Abitavo a Penny Lane

La recensione del libro di Riccardo Bertoncelli edito da Feltrinelli, 240 pp., 18 euro

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E’ una straordinaria dichiarazione d’amore alla musica "Abitavo a Penny Lane" di Riccardo Bertoncelli, un memoir obliquo di “anni gloriosi di rock, jazz e blues” che, mischiando ricordi di vita vissuta, racconta contemporaneamente l’incanto di una generazione. Una generazione che ha vissuto anni irripetibili, perché se è vero che oggi la musica è altamente accessibile ovunque, nei supermercati, nelle spiagge, dentro gli smartphone, negli ascensori e persino nelle sale d’attesa dei dentisti, è altrettanto vero che raramente è stata così poco desiderata. Bertoncelli riavvolge il nastro e ci porta in un’epoca dove la scelta di ogni canzone era una conquista, ogni disco una caccia al tesoro, ogni ascolto un piccolo atto di insubordinazione culturale. Le onde clandestine di Radio Luxembourg arrivavano la sera nelle camerette dei ragazzi italiani come segnali provenienti da un altro pianeta, mentre Radio Caroline, che trasmetteva illegalmente da una nave ancorata al largo delle coste inglesi, sembrava la versione rock di una repubblica pirata. Non esistevano playlist personalizzate né sofisticati algoritmi ma al contrario le parole d’ordine erano: ricerca, attesa, fortuna. E soprattutto esisteva la sensazione che al di fuori della rassicurante musica leggera italiana, passata dall’unica radio nazionale, altrove stesse nascendo qualcosa di enorme. Quel qualcosa aveva il volto dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who, dei Kinks, di Bob Dylan, di Frank Zappa. Gente che non veniva catalogata semplicemente sotto l’etichetta di musicista ma vissuta come fossero degli esploratori, degli agitatori culturali, dei profeti laici. Attraverso le loro canzoni arrivavano nelle province italiane parole nuove, vestiti nuovi, idee nuove. Liverpool, Londra, San Francisco, New York, smettevano di essere punti su una carta geografica e diventavano stati mentali. “Invidiavo i miei coetanei americani e Brit. Loro sì. Chissà che Natale a San Francisco, con la musica nuova che aveva preso possesso di quei luoghi e scuoteva i muri. Vagavo con la fantasia per ignote Piccadilly e improbabili Soho, farneticando nomi di luoghi depositati nella memoria della mia franosa curiosità”. Per il resto, sfilano negozi di dischi che assomigliano a luoghi di culto, nomi di etichette discografiche pronunciate con la stessa devozione riservata ai santi, riviste musicali consumate fino all’ultima riga. Ed è proprio questa la forza del libro che, pur a tratti indulgendo nella nostalgia, ha la capacità di far riaffiorare il senso della scoperta come bene raro.
    
Riccardo Bertoncelli
Abitavo a Penny Lane
Feltrinelli, 240 pp., 18 euro