Cultura
UN LIBRO •
John + Paul, il nuovo libro sulla nascita dei Beatles
Il saggista-psicologo Ian Leslie racconta la portata culturale, prima ancora che musicale, dell'amicizia tra John Lennon e Paul McCartney. L'incontro tra due giovani orfani di madre che diede vita alla parabola compositiva più fertile della storia del pop

(Foto Ansa)
La mistica beatlesiana continua a indagare i misteriosi meccanismi che danno vita all’irripetibile perfezione di una band di ragazzini capaci di cambiare il mondo. Un nuovo episodio aggiunge particolari alla ricostruzione del capolavoro, con un’indagine audace come mappare la mente di Michelangelo nella visione della Cappella Sistina. Nel 1957, in una sala parrocchiale di Woolton, sobborgo di Liverpool, un sedicenne con la faccia da teppista canta musica skiffle a una platea capitata per caso sotto quel palchetto. E’ John Lennon, il suo gruppo si chiama The Quarrymen e prende il nome dalla scuola frequentata dai suoi membri. Tra il pubblico c’è un ragazzino, Paul McCartney, che a fine concerto lo avvicina, gli mostra come s’accorda decentemente una chitarra, e poi gli suona “Twenty Flight Rock” di Eddie Cochran senza sbagliare un accordo. E’ l’attimo fondativo di un mito culturale del Novecento: il saggista-psicologo Ian Leslie in “John + Paul. Una storia d’amore in musica” (2024, ora in Italia per i tipi di Utet) lo racconta come la genesi dello speciale organismo a due teste che per tredici anni penserà, scriverà e suonerà come un solo essere. Il libro di Leslie arriva quando la Beatlemania sembrava aver detto ciò che poteva, dopo “Revolution in the Head” di Ian MacDonald, “Tune In” di Mark Lewisohn, “Many Years From Now” di Barry Miles e soprattutto dopo l’ultra-documentario “Get Back” di Peter Jackson, che nel 2021 ha mostrato senza mediazioni cos’era la vita da Beatles e come nascevano le loro canzoni. Leslie pone lo sguardo non sulla band, non sull’epoca, ma sulla relazione — più intensa di un’amicizia — tra due giovanotti orfani di madre che allestiscono quella famiglia sostitutiva fatta di emozioni e canzoni, equamente condivise. La sua tesi parte dal dato che Lennon e McCartney scrivevano eyeball to eyeball, guardandosi negli occhi, come disse John nell’intervista a Playboy del 1980, poco prima di morire: seduti uno di fronte all’altro, chitarra contro chitarra, costruiscono musica guardandosi in faccia, generando qualcosa che nessuno dei due avrebbe potuto creare da solo. E’ un’immagine imbarazzante per intimità, e Leslie la battezza per quello che era: una storia d’amore, non sessuale ma certamente erotizzante e fatta di corteggiamenti, tradimenti e riconciliazioni.
Una fusione creativa di corpi e menti nella cornice storica dell’alba della pop music: prima dei Beatles, la canzone era un prodotto di fabbrica — il Brill Building di New York, con le stanze piene di autori che sfornavano hit su commissione, o il crooning orchestrale di Tin Pan Alley. L’idea che un gruppo di ragazzi potesse scrivere il proprio materiale, firmandolo con un marchio comune — “Lennon-McCartney”, sul modello di Rodgers e Hammerstein ma in stile working class hero —era eretica. I Beatles la resero normale. Leslie coglie come questa autorialità condivisa fosse una rivoluzione culturale, prima ancora che musicale, negando il mito romantico ottocentesco del genio solitario e sostituendolo con un modello dialogico, socratico, in cui la forza della canzone emerge dal confronto di due sensibilità. Lennon e McCartney erano due personalità enormemente, diversamente egocentriche. Lennon aveva bisogno d’essere il perenne centro dell’attenzione e l’eterno ribelle; McCartney aveva un’ambizione instancabile, un perfezionismo tirannico (lo si vede plasticamente in Get Back) e una vanità che arriva fino ai concerti del presente. Ma Leslie smonta lo stereotipo binario che il pubblico ha ereditato da decenni di narrazione — da un lato Lennon il rocker radicale e sarcastico, dall’altro McCartney il melodista zuccheroso e conciliante – dal momento che per un decennio quei due ego imponenti si sono messi reciprocamente a tacere nel gesto della composizione. Non è mai cessata la loro rivalità e Leslie sostiene che la competizione fosse il carburante della fusione: ogni canzone che uno portava era implicitamente una sfida all’altro, un “fai meglio di questa”. Quando McCartney scrive “Penny Lane”, Lennon risponde con “Strawberry Fields Forever”; quando uno butta giù un verso debole, l’altro lo riscrive senza pietà. E’ il paradosso del libro: la loro capacità di dissolvere temporaneamente il singolo ego nell’atto creativo, restando due narcisisti clinici e dando vita alla parabola compositiva più fertile della storia del pop. E’ il momento in cui la musica giovanile smette d’essere intrattenimento, per diventare linguaggio dominante della cultura occidentale. Forse Leslie romanticizza quel legame, appiattendo la complessità dei Beatles in una lettura terapeutica della coppia, a scapito di Harrison e Starr. Ma decodifica una meccanica, empirica quanto magica, di due personalità che insieme, guardandosi, creano qualcosa di infinitamente più suggestivo. E’ la sconfitta della solitudine, ed è una storia affascinante da leggere anche in questa delicata chiave.