“The Boys of Dungeon Lane”, forse l'ultimo canto del cigno di Paul McCartney

Un album che riporta il bassista dei Beatles agli anni della gioventù, del quartiere e della nascita del rapporto con John e il piccolo George. Quattordici tracce inedite che ruotano attorno al concetto di passato

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11 APR 26
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Foto Olycom

All’incirca mentre scoccherà il suo 84esimo compleanno, Paul McCartney farà qualcosa di inconsueto per un artista di quell’età: pubblicherà un nuovo album, tutto di pezzi inediti. E il lavoro ruoterà attorno a un concept preciso, in un certo senso per lui ineludibile, a questo punto del suo cammino artistico: il passato. È stato lo stesso Paul a spiegare che a questo punto della vita non esiste altro argomento sul quale possa concentrarsi, lasciando intendere che nelle 14 canzoni incontreremo una galleria di figure che i fans dei Beatles hanno imparato a conoscere da tempo immemore, collocandole nel vecchio presepe che racconta l’ancora più antica saga del quartetto di Liverpool.
Infatti “The Boys of Dungeon Lane”, così s’intitola l’album, si muoverà in quegli scenari che per il vegliardo Paul costituiscono l’essenziale refrain della memoria – gli anni dell’adolescenza, i primissimi passi del suo svezzamento musicale e soprattutto la scoperta del valore che sarebbe divenuto il filo conduttore del suo successo: l’amicizia, il legame intimo e coeso con il piccolo gruppo di coetanei incontrati in quello spicchio d’una città ancora prostrata dalla guerra, com’era il Mersey degli anni Cinquanta, dove essere poveri era la norma, ma i prodotti di questa miseria erano l’umiltà e la dignità. McCartney ha sempre raccontato di non aver mai sentito la mancanza di nulla nel corso dell’infanzia fino al traguardo di quell’adolescenza che profumava d’indipendenza. Intanto scopriva e rafforzava i rapporti umani che avrebbero popolato il suo futuro, una famiglia ben strutturata prima, poi i ragazzi del quartiere e in particolare quei due con cui avrebbe imboccato la long and winding road – John e il piccolo George.
È appena stata pubblicata una prima canzone che funge da anticipazione a questa grande rimembranza musicale, “Days We Left Behind”, i giorni che ci siamo lasciati alle spalle: “Il titolo dell’album deriva da un verso di questo brano. Spesso mi chiedo se non stia semplicemente scrivendo del passato, ma poi penso: si può scrivere di qualcos’altro?” ha dichiarato Paul. Il pezzo è una ballata romantica ed efficace, suonata tutta da lui, almeno fino alla confezione finale curata dal produttore Andrew Watt. Racconta di Forthlin Road, dove abitava la sua famiglia e di quel vicolo Dungeon che doveva essere il punto di ritrovo dei ragazzini pieni di sogni della zona. È il primo passo di quella che sarà l’epopea finale di Paul McCartney, ricominciando dall’inizio, dalla leggenda nella quale lui soltanto può individuare la cifra di normalità e la naturale appartenenza a un tempo e a un luogo. E’ proprio questo il tema che si riflette in quest’ultima prodezza dell’ex-Beatle: il crescente peso del passato nella rappresentazione della cultura popolare e dei suoi momenti luminosi.
Nei primi versi di “Days We Left Behind”, Paul rievoca le immagini in bianco e nero dei caffé male illuminati che frequentava e delle chitarre da quattro soldi di cui disponeva, per poi lanciarsi in una spontanea invocazione di quelle giovani anime brucianti di desideri dei quali ha avuto la fortuna d’essere parte: l’esercizio è commovente e nostalgico, eppure l’effetto non è pacificante. Il culto del passato, che si sta impadronendo dell’universo pop, somiglia a una giornata sovrastata da un massiccio cielo grigio. Il fatto è che ciascuno resta attaccato ai suoi momenti migliori e oggi la maggioranza di coloro che consumano musica leggera lo fa da decenni e non prova alcuno stimolo verso quanto di nuovo propongono gli artisti dell’ultima generazione. E così il centro della scena è appannaggio dei ragazzi di Dungeon Lane, che fanno tenerezza e somigliano a quelli della via Paal, almeno fino al momento di chiedersi che genere di emozione è quella che si prova ascoltando queste soffuse messe cantate? È per caso lo stesso provato il giorno che mettemmo sul piatto del giradischi la seconda facciata di “Abbey Road”? O è inquietudine e un tremendo senso di finitezza, sensazione del fine party, coi bicchieri di carta ammonticchiati e le bottiglie vuote? E perché Paul e tanti suoi venerabili colleghi ci impongono questo dolce supplizio? Per carità, sarà inevitabile cascarci un’altra volta, per quanti hanno i requisiti anagrafici e di appartenenza del gusto. E per i grandi musicisti di un tempo che fu, la sensazione sarà per un’ultima volta eccitante, per loro che sono arrivati fin qui, contrariamente a quelli andati via da giovani, John o Kurt, cristallizzando in eterno la loro gioventù: è vero Boss, è vero Jagger, è vero Dylan (ma potete ormai chiederlo anche ai Placebo o ai Garbage, se siete figli degli anni Novanta…)? È un vizio o una condanna, ma non possono farne a meno per sentirsi vivi e riassaporare la magia che hanno conosciuto.
Sarà così che anche la pop music, come già il cinema, diventerà una lunga seduta psicoanalitica, nella quale ci toccherà rivivere innumerevoli passaggi della nostra vita e i suoni ad essi indissolubilmente legati. Soltanto con la sensazione che nulla più ci possiamo fare, se non abbandonarci ancora una volta alla misteriosa seduzione di quelle note.