Thiel, il Papa e l’Anticristo

Il fondatore di Palantir rilegge Ratzinger. “Credeva di vivere alla fine dei tempi”


20 LUG 26
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"Di recente ho tenuto una conferenza a Roma sul tema dell’Anticristo”, scrive Peter Thiel nell’ultimo numero di First Things. “L’Anticristo mi interessa per vari motivi, soprattutto perché nessun altro ne parla — cosa che, per la maggior parte della storia cristiana, sarebbe sembrata un chiaro segno del suo imminente arrivo. Mi aspettavo che la chiesa ignorasse i miei interventi. Non sono cattolico, non parlavo in pubblico e l’argomento mi sembrava molto al di fuori della finestra di Overton. La mia aspettativa è stata delusa. Il gruppo di paparazzi fuori dalla sede della conferenza (teoricamente segreta) suggeriva che i miei discorsi non fossero così privati come avevo sperato. Un sacerdote che non aveva partecipato alla conferenza si è chiesto pubblicamente se dovessi essere bruciato sul rogo per eresia (seppure una ‘eresia politica contro il consenso liberale’). Lo dico non per autocelebrazione o autocommiserazione, ma perché mi ha fatto provare una maggiore simpatia per papa Benedetto XVI. Permettetemi di spiegare. Non sono venuto a Roma per cercare di essere più cattolico del Papa, ma speravo, anche come protestante, di essere più cattolico del cattolico medio. Per superare questa soglia, come ho spiegato nelle mie conferenze, basta ascoltare papa Benedetto non solo quando parlava ex cathedra, ma anche quando parlava sotto voce. Lo si sente sussurrare, e poi gridare: il mondo sta finendo. Benedetto credeva di vivere alla fine dei tempi. Questa affermazione ci sciocca, perché Benedetto ha scelto di non parlarne apertamente fino agli ultimi anni della sua vita, quando aveva già rinunciato al papato, i suoi alleati erano stati epurati dalla leadership vaticana e quasi nessuno lo ascoltava più. Non sapremo mai perché abbia aspettato. Forse temeva di compromettere la sua autorità, che si basava sul suo brillante acume accademico, e nulla suona meno rispettabile dal punto di vista accademico che predicare il giorno del giudizio.
Più generosamente, Benedetto potrebbe aver pensato che le sue previsioni apocalittiche sarebbero diventate profezie autoavveranti, sconvolgendo il suo gregge e allontanandolo dalla chiesa. Ironia della sorte, un’onesta discussione sul nostro momento apocalittico avrebbe risuonato con maggiore forza soprattutto tra i giovani. Benedetto avrebbe potuto insegnare ai giovani le particolarità dell’apocalisse biblica, inclusa la pace e la sicurezza totalitarie che la precedono. Una discussione del genere avrebbe rivelato ragioni di speranza, mentre cerchiamo il coraggio di ‘non allarmarci’ (Mt 24,6). Non si può immaginare una persona più qualificata di Benedetto per guidare tale conversazione. Ora dobbiamo farne a meno (…) Nel 1969 Ratzinger nominò alla radio diverse ‘crisi’ che assediavano la chiesa. L’erosione positivista della ‘domanda sull’esistenza di Dio’ catalizzò ‘la crisi del presente’, ‘la crisi del nostro concetto di realtà’, ‘la crisi generale del pensiero’ e ‘la crisi del Modernismo’. Queste crisi della mente e dell’anima avrebbero presto, predisse, decimato la chiesa: ‘Dalla crisi di oggi emergerà la chiesa di domani — una chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ricominciare più o meno da capo’.
Nel 1988 una folla a Manhattan assistette a un Ratzinger meno riservato. Portato a New York dal fondatore di First Things Richard John Neuhaus per tenere la Erasmus Lecture del 1988, iniziò il suo discorso ‘L’interpretazione biblica in crisi’ suonando la tromba: ‘Nella Storia dell’Anticristo di Vladimir Solov’ëv, il nemico escatologico del Redentore si raccomandava ai credenti per il fatto di aver conseguito il dottorato in teologia a Tubinga e di aver scritto un’opera esegetica riconosciuta come pionieristica nel campo’ (…) Quando Benedetto divenne Papa, il pubblico per i suoi ammiccamenti e accenni si ampliò da cardinali e teologi libreschi all’intero mondo. Benedetto portò l’Anticristo nei titoli dei giornali quando chiese al cardinale Giacomo Biffi di tenere le meditazioni quaresimali del 2007 alla leadership vaticana. Biffi aveva l’abitudine di menzionare l’Anticristo durante il suo episcopato a Bologna, e acconsentì con un discorso privato sul racconto di Solov’ëv. Più tardi nello stesso anno, Benedetto ha nuovamente ventriloquizzato alcuni pensieri sull’Anticristo nella sua enciclica Spe Salvi. Questa volta ha citato alcune parole insolitamente apocalittiche di Immanuel Kant: ‘Se un giorno il cristianesimo dovesse cessare di essere degno di amore allora il modo prevalente nel pensiero umano sarebbe il rifiuto e l’opposizione ad esso; e l’Anticristo inizierebbe il suo — per quanto breve — regno’. Questi parossismi apocalittici fanno sembrare Benedetto un predicatore battista del fuoco e dello zolfo. Sebbene siano rari, è strano che giacciano dimenticati tra i suoi sessantasei libri e numerosi discorsi (…) Nella nostra gerontocrazia, gli ottanta sono i nuovi diciotto, l’età in cui si può finalmente comportarsi da adulto irresponsabile e dire ciò che si pensa. E nella sua senescenza, Benedetto ha iniziato a parlare con la chiarezza che aveva fino ad allora riservato solo ai suoi lettori più stretti. Ha detto a Peter Seewald nell’intervista del 2018: ‘La società moderna sta formulando un credo anticristiano e chi vi si oppone viene punito con l’esclusione sociale. È naturale temere questa potenza spirituale dell’Anticristo e ha davvero bisogno dell’aiuto delle preghiere di un’intera diocesi e della chiesa universale per resistervi’. Tre anni prima, dal nulla, il politico slovacco Vladimír Palko aveva ricevuto una lettera da Benedetto che lodava il suo libro Die Löwen Kommen (‘I leoni stanno arrivando’). La lettera includeva queste parole: ‘Vediamo come si espande il potere dell’Anticristo, e possiamo solo pregare che il Signore ci dia pastori forti che difendano la sua chiesa in quest’ora di necessità dal potere del male’- Chiunque rifletta abbastanza a lungo sull’Anticristo identifica un candidato specifico. Benedetto resistette alla tentazione di basso livello di nominare il suo sospetto. Ma ci ha lasciato indizi. Una possibilità, ovviamente, è il papa liberalizzatore che gli è succeduto. Secondo Gioacchino, l’Anticristo avrebbe assunto il papato dopo un papa virtuoso. Diversi gioachimiti credevano che papa Celestino V, che come Benedetto abdicò a ottantacinque anni, fosse questo buon papa, rendendo il suo successore, Bonifacio VIII, l’Anticristo. Benedetto sapeva tutto questo quando nel 2009 depose il suo pallio papale sulla tomba di Celestino, una settimana dopo aver tenuto una lezione sulla teoria di Ticonio della chiesa bipartita. Benedetto credeva che papa Francesco fosse l’Anticristo? Per quanto allettante sia questa teoria, Benedetto sospettava qualcun altro. L’Anticristo di Solov’ëv è un teologo liberale nietzschiano che, come Benedetto aveva menzionato nella sua Erasmus Lecture, seduce i suoi seguaci anche grazie al suo dottorato onorario in teologia all’Università di Tubinga. Questo ultimo dettaglio divertiva Benedetto — lo ha sottolineato di nuovo nel suo libro del 2007 Gesù di Nazaret — forse perché lui stesso aveva insegnato a Tubinga dal 1966 al 1969. Ma se ci fermiamo qui, perdiamo l’intenzione più sottile di Benedetto. Hans Küng era un sacerdote carismatico e collega di Ratzinger a Tubinga (dove Küng insegnò dal 1960 al 1996). Küng servì all’età di trentaquattro anni come uno dei più giovani periti (esperti) al Concilio Vaticano II, che adottò molte delle sue raccomandazioni. Küng in seguito sostenne l’eutanasia, negò l’infallibilità papale, ricevette un’accoglienza calorosa da John F. Kennedy alla Casa Bianca e fu bandito dall’insegnamento della teologia cattolica da Giovanni Paolo II. Influenzò la chiesa più del papa medio.
Il ‘World Ethos’ pan religioso di Küng fissò l’agenda per l’incontro del 1993 del Parlamento delle Religioni a Chicago. Robert Spaemann, un filosofo cattolico che aveva tenuto lezioni sulla storia dell’Anticristo di Solov’ëv ed era un amico di Benedetto, stroncò il concetto di Weltethos nel 1996. ‘Aleggiava su tutto’, scrisse Spaemann, ‘il nome di un professore di teologia di Tubinga’. Come l’Anticristo, il cui slogan è ‘pace e sicurezza’ (1 Ts 5,3), il Weltethos di Küng mirava alla pace mondiale: ‘Nessuna pace tra le nazioni senza pace tra le religioni. Nessuna pace tra le religioni senza dialogo tra le religioni’. Un’ossessione per la pace distingue allo stesso modo l’Anticristo di Solov’ëv da Cristo: ‘Cristo ha portato la spada’, dice l’Anticristo. ‘Io porterò la pace’. Quanto a Ratzinger, considerava questi argomenti così persuasivi che nel dibattito del 2004 con Jürgen Habermas, invece di confutare Küng, si limitò a indirizzare i lettori al saggio di Spaemann. La guerra silenziosa di Benedetto contro Küng, iniziata negli anni ‘60 a Tubinga, segna il fronte di una battaglia che infuria almeno dagli anni ‘60 del Duecento. Su questo campo di battaglia si sono trovati Solov’ëv e Nietzsche, e prima ancora Bonaventura e Tommaso, discutendo questioni che riguardavano il destino del mondo. Nulla avrebbe sorpreso meno Ratzinger e Spaemann del fatto che l’Anticristo fosse apparso come un collega accademico come Küng. Oggi tutti e tre gli uomini sono morti, e l’idea che l’Anticristo possa stare scribacchiando da qualche parte in un’università sembra antiquata e sciocca. Nessuno scrive o pensa con la sottigliezza e la potenza di questi tre uomini, e se qualcuno lo facesse, nessuno se ne accorgerebbe. L’errore di Benedetto nel presupporre che le idee avrebbero sempre contato può essere stato un errore da gran maestro — ma è stato comunque un errore. Possiamo scusare Benedetto l’accademico per aver creduto che il suo mondo sarebbe durato per sempre, ma per Benedetto il cristiano è stato un grave errore. Platone, Aristotele e i filosofi che li seguirono scrissero tra le righe sulle questioni permanenti. Scrissero non solo per i loro brillanti contemporanei, ma per le persone che amano pensare in ogni tempo e luogo. Affermarono l’eternità del mondo e non dubitarono che il futuro avrebbe portato nuovi studenti con l’intelligenza e il tempo per dedicarsi al lunghissimo, mai facile, ma sempre piacevole lavoro dell’interpretazione proprio del filosofo. Ma il cristiano sa che nulla dura per sempre, perché questo mondo ha un inizio e una fine. L’apocalisse arriva prima o poi. Quando il tempo è breve e l’ora tarda, chi può sperare nella salvezza nella reticenza filosofica?”.

(Traduzione di Giulio Meotti)