al macero i prossimo dodici mesi, occupandosi di giovani. Qui sotto le migliori risposte.
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Governare. Per cosa verrà ricordato il governo Meloni se si votasse oggi? Rave, Caivano e i vari decreti sicurezza mentre l'unica riforma strutturale è stata bocciata dalle urne. Jobs Act, Buona Scuola, Reddito di cittadinanza, Superbonus, riforma Cartabia (...) - senza entrare nel merito - sono tutte riforme che ci rimandano immediatamente ad un governo, ad un presidente del Consiglio; molti di quei governi sono durati meno di 4 anni, condizionati dall'emergenza COVID o da una maggioranza risicata e litigiosa, ma sono "caratterizzati". La riforma Nordio - ci dicono - sia stata un'occasione persa per ammodernare il Paese, ma fino ad ora cosa ha impedito a Meloni di ammodernare l'Italia?Basta alibi, basta ricerca di nemici, governasse e prendesse posizioni nette, chiare su Gaza, Board of Peace, Iran, Trump... Sarà stata votata per il suo decisionismo ma si è trasformata in una pavida democristiana. Non vada ad impaludarsi nella questione legge elettorale, agli italiani non interessa, hanno altri problemi.Sbandierare la diminuzione della disoccupazione può tornare utile ma se il lavoro che aumenta è un lavoro povero potrebbe essere controproducente, almeno per quelli che, con senso critico, decidono di approfondire.Iniziasse un percorso di chiarezza con tutti i cittadini, non con i suoi elettori, basta slogan, basta notizie parziali o filtrate dalla propaganda.Ultimo consiglio: si "liberi" dai signorissì che la circondano, iniziare da giornali/giornalisti non sarebbe male.Non sono e non sarò mai un suo elettore ma nella situazione in cui si trova, anche se non fosse Meloni ma un qualsiasi altro presidente del consiglio, per me dovrebbe agire così.
Bruno Simeone 
I momenti immediatamente successivi ad una sconfitta politica non sono mai semplici da affrontare per qualsiasi leader di partito, ancor più se quella disfatta (parziale) viene incassata da uno dei governi più stabili a livello europeo. Quali sono quindi i prossimi passi da intraprendere da Giorgia Meloni?
Credo che, ora più che mai, il piano internazionale possa essere decisivo; il referendum del 22 e 23 marzo, infatti, ha registrato un risultato negativo anche per profondi dissapori figli del panorama geostrategico mondiale.
La prima task da completare potrebbe essere quella di virare verso una posizione ancor più filo occidentale e convintamente europeista. Il rapporto con Washington, dopo le ingiuriose accuse del Presidente degli Stati Uniti verso gli alleati NATO, deve essere raffreddato, sebbene sia fondamentale. mantenere un dialogo privilegiato tra le due sponde dell’Atlantico. Il secondo obiettivo è non abbandonare la causa ucraina, cercando di valorizzare alcuni componenti della maggioranza, i quali hanno ben individuato la necessità non solo di supportare Kyiv militarmente ma anche di rafforzare il
pilastro europeo nell’Alleanza Atlantica. Da ora in poi, chi non seguisse pedissequamente la linea del governo deve essere accompagnato alla porta, senza più imbarazzare l’esecutivo e il Paese tutto. Terzo accomplishment da ottenere, è quello di ampliare con immediatezza la cooperazione con altri partner europei in ambito di immigrazione, sicurezza energetica e cyber, applicando con coraggio i due report guida per l’Europa: quello di Mario Draghi sulla competitività e quello di Enrico Letta sul mercato unico europeo. Quarto e ultimo punto, il più difficile, proporre un dialogo istituzionale costante con l’opposizione, in modo tale da garantire trasversalità alle azioni in politica estera, auspicando
responsabilità dal campo opposto. Insomma, un’Italia più europea e protagonista in ambito internazionale, per il futuro dei propri giovani.

Francesco Trevisan
Università degli Studi di Firenze
 
 
Se c'è un merito che questo referendum ha avuto, è stato quello di aver evidenziato la voglia di partecipazione politica degli italiani. E soprattutto di noi ragazzi. Esiste una forte spinta al protagonismo, la volontà di proporre le proprie tesi. Avranno pesato certamente le posizioni catastrofistiche di alcuni, ma è chiaro che c'era e c'è la volontà di contribuire al nostro futuro in maniera decisiva. Talvolta c'è difficoltà ad ascoltare l'altro, ma questi sono problemi dei nostri tempi. Perciò la questione fondamentale su cui cercherò di fare leva è quella del linguaggio. Anche se difficilmente potrà trovare nell'opinione del cittadino comune un consiglio decisivo per il suo futuro, mi preme comunque sottolineare come, in tanti tra i Suoi colleghi, di coalizione e non, continuano a reiterare comportamenti schizofrenici e tendenti alla violenza verbale nella propria strategia comunicativa, e qualche volta è toccato anche a Lei. Per un ragazzo che al termine della scuola secondaria, nel migliore dei casi, si apre alla politica, cerca di capirne la struttura articolata, ancora ignaro delle complessità maggiori che potrà incontrare approfondendo, non è un modo invitante per interessarsi al dibattito. Il punto centrale dovrebbe rimanere la proposta politica, quindi descriverne funzionamento e obiettivi oppure contrastare, dati alla mano, le incongruenze o le contraddizioni delle proposte altrui, con schiettezza e onestà. Il mio consiglio dunque è uno. Il partito non può diventare editore di contenuti di intrattenimento, nei casi migliori, o di fake news, in quelli peggiori, così come non dovrebbe farlo il politico. Curarsi della dignità e credibilità della classe dirigente in un periodo di tensione e di sfiducia come questo sembra ormai fondamentale. Le Social Media Policy che vengono utilizzate per la gestione dei canali governativi, per esempio, sarebbero un'ottima base di partenza. La prego, separi le vostre carriere da quelle degli influencer, siate riconoscibili.

Alessandro Di Carlo

Se Giorgia Meloni vuole evitare che quest’ultimo anno sia l’ennesima occasione mancata, deve fare una scelta semplice e politicamente scomoda: smettere di proteggere gli equilibri esistenti e iniziare a favorire chi oggi è fuori.
Il problema dei giovani in Italia non è che manchino le politiche, ma che sono tutte pensate per non scontentare nessuno, per gestire il presente ma non per cambiare il futuro. Ed è qui che un governo si misura, cioè su cosa decide davvero di puntare, non sul modo in cui distribuisce “in parti uguali”
Il primo terreno è il lavoro. In Italia commettono tutti lo stesso errore da anni: incentivare l’assunzione, dimenticare lavoratore. Il risultato è un paradosso: il giovane costa meno ma guadagna poco e non cresce. È qui che serve una rottura: spostare il vantaggio fiscale direttamente sul lavoro giovane, rendere strutturalmente più alto il netto in busta nei primi anni, trasformare l’ingresso nel mercato da fase di precarietà a fase di certezza.
Un altro vero nodo è a monte, ed è l’istruzione. Oggi il sistema educativo italiano continua a essere pensato come se il lavoro fosse altrove e nel futuro. Sentiamo parlare di “mismatch” tra domanda e offerta di lavoro, il che sembra una fantasia degli economisti e della statistica, ma non è altro che la realtà: università che formano ma non connettono con il mercato del lavoro, stage fantasma o non retribuiti, alternanza scuola-lavoro vista come un obbligo e non come opportunità. Il risultato è un ritardo sistemico: si entra tardi, male e senza strumenti reali.
Qui serve una riforma più radicale di qualsiasi bonus: integrare davvero formazione e lavoro, rendere obbligatoria la retribuzione di ogni forma di tirocinio, costruire percorsi tecnici e universitari che abbiano come esito naturale l’occupazione. Ogni sistema economico decide chi favorire. Il nostro, da anni, favorisce chi è già dentro. Per questo la vera scelta non è tecnica, ma politica. Non riguarda una misura in più o in meno, ma da che parte stare. Continuare a difendere un equilibrio che esclude o creare una rottura.
Se questo governo, come qualunque altro, vuole davvero parlare ai giovani, non deve convincerli. Deve dimostrare di essere disposto a scontentare qualcun altro per dare loro spazio. Perché senza questo passaggio, ogni promessa resterà esattamente ciò che è oggi: plausibile, ma non credibile

Vincenzo Mastronardi
Università degli studi di Bologna


Contro noi universitari la battaglia è dura. Anzi impossibile. Siamo da sempre vicini alla sinistra e al comunismo. Ma siccome in questo presente fintamente bipolare, sopravvivono solo le idee senza gli uomini per perseguirle; tu potresti disinnescare molte battaglie nel merito e non ideologiche.
1. Più soldi alla ricerca, raggiungiamo la media europea
2. Tasse universitarie sì, ma proporzionali. Basta i gradoni
3. Affitti e mezzi pubblici agevolati
4. Obbligo di registrazione delle lezioni. Durante il covid quasi tutte le università si sono dotate di videocamere che ora restano come lampadari a prendere polvere
5. Biblioteche/spazi studio dignitosi ed aperti  
6. Tutti i tirocini (che sono obbligatori) devono essere pagati
7. Valorizzare il nostro percorso di sacrifici.
Personalmente studio ingegneria: la materia è tosta, ma è il contesto italiano a renderla estrema. Studiamo più di qualunque altro europeo; i nostri unici competitor per ore di sonno perse e mal di schiena sono gli indiani e i coreani. Se l'Italia continuerà a ignorare questo sforzo, saltare le Alpi tra qualche anno non sarà una scelta, ma l'unica via d'uscita.

Roberto Tavernese
 
 
Da quando si è insediato, l'esecutivo (rappresentato da un presidente del Consiglio che ha per tanto tempo, all'opposizione nel governo tecnico Draghi, ha fatto cattiva propaganda dell'ex presidente della Bce) ha sostanzialmente mantenuto invariata l'azione del suo predecessore che tuttavia puntava sì alla stabilità, ma in funzione di un sistema di sfruttamento delle risorse economiche a disposizione per un rilancio dell'economia: ciò  non è avvenuto e non avviene tutt'ora (gli stipendi rimangono invariati, erosi dall'inflazione sempre crescente, le tutele previdenziali e sociali sono sostanzialmente ridotte...e potrei dilungarmi). Non sarò qui ad elencare cosa non abbia fatto, ma cosa dovrebbe fare: rimanere coerente sulla propria azione di governo. 
La presidente, infatti, ha più volte millantato in opposizione, che avrebbe rivoluzionato in senso conservatore il Bel Paese. Tuttavia, ciò che i giovani evidenziano, è l'ipocrisia che la caratterizza da tempo ormai, e che non cambierà nell'ultimo anno (a conti fatti, è troppo tardi per cambiare, i cittadini ricordano così come i giovani soprattutto).
La stretta sui migranti è risultata, per esempio, futile: gli sbarchi sono aumentati e il numero dei migranti è cresciuto sempre di più. La riforma sulla Giustizia, voluta con un referendum abrogativo, è risultata futile: perché non ha offerto quello che l'esecutivo avrebbe promesso, ossia una manutenzione profonda della macchina della giustizia. 
Insomma, gli universitari sono consci delle stagioni governative passate, e si aspettano delle riforme strutturali, degli investimenti ampio e diretti che manifestino fin da subito la propria efficacia. Possiedono quell'acume che al governo manca, che a gran parte della cittadinanza italiana manca: sanno semplicemente leggere oltre le righe della mera propaganda elettorale.
Gli stessi universitari elettori di destra si dimostrano disillusi, soprattutto per chi è spinto più a destra e che condivide valori e principio corporativi come parte degli esponenti di Governo. Gli stessi valori che Giorgia Meloni, a detta loro, ha tradito. 
Per non parlare dell'entourage di cui si è circondata: sparuti, scappati di casa che ridono delle proprie disgrazie giudiziarie e che dimostrano di non avere il minimo rispetto e senso civico, del dovere, che deriva dal ricoprire incarichi istituzionali. Bartolozzi, Montaruli, Del Mastro, Santanchè, Sangiuliano, sono tutti esempi di questo "scempio istituzionale".
L'azione consigliata alla presidente Meloni sarebbe molto complessa, ma si sostanzia di poche e semplici direzioni: riveda i propri piani, diriga le proprie azioni su obiettivi di governo immediatamente raggiungibili, con risultati concreti e oggettivamente riscontrabili; ma soprattutto ripulisca la propria immagine con sostenitori che possiedano pudore e senso dell'istituzione (con un passato ed un presente che non siano discutibili).
Infine, un ultimo appunto: ascolti i giovani, non pentole in ebollizione pronte ad esplodere di idee, non si riduca ai soliti elitari vecchi e stanchi. 
 
Samuela Di Modugno


Ho letto il vostro annuncio sui social e ho deciso di scrivervi per raccontarvi ciò che sto osservando e vivendo negli ultimi anni. In particolare, vorrei descrivervi ciò che, a mio avviso, potrebbe diventare uno dei problemi più rilevanti per il nostro Paese nel prossimo futuro.
Ho notato che molti giornalisti, a seguito della sconfitta di questo referendum, si stanno chiedendo quali possano esserne le cause e, soprattutto, quale sia stata la chiave di quella che viene considerata la prima vera sconfitta dal 2022.
C’è chi parla di una buona campagna politica per il “No”, chi invece attribuisce la responsabilità agli errori del comitato per il “Sì”. Altri ancora sostengono che oggi solo Meloni riesca a parlare ai giovani e che non esista una figura capace di intercettare concretamente la fascia 18–34 anni.
A mio parere, questa lettura è parziale. Negli ultimi anni ho osservato una crescita esponenziale di giovani che parlano ai giovani. E ciò che ritengo fondamentale sottolineare è che, soprattutto nell’ultimo biennio, i giovani tendono ad ascoltare e lasciarsi influenzare quasi esclusivamente da altri giovani.
Il problema comunicativo che i conservatori e i liberal-conservatori stanno affrontando deriva proprio da questo: la mancanza (o la presenza troppo limitata) di figure giovanili in grado di intercettare questa fascia, che spesso si lascia guidare dalla prima voce che percepisce come vicina.
In Europa e, in particolare, in Italia, non esistono figure di riferimento paragonabili a quelle presenti in altri contesti internazionali. Ed è proprio qui che emerge il nodo centrale.
La sinistra, invece, dispone di numerosi giovani influencer sui social, capaci di orientare l’opinione di molti coetanei. Non sono tanto i leader politici tradizionali a fare comunicazione, quanto piuttosto le nuove generazioni che orbitano attorno a quelle aree politiche.
Ciò che sto osservando è che, sui social, manca un vero contraddittorio: non emergono personalità giovani di area conservatrice disposte a entrare nel dibattito online e a sostenere con forza le proprie idee.
Il rischio è che una parte consistente della mia generazione si formi un’opinione politica attraverso un flusso comunicativo unilaterale, con possibili ripercussioni rilevanti nel medio-lungo periodo.
Per questo motivo, se il governo vuole davvero parlare ai giovani nell’ultimo anno di legislatura, dovrebbe smettere di comunicare solo dall’alto e iniziare a favorire la nascita di figure giovani, credibili e autonome sui social, capaci di entrare nel dibattito quotidiano.
Non servono campagne istituzionali, ma persone reali, riconoscibili e vicine per linguaggio e stile. Perché oggi il consenso, tra i giovani, non si costruisce nei palazzi ma negli smartphone.

Nicolò Pera
Politecnico di Torino


Se Giorgia Meloni vuole davvero parlare ai giovani nell’ultimo anno di governo, dovrebbe fare una cosa semplice e radicale: spostare una parte della spesa pubblica dagli anziani ai giovani.
Non è una provocazione ideologica, è un dato di realtà. 
L’Italia è uno dei paesi europei che spende di più per pensioni e di meno per chi deve ancora costruire la propria vita. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: giovani che studiano a lungo, entrano tardi nel lavoro, guadagnano poco e restano a casa dei genitori fino a trent’anni.
Se davvero si vuole invertire la rotta serve un segnale politico chiaro: un Patto per l’autonomia degli under 30.
Tre idee molto difficili ma che toccherebbero la parte giovanile del paese.
La prima: zero tasse sui primi tre anni di lavoro stabile per chi ha meno di trent’anni. Il primo stipendio deve essere un trampolino, non un anticipo di tasse.
La seconda: affitto detraibile al 100% per studenti e lavoratori under 30 nelle città universitarie. In Italia studiare o lavorare lontano da casa sta diventando un lusso.
La terza: un fondo nazionale per l’imprenditoria giovanile, con prestiti garantiti dallo Stato per chi apre un’impresa prima dei trent’anni.
La domanda ovvia è: dove trovare le risorse?
Non servono nuove tasse. Basterebbe avere il coraggio di spostare una piccola quota della spesa pubblica esistente. L’Italia spende oltre 300 miliardi l’anno in pensioni: destinare anche solo l’1% di quella cifra a un grande piano per l’autonomia giovanile significherebbe liberare circa 3 miliardi di euro l’anno. A questi si potrebbero aggiungere i risparmi ottenuti dalla razionalizzazione di bonus frammentati e poco efficaci.
Non sarebbe una guerra tra generazioni. Sarebbe il contrario: un investimento sul futuro del paese. 
Se la destra vuole dimostrare di essere anche la forza politica delle nuove generazioni, l’ultimo anno di legislatura è il momento perfetto per farlo. Perché un paese che protegge solo chi è già arrivato smette lentamente di avere un futuro.

Angelo Beccu
Università La Sapienza

Dopo una netta sconfitta al referendum sulla giustizia, accolta da Meloni con un video dai toni “rassicuranti”, tra cinguettii in sottofondo e una siepe domestica come background, la premier si trova ora davanti a scelte decisive nell’ultimo anno di legislatura. Il suo obiettivo dichiarato è arrivare a fine mandato, rivendicando una stabilità di governo inedita per l’Italia e legando il proprio nome a questa fase, un po’ come il centrodestra vorrebbe sottolineare con la nuova legge elettorale su cui sta lavorando, il cosiddetto “Stabilicum”.
Nei giorni successivi al voto, la Presidente del Consiglio ha auspicato le dimissioni del Ministro del Turismo, dopo quelle “spontanee” di figure di primo piano del Ministero della Giustizia, come Bartolozzi e Delmastro. Al di là di questo parziale rimpasto, interpretato da alcuni come un segnale di forza e da altri come un indice di difficoltà, il bilancio a un anno dalla fine del mandato appare modesto sul piano delle riforme strutturali: archiviato il capitolo giustizia, restano margini molto limitati anche su dossier come il premierato, l’autonomia differenziata e Roma Capitale.
Per questo, se l’obiettivo è recuperare fiducia e rafforzare credibilità, la strategia più efficace è quella di concentrarsi su misure pragmatiche, capaci di incidere direttamente sulla vita quotidiana, a partire dal costo delle bollette e dei carburanti. Sul fronte dei giovani, il tentativo di intercettarne l’attenzione, in ultimo attraverso l’ospitata a Pulp Podcast, sembra non bastare per comunicare in modo efficace con questa fascia: i temi che più li coinvolgono restano l’istruzione, il diritto allo studio, anche universitario, e più in generale, le politiche legate alla cultura e agli spazi del tempo libero, temi per i quali sono previste pochissime agevolazioni.
In conclusione, l’anno che si apre sarà decisivo in vista delle prossime elezioni politiche. Meloni ha ancora l’opportunità, anche grazie a un’opposizione frammentata, di dimostrare perché gli italiani dovrebbero rinnovarle la fiducia. Tuttavia, le incognite sono numerose e l’aura di imbattibilità che l’ha accompagnata finora appare meno solida.

Giulia Giusti
Università di Pisa