I visionari di Weimar un secolo prima dei sogni futuristi di Musk e Thiel

La fantascienza spopolava nella Germania tra le due guerre. Era scatenata, in fatto di fantasie scientifiche e tecnologiche, soprattutto la destra. La sinistra di governo invece non aveva né tempo né appetito per i grandi sogni sul futuro. Lo stesso succede ai giorni nostri nell’America di Trump
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Una locandina del film “Metropolis” (1927) di Fritz Lang

Destra e sinistra si raccontavano storie. Le raccontavano agli altri, ma soprattutto a sé stessi. Era scatenata, in fatto di fantasie scientifiche e tecnologiche, soprattutto la destra. La sinistra di governo invece non aveva né tempo né appetito per i grandi sogni sul futuro. Le magnifiche utopie sul sole dell’avvenire, sulla rivoluzione, sulla pace avevano lasciato il posto a delusione, frustrazione, assuefazione, rassegnazione, pessimismo. E poi erano troppo occupati a difendere una democrazia e una Costituzione sotto attacco, fragile, incompresa e vilipesa da tutte le parti. Erano troppo impegnati a tenere insieme componenti rissose, a cercare di riappiccicare in una parvenza di maggioranza la continua proliferazione di partiti e partitini, di correnti e aspiranti leader, di schegge impazzite all’interno di ciascuno schieramento. La sinistra non aveva più voglia e capacità di fantasticare, di sognare in grande.
Succedeva nella Germania di Weimar, un secolo fa. Succede ai giorni nostri nell’America di Trump. Elon Musk, Peter Thiel, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, non sono solo superricchi, industriali ingegnosi che per meglio continuare ad accumulare hanno promosso, e si accodano, al potente di turno. Non sono solo opportunisti. Si sono innamorati di Trump (qualcuno invero tardivamente). Ma non solo per interesse e convenienza. Anche perché ci credono davvero. Sono sognatori, hanno precise visioni del futuro. Le teorizzano. Ne scrivono a tutto spiano. Sono entusiastici produttori, non solo di beni da vendere, ma di ideologie e di narrazioni. Sono, guarda caso, tutti appassionati di fantascienza. Oltre che, di fatto, autori di fantascienza e fantapolitica. Musk ha detto che sono state le sue letture infantili a ispirargli la corsa allo spazio, nuove forme di energia e astronavi capaci di “estendere la portata della specie umana”. Gli piace travestirsi da personaggio dei fumetti di fantascienza. Il Cybertruck, il nuovo pick-up a batteria della sua Tesla, sembra disegnato per il set di Blade runner. Jeff Bezos si vanta di possedere la più vasta collezione al mondo di libri di science fiction. Zuckerberg ha ribattezzato Meta la sua Facebook perché promette non più solo una piattaforma per scambiare messaggi e foto, ma veri e propri “multiversi”, realtà alternative. Peter Thiel, “divorava Asimov, Heinlein, Tolkien”. La sua Palantir, ultraspecializzata in tecnologie per la sorveglianza e lo spionaggio, prende nome dalla sfera di cristallo nel Signore degli anelli. Si sa quanto Giorgia Meloni sia appassionata di Tolkien. Ma forse più per tutto quello che ammicca a valori e miti dal Medioevo, che per quello che può suggerire supertecnologie del futuro.
Il Cybertruck della Tesla sembra disegnato per il set di Blade Runner. Jeff Bezos si vanta di possedere la più vasta collezione di libri di science fiction
Non è un caso che nel Pantheon dei multimiliardari tecnologici sia un po’ defilato, come dire in seconda fila, uno dei più grandi tra gli scrittori americani del genere, Philip K. Dick. Non era per niente “di sinistra”. Era paranoicamente antisovietico. Arrivò a denunciare all’Fbi il collega polacco (e dissidente) Stanislaw Lem. I suoi romanzi e racconti sono zeppi di imprenditori geniali e sulfurei. In Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (filmato come Blade Runner), il proprietario della Tyrell corporation è molto più disumano degli androidi replicanti destinati ai lavori forzati in pianeti lontani, ai quali viene data una caccia spietata se osano migrare clandestinamente sulla Terra. In Ubik, il romanzo in cui i capitoli sono introdotti da inserzioni pubblicitarie su qualsiasi prodotto, il protagonista vende allucinazioni di immortalità. Così come nelle Tre Stimmate di Palmer Eldritch è diabolico il tycoon che, tornato dalle stelle, promette felicità senza limiti ai consumatori del miracoloso farmaco Chew-Z di sua esclusiva produzione. Un po’ Musk, un po’ Trump, insomma. Roba evidentemente sgradita all’attuale inquilino della Casa Bianca, e quindi improponibile nelle attuali circostanze.
Per paradossale che ci appaia, la grande fantascienza sovietica contestava il regime. Al punto che alcuni dei più grandi, da Zamyatin al tempo di Stalin, ai fratelli Strugackij al tempo di Breznev, ebbero i loro guai. Peggio che andar di notte per chi scrive al tempo di Putin. La fantascienza sovietica era partita presto, già poco dopo la Rivoluzione, sognando i viaggi interplanetari. “Cosmismo” è stato definito quel miscuglio di scienza, utopia e misticismo. Ma si erano poi fermati alla cagnetta Leica e a Gagarin. Sulla luna non ci sono mai arrivati. Persa la rivoluzione dei computer, era crollata l’Unione sovietica. La Cina ha imparato la lezione. Sta superando tutti in robot “dal volto umano”. Alle recenti Olimpiadi dei robot di Pechino hanno eguagliato il record di Usain Bolt nei 100 metri. Sono simpaticissimi. Fanno tenerezza. Anche se, anzi forse proprio perché sono goffi, all’arrivo cascano e devono essere portati via in barella. La tenerezza che suscitano potrebbe consentirgli di sopperire alle badanti per una popolazione cinese in rapidissimo invecchiamento. Ma i loro robot non sono giocattoli come furono i Pokemon e i Tamagotchi giapponesi. Lavorano nelle fabbriche. Li si è visti combattere in sembianza di droni nelle guerre di tutto il mondo. La Cina primeggia anche in energie alternative agli idrocarburi. Nonché in Intelligenza artificiale e nelle materie prime su cui si fonda: intelligenza umana, cioè tecnici e scienziati, e terre rare. La fantascienza cinese ovviamente non può contestare il regime. Ma lo accomoda con una visione, come dire, quasi “reaganiana” del futuro tecnologico. Intendo del Ronald Reagan che a un certo punto propose a Gorbaciov accordi sul disarmo con l’argomento che così America e Russia dovrebbero fare se la Terra fosse minacciata dai marziani.
La fantascienza, da quando esiste, ha immaginato mondi e realtà, sistemi sociali alternativi. Talvolta si trattava di utopie benefiche, progressiste. Altre volte di incubi. Si usa chiamarle distopie. Non sono solo fantasie. Riflettono cose, tendenze, paure ben presenti nella realtà. Ma si sono rivelate cose da incubo anche le utopie (cose di “nessun luogo”, che non esistono da nessuna parte). Il “socialismo reale” era un po’ sogno andato a male, un po’ incubo realizzato. I signori di Silicon Valley fanno a gara nel prospettare un futuro di viaggi spaziali, di esplorazioni e sfruttamenti minerari interplanetari, anzi addirittura interstellari. Peccato solo che Proxima Centauri, dove potrebbe trovarsi il più vicino dei pianeti simili alla Terra, si trovi a 4,24 anni luce da noi. L’astronave più veloce immaginabile ci metterebbe da 70 a 80 mila anni a raggiungerla. Dovremo accontentarci per un bel po’ del sistema solare. Offrono già turismo nello spazio, in attesa che siano praticabili i resort ultralusso sulla “Riviera” di Gaza, in Crimea, nelle ultime riserve naturali in Albania, o in Groenlandia. Ci guadagnano, con le commesse della Nasa e del Pentagono. Il Golden Dome, annunciato da Trump all’inizio di questa sua nuova presidenza, il progettato sistema di intercettori di missili basato nello spazio (7.900 nuovi satelliti, più sofisticati di quelli dello Starlink di Musk) , si prospetta come la commessa militare del secolo, anzi di tutti i tempi. Il Congressional Budget Office’s ha appena diffuso la stima secondo cui dovrebbe costare 1,2 trilioni di dollari (1200 mila miliardi, 12 milioni di milioni). In confronto lo Scudo stellare di Regan (mai realizzato, era bastata la minaccia a far crollare il comunismo) era una bazzecola.
Ma di questi tempi la realtà supera la fantasia. La fantascienza americana era riuscita a immaginare L’uomo che comprò la Terra (Cordwainer Smith, 1964). Non era riuscita a immaginare un presidente che promette 5 mila dollari a ciascun americano se fanno superare indenne alla sua maggioranza le elezioni di midterm del prossimo novembre. Gli costerebbe oltre mille miliardi di dollari. Sarà dura, col debito americano che ha appena superato i 40 mila miliardi di dollari. Hai voglia a mettere dazi al resto del mondo per fare cassa. Per quanto ne inventino una nuova al giorno, i conti non perdonano. I tecno-tycoon però non si limitano a far di conto e a fare affari. E non si limitano nemmeno solo a fare politica. Hanno una loro concezione del mondo, una loro Weltanschauung. Sono dei romanzieri. Sono dei rivoluzionari. Vogliono cambiare il mondo. Non sono utopisti. Quel che immaginano lo mettono in pratica.
I tecno-tycoon non si limitano a fare affari. Hanno una loro Weltanschauung. Sono dei romanzieri, dei rivoluzionari
In questo quadro di fantasie, la democrazia non è una priorità. Anzi è un ostacolo. Esattamente come lo era negli anni Venti e Trenta per i detrattori della “Repubblica giudaica”, della “democrazia corrotta” di Weimar. La Germania di quegli anni aveva una produzione sterminata di opere di fantasia, di immaginazione tecnologica, di idee futuristiche. E’ molto meno conosciuta della fantascienza americana dello stesso periodo. Anche perché si tratta di opere in tedesco, non tradotte in altre lingue. Ad aprirmi gli occhi su una prospettiva che non conoscevo è stata una rassegna, non nuova (pubblicata negli anni Novanta), ma ancora impareggiabile, di Peter S. Fischer: Fantasy and Politics. Visions of the Future in the Weimar Republic (University of Wisconsin Press, 1991). Non c’è solo il notissimo film di Fritz Lang, Metropolis, uscito nel 1927 e basato sul libro della seconda moglie, Thea Von Harbou, dell’anno precedente. La vicenda si svolge in un immaginario 2026, in cui gli schiavi sotterranei vengono quotidianamente sacrificati al Moloch macchina, il mostro tecnologico d’acciaio. A tenerli sottomessi e docili, con una città dei divertimenti, di entertainment a base di sesso e droga è un losco personaggio, un meticcio mezzo ebreo mezzo giapponese, la personificazione del pericolo giudaico e del pericolo giallo. A guidare la ribellione finale è un’eroina, una sorta di Führer donna, aiutata dal figlio del padrone. La Metropoli, corrotta quanto magnifica è palesemente ispirata alla New York dei grattacieli art déco. Il leitmotiv è che senza un leader, un capo, una fede assoluta, l’umanità occidentale è perduta. Il film, un assoluto capolavoro espressionista, non era piaciuto alla sinistra, che lo considerò un insulto alla classe operaia e al socialismo. Era piaciuto invece alla destra. Le era congeniale che l’emancipazione dei lavoratori fosse guidata da un leader puro e duro, da una donna o un uomo forte, anziché da uno degli stanchi partiti tradizionali. Siegfried Kracauer, il più egregio critico della cinematografia tedesca dell’epoca di Weimar notò che l’eroina “avrebbe potuto benissimo essere inventata da Goebbels”, cioè dal capo della propaganda nazista.
“Metropolis” di Fritz Lang piacque molto alla destra tedesca. Siegfried Kracauer notò che l’eroina “avrebbe potuto essere inventata da Goebbels”
“Chiunque presti orecchio al popolo (Volk) si rende conto che c’è voglia diffusa di un dittatore forte, di un pugno di ferro che tenga le redini e intervenga sugli avvenimenti della storia mondiale. Non di rado sentiamo dire: ‘Se solo qualcuno ripristinasse finalmente l’ordine e venisse a salvarci. Non importa se si tratti di Brüning [il cancelliere ‘tecnico’ esperto di finanza, che con l’austerity aggravò la crisi, Ndr], oppure di Hitler, di un principe o di un leader dei lavoratori!’. Solo una minoranza non vuol sentir parlare di dittatori: i politici, i signori, chi possiede azioni e conti in banca”: così il cattolico nazista Joseph Fischer-Hartinger, nel 1932. E’ un vero e proprio coro di voci profetiche, una fioritura di visioni catastrofiche o liberatorie. In tutte le declinazioni di irrazionalità e di violenza, di estetismo letterario, di bassa propaganda e alta letteratura. Avevano una bella fantasia, sia a destra che a sinistra, ma più a destra. La destra immaginava “geni tedeschi della tecnologia”, “barriere atmosferiche” a difesa della Germania minacciata, capaci di bloccare ogni segnale radio dall’estero un Golden Dome ante litteram. Nella cultura popolare di Weimar l’ingegnere-inventore era subentrato ai generali e agli statisti nel ruolo di eroi. Erano più avanti di tutti in fisica, quasi in procinto di inventare la bomba atomica prima degli americani. Von Braun gli fece i missili, e a guerra finita andò a farli agli americani. Perdere i migliori cervelli perché ebrei gli fu però fatale. A sinistra ci fu chi aveva anticipato l’èra dei robot ( ad esempio Ludwig Dexheimer in Das Automatenzeitalter, l’èra degli automi è del 1931, la vicenda si svolge nel 2350). Isaac Asimov è un profugo ebreo arrivato a New York negli anni Venti dalla Russia in preda alla guerra civile. Ci fossero stati Trump e l’Ice l’avrebbero rimandato indietro.
Weimar fu attraversata da coro di voci profetiche, su “geni tedeschi della tecnologia” o “barriere atmosferiche” a difesa della Germania minacciata
Tutta la letteratura tedesca di destra degli anni Trenta ha un filo conduttore comune. L’avversione agli ebrei (i diversi, gli intrusi, gli immigrati di quei tempi) e l’avversione, altrettanto viscerale, alla Repubblica e alla sua Costituzione “ebraica”. Ce l’avevano a morte con gli Ebrei e con la Democrazia liberale di Weimar, accusati di aver tradito la Germania, di averle dato una “coltellata alla schiena”, di essere in combutta con i suoi nemici, anzi di essere alter ego dello stesso nemico dai molti volti: l’ebraismo internazionale, la plutocrazia dei grandi banchieri occidentali e il bolscevismo asiatico. L’Europa unita non esisteva ancora, altrimenti se la sarebbero presa anche con quella, anzi soprattutto con quella. Sboccia in tutte le salse il vittimismo (vogliono distruggere la Germania, sterminare la razza tedesca, raderne la cultura), assieme alle fantasie di revanche e di vendetta. La repubblica “capitalista” aveva nemici acerrimi anche dal versante opposto, da sinistra. In più occasioni camicie brune e rossissime si erano unite per dare addosso alla socialdemocrazia e al capitalismo. Succede tuttora in Sassonia. Se i nostalgici del nazismo di Afd non ce la fanno a fare un governo da soli, e la Cdu insiste a non imbarcarli in una maggioranza, i rosso-bruni di Sahra Wagenknecht colgono la palla al balzo per offrirgli loro la stampella antisistema. Non è detto che finisca come nel 1933, quando Hitler, le cui fortune elettorali erano in discesa e non in salita (il suo partito era tornato poco sopra il 30 per cento), fu cooptato in un governo di coalizione di centro-destra. No, non di nuovo, non può succedere. Speriamo. Ma si sente nell’aria una micidiale coazione a ripetere.
La narrazione, il rovesciare la favola raccontandola in modo diverso, ha un ruolo decisivo. Allora come oggi. Ci sono cose che dette oggi, ridette domani, martellate dai media, finiscono col diventare senso comune. O addirittura vox populi. Le crisi innescano sempre una forte coazione a credere in ogni stupidaggine, ogni fake news. E non si sa mai dove possono andare a parare le “grandi paure”. E meno male che allora, negli anni Trenta, non c’erano ancora la tv e i cosiddetti “social”. La radio era alle prime armi, prima che i nazisti si accorgessero di quanto valeva, e la monopolizzassero. C’era però un’alluvione di carta stampata. Migliaia di testate, di titoli, di libri, di opuscoli, di cui ci saremmo completamente dimenticati se non avessimo sottomano il saggio di Fischer a ricordarceli uno per uno. C’è l’imbarazzo della scelta. Si va dal Deutschland Ohne Deutsche (Germania senza tedeschi) di Hans Heyck, pubblicato nel 1930, a Im Jahre 2000 im Dritten Reich (L’anno 2000 nel Terzo Reich) del 1933, firmato da un non meglio precisato Schmid. Il primo è un libello antisemita che bizzarramente incolpa gli ebrei di ostacolare il progresso della scienza. Ironicamente, ruba il titolo al romanzo del viennese Hugo Bettauer, che negli anni Venti aveva profetizzato una Città senza ebrei. Il secondo è, sotto l’apparenza della celebrazione di Hitler, una critica di quel che era stato promesso e non è stato realizzato.
Anche Hitler aveva i suoi Vannacci. Li fece fuori quasi subito dopo la nomina a cancelliere. Ernst Röhm, il capo delle SA, le milizie che erano state per anni il pilastro del Partito nazionalsocialista, fu ammazzato dalle SS, assieme a quasi tutto il suo Stato maggiore. Motivazione: volevano portare avanti una loro rivoluzione diversa da quella del Führer. Dei fratelli Strasser, i principali esponenti dell’ala “di sinistra” del nazismo, i cosiddetti “nazi-bolscevichi”, l’uno, Gregor, fu ucciso nella stessa Notte dei lunghi coltelli, l’altro fu costretto a fuggire in esilio in America per aver salva la vita. I dittatori non tollerano concorrenza all’interno del proprio schieramento. Anche Stalin aveva fatto fuori senza complimenti tutti i propri avversari all’interno del Partito, veri o sospetti che fossero. Gli storici ancora discutono se fosse stato Hitler a dargli l’idea delle grandi epurazioni, o viceversa. Il menù è una ricicciatura di cose già viste, già masticate. Altro che mondi nuovi. “Le stesse cose ritornano”, direbbe il protagonista de L’Uomo senza qualità di Robert Musil.