I versi difficili e selettivi di Anne Carson, premio Nobel per la Letteratura

Sono anni che troviamo il nome dell'autrice canadese tra i possibili premiati, sempre tra i favoriti. In “Autobiografia del Rosso” racconta in versi le vicende di Gerione, al primo giorno di scuola. E’ lecito selezionare i propri lettori; ma è anche lecito, dopo un po’, che il sunnominato lettore perda la pazienza
8 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 18:49
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Anne Carson (foto Ap via LaPresse)

Quando le hanno telefonato per dirle del premio Nobel, Anne Carson – riferisce chi le ha dato la notizia – era “in Islanda a ascoltare il vento”. O è molto distratta, o finge di esserlo. Sono anni che troviamo il suo nome tra i possibili Nobel per la letteratura, sempre tra i favoriti. Assieme all’altra canadese Margaret Atwood che ha scritto il “Racconto dell’ancella”. Mentre Alice Munro è stata premiata nel 2013: raro caso in cui i gusti degli accademici svedesi hanno coinciso con i gusti di chi legge per piacere, e non per studio. Un personaggio di Anne Carson registra “la voce dei vulcani”, per il progetto di un film. Il tipo di film che non vorremmo vedere mai. Ma agli accademici, non solo di Svezia, piacciono sopra ogni cosa. E del resto “Autobiografia del Rosso” è un romanzo in versi, con riferimenti alla letteratura greca.
Al poeta Stesicoro, che non entra nei programmi scolastici, e alla sua “Gerioneide” di cui rimangono solo frammenti. Ottanta circa, nessuno più lungo di una trentina di versi. Siamo nel VI secolo a. C., e a complicare la faccenda – per chi legge, a questo dovrebbero tendere i romanzi, storici e no – la grecista Anne Carson elenca frammenti e altri contorni.
“Autobiografia del Rosso” – sottotitolo “Un’avventura d’amore” – racconta in versi le vicende di Gerione, al primo giorno di scuola. Piccolo e rosso stringe la cartella, dorme in camera con il fratello, è pronto fin da piccolo a scrivere la propria autobiografia. Anne Carson lo racconta in versi, tanto per rafforzare la barriera d’entrata. E’ lecito selezionare i propri lettori; ma è anche lecito, dopo un po’, che il sunnominato lettore perda la pazienza. Sono giornate tra scuola e famiglia, poi arriva l’adolescenza e Gerione incontra Eracle, appena sceso da un pullman in arrivo da New Mexico.
“Erano due anguille superiori / sul fondo dell’acquario e si riconobbero come corsivi”. E poi: “Ci fu uno di quegli istanti / che sono l’opposto della cecità”. Citiamo dalla traduzione di Sergio Claudio Perroni, appena ristampata – con perfetto tempismo, bisogna dire – da La nave di Teseo. Eroico lavoro, soprattutto quando si avanza verso la fine del libro e arrivano le “Fotografie”. Raccontate a parole, la prima con il pomposo titolo “Origine del tempo”. Si tratta, per dirla alla maniera classica, di “ekphrasis”, che significa “descrivere con eleganza” – sottinteso: qualcosa che non prevede parole, come un quadro. Qui, bisogna dirlo, il lettore che poco ama questi ricuperi “postmoderni” comincia a diventare un po’ nervoso. Chi invece apprezza, aspetterà volentieri la fine di novembre per leggere il seguito di “Autobiografia del Rosso”.
Neanche un titolo come “La bellezza del marito”, con il promettente sottotitolo “Un saggio romanzato in 29 tanghi” mantiene la promessa di leggerezza (beninteso: nel senso delle “Lezioni americane” di Italo Calvino, lungi da noi l’idea di leggere per divertirci). Versi rubati a John Keats, poeta romantico. Fanno da cornice per una storia di corna.