Altro che Bardonecchia, ecco i veri blitz francesi

Renzo Rosati

Roma. Amplificato dai media pasquali, eletto a simbolo di orgoglio nazionale come una Sigonella due, il “blitz” francese a Bardonecchia pare ridimensionato a un accordo di sconfinamento reciproco del ’97, ben prima dell’euro e dell’emergenza migranti, e a una storia di e-mail. Il nazionalismo indubbio di Emmanuel Macron, l’accusa di un suo europeismo di facciata contro le ambizioni sovraniste dei vincitori del 4 marzo; e il governo a pararsi le terga: questa la lettura ovvia.

  

Eppure un blitz ben più rilevante si sta consumando in tutt’altro terreno, stavolta antifrancese: l’accordo tra Sky e Mediaset non solo mette fine alla guerra ultradecennale tra le due pay tv ma a fine 2018 vedrà Rupert Murdoch o il figlio James, e Pier Silvio Berlusconi o il padre Cav., stringersi la mano per cedere di fatto Mediaset Premium all’impero televisivo anglo-americano. Mettendo fuori gioco Vincent Bolloré, il proprietario di Vivendi, amico storico dell’Eliseo di Nicolas Sarkozy e in buoni rapporti con quello di Macron. Bolloré, quando nel 2016 depositò l’offerta per Premium con tanto di scambio azionario tra le due capigruppo, vagheggiava una “Netflix europea” e da buon francese le aveva assegnato la missione di esportare film e serie tv a prevalente contenuto mediterraneo. Poi però, disdetto unilateralmente l’accordo, si era messo a scalare il 29 per cento di Mediaset, e si è impelagato nel dominio (24 per cento) di Tim, l’ex incumbent della telefonia mobile dove infine ha trovato un avversario ringhioso nel fondo americano Elliott, che si muove in sincronia di interessi con il governo italiano, e indirettamente – i nemici dei miei nemici sono miei amici – con quelli di Berlusconi.

  

Nel frattempo, poiché il mercato dei media dominato dai colossi americani non pare sensibile agli euro-sovranismi, la Disney ha conquistato in modo non ostile 21st Century Fox, capofila di Sky per cinema, serie tv ed entertainment, mentre Netflix, quella vera, ha stretto un’intesa commerciale con Sky. Fino all’accordo tra le due pay tv operanti in Italia, che già nell’immediato prevede uno scambio di contenuti.

      

Se e quanto questo avrà effetti a cascata sul ridimensionamento degli interessi di Bolloré (e francesi in generale) in Italia, lo vedremo presto. Il calendario sembra scandito da una mano malefica quanto quella che fino a pochi mesi fa aveva segnato l’ascesa del finanziere bretone. Sempre in campo televisivo dopo la dilazione concessa con lo spostamento dell’udienza di febbraio, il 23 ottobre Mediaset e Vivendi se la vedranno nel tribunale di Milano; con la prima rafforzata. Nel frattempo l’Autorità delle comunicazioni ha imposto a Vivendi di scendere entro il 18 aprile sotto il 10 per cento delle azioni mettendo il residuo in un blind trust. Per di più Sky, oltre alle alleanze con Netflix e Mediaset, ne ha stretta un’altra con Open Fiber, la concorrente pubblica (Enel e Cassa depositi e prestiti) della rete a banda ultralarga di Tim. Quando i contenuti televisivi arriveranno sui nostri televisori prevalentemente via cavo, Open Fiber potrà contare su un cliente – il gruppo Sky-Disney-Netflix e Mediaset – ben provvisto di liquidità, a danno di Tim. Dove tra il 24 aprile e il 4 maggio sono in programma le assemblee per decidere sulla governance dell’azienda telefonica, dopo la decadenza degli amministratori chiesta da Elliott e le dimissioni del consiglio imposte da Vivendi.

  

Poi, nei prossimi mesi, la partita tra francesi e italiani si trasferirà dal terreno dei media a quello ancora più strategico della finanza e del risparmio. A fine 2019 scadrà il patto di sindacato di Mediobanca, che è riuscita a trasformarsi da salotto finanziario degli anni che furono (quando tutti controllavano tutto con pochi soldi) a istituto di credito specializzato in partecipazioni e accordi industriali. Le manovre di avvicinamento inizieranno dopo l’estate e i contendenti dovranno contare, e non più pesare, le quote azionarie: oggi Unicredit ha l’8,45 per cento, Bolloré il 7,88, BlackRock il 5,02, Mediolanum il 3,29. Il francese potrebbe essere tentato di consumare lì la rivalsa?

   
L’importanza di Mediobanca è da sempre data dal fatto di essere l’azionista principale delle Generali, con il 13 per cento che secondo le intenzioni dovrà scendere almeno al 10. Poi viene un gruppo di imprenditori italiani (Caltagirone, Del Vecchio, De Agostini, Benetton con propositi di ascesa) con circa l’8 per cento. Fondi e investitori istituzionali hanno il 53 per cento; il resto è in borsa. Generali è l’asset-chiave per due motivi: ha in portafoglio 70 miliardi di euro in titoli pubblici, e una gran parte del risparmio delle famiglie. Anzi: con Banca Intesa e le Poste, e dopo la vendita dei fondi Pioneer da parte di Unicredit alla francese Amundi, Generali è rimasta fra le tre big a presidiare il risparmio gestito (e i Btp) nazionale. A seconda di come andranno le cose in Mediobanca, e di come si muoverà Bolloré, si capirà il futuro di Generali e della sua ricca cassaforte, che già il governo di Matteo Renzi considerava di interesse nazionale (e per questo si diceva che avesse convinto l’ad di Intesa Carlo Messina a un abbozzo di scalata), e presumibilmente ancora di più la riterrà un futuro esecutivo venato di nazionalismo.

    
Oltre a Bolloré ci sono altri due protagonisti francesi: l’amministratore di Unicredit Jean Pierre Mustier, primo azionista di Unicredit, e quello di Generali Philippe Donnet. Ma non solo. La parigina Axa, primo gruppo assicurativo mondiale, ha da tempo manifestato il suo interesse per le Generali. Molti dicono che la questione è troppo rilevante perché possa essere lasciata a guerre tra privati. Il governo che verrà dovrà trattare con l’Eliseo. Tuttavia, non ha molte carte da giocare, tranne un paio: usare la mano ferma con Tim, dove a parte la convergenza d’interessi con Elliott viene fatta valere la strategicità della rete; e la vendita di Alitalia, che interessa ad Air France, mentre a Roma si ipotizza una soluzione nazionale con un imprecisato e liquido “mister X” e la solita Cassa depositi e prestiti. Alitalia, in questo contesto, potrebbe invece essere una pedina di scambio. Oppure la solita maledizione che in Italia accompagna ogni cambio di stagione politica.

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