Opporsi al wokismo è opporsi al terrore degli errori e delle “idee cattive”

In genere i suoi paladini sono tipi terrorizzati dall’ipotesi di mettersi in altri panni storici e culturali, di prendere sul serio una visione del mondo radicalmente differente. La lezione di Simon Weil e Montaigne su libertà e relativismo 

 

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Simone Weil (Foto Getty)

Il woke dell’ultimo decennio non è affatto sovrapponibile ai diritti civili. Il suo peccato non sta in un eccesso, ma nella stessa radice, cioè nel tentativo di far coincidere piani che sono senz’altro connessi, e tuttavia diversi: quello della convivenza in società sempre più disomogenee, che certo esige alcune regole civiche, e quello della discussione culturale, a cui invece devono essere dedicati spazi dove l’unica regola sia un dialogo critico aperto e “senza riguardi”. Questa confusione tra i piani, per contrappasso, accresce la deriva tribale. Dà potere al tipo del gerarca o commissario del popolo, che non distingue la critica anche violenta ma inerme, alla Kraus, dal ricatto inquisitorio alla Vishinsky di chi, non importa se in modo felpato, minaccia i sostenitori di determinate idee e li esclude dall’ambiente comune. “La libertà totale nel proprio àmbito è essenziale all’intelligenza” ha scritto Simone Weil, aggiungendo che “ovunque ci sia disagio dell’intelligenza, c’è oppressione dell’individuo da parte del sociale, che tende a diventare totalitario”. E’ una sentenza da ripetere a coloro che oggi, spesso con tono beffardo, tentano di ridurre l’opposizione al wokismo alla difesa dei modi di Trump o, più domesticamente, di Vittorio Feltri, ma soprattutto di suggerire che questi modi vorrebbero far passare per “libere idee” delle mere discriminazioni razziste o fasciste.
I fautori di una tale maldestra reductio ricordano quei genitori che al figlio, impegnato nella scoperta del mondo, chiedono con stizza perché abbia proprio bisogno di passare “per quel vicolo malfamato”; con l’aggravante che qui non ci sono genitori né figli, ma individui che dovrebbero potersi confrontare in autonomia. Solo una persona che ha inibito in sé non dico la capacità di riflettere, ma certo quella di riflettere su come naturalmente si ragiona, riesce a credere che si possano dividere così le “idee vere” dalle “inutili tesi discriminatorie”. Qualunque pensiero che non accetti una neutralizzazione preventiva procede infatti a tentoni, e non teme di approdare nei territori anche più fangosi; anzi, l’unica garanzia che non trarrà di lì delle risoluzioni barbare sta appunto nella sua disponibilità a esplorarli. E’ così che si stabiliscono connessioni, proporzioni, rapporti più o meno imprevisti tra filoni ideologici, e s’impara a capire che a volte il male più diabolico si sviluppa dal difetto, in apparenza minore, di una teoria che ci sembrava benefica – o viceversa.
Pensare significa collegare, e dunque relativizzare; il che non significa affatto giustificare tutto nella prassi, perché un confine sacro la separa dalla riflessione. Come altre subculture ormai diffuse, il wokismo  cancella proprio ciò che dice di voler difendere: la diversità. In genere i suoi paladini sono tipi terrorizzati dall’ipotesi di mettersi in altri panni storici e culturali, di prendere sul serio una visione del mondo radicalmente differente. Contemplano le “differenze” soltanto all’interno di un paradigma che le ha già classificate: e così rimuovono la violenza che presiede a ogni classificazione, rendono ancora più paria colui che porta con sé una storia senza etichetta. Esiste un riflesso caratteristico di questa deriva nei campi di studi che, come le humanities, non possono mai coincidere con un bagaglio professionale, e che tuttavia i nuovi chierici fingono ostinatamente di considerare ‘scienze’. In mezzo a tanta ostentata inclusività, i lavoratori culturali sono sempre più terrorizzati di venire impiccati a qualche mancanza di erudizione o imprecisione linguistica. Ormai i più giovani non ricordano neppure che la cultura più alta è stata spesso cucinata con mezzi di fortuna da gente che aveva un bagaglio di conoscenze bizzarramente assortite.
Lo spirito critico non può ottenere l’abilitazione, come dissero a Benjamin – mentre assegnarla a chi ha imparato le parole d’ordine dello Zeitgeist è facilissimo. Forse qui può soccorrerci un maestro di relativismo come Montaigne. Nel secondo libro dei Saggi, l’autore torna a ricordare al lettore quanto è tardo, incerto, intellettualmente e stilisticamente inadeguato, nell’analizzare idee come nel giocare a scacchi. Con vergogna, trascura perfino ciò che ha sempre sotto gli occhi: amministra terreni ma non sa contare, non conosce le piante, gli animali e gli utensili agricoli, e “nemmeno un mese fa si scoprì che ignoravo che il lievito serviva a fare il pane, e in che cosa consisteva far fermentare il vino”. Eppure il lettore conosce bene la sua capacità singolarmente acuta di giudizio, che dipende anche da questo coraggio nell’osservarsi e nel prendere atto di una verità disadorna. Nella concezione imbecille del sapere che si è imposta da tempo, un tale atteggiamento è scandaloso. Abbiamo dimenticato che si impara qualcosa solo diventando sé stessi, e si diventa sé stessi solo ricavandosi spazi in cui si possono commettere errori, battere vicoli malfamati, ammettere con agio défaillances. Temere questa umanissima ricerca ci rende bugiardi, burocrati e fanatici.