Cultura
Una dedica a Venezia •
Brodskij, che si diceva gatto e sentiva nelle alghe l’odore della felicità
L'autore non è più con noi, sono trent’anni esatti quest’anno. Ma lo è ogni pagina di questo libro miracoloso, piccolo e smisurato, che comincia con le alghe e finisce con l’amore: “Fondamenta degli incurabili”
27 GIU 26

Iosif Brodskij (Getty)
L’odore della felicità per Iosif Brodskij? Alghe marine sottozero. Ce lo confessa nel secondo capitolo di Fondamenta degli incurabili. Lui che veniva dalle paludi baltiche “dove / onde grigie di zinco vengono due a due”, ci parla di quell’odore come del primo segnale d’elezione che gli inviò “l’Adriatico selvaggio veneziano” (copyright Umberto Saba, letto in russo) al momento del suo primo sbarco, in una gelida sera di dicembre, negli anni Settanta. “Di notte, in terra straniera, l’infinito comincia con l’ultimo lampione”. Proprio così: e mentre se ne sta lì ad aspettare che un’amica lo vada a prendere, sbircia nell’acqua torva, “forma condensata del tempo”, un ciuffo di alghe che si aprono a ventaglio.
Iosif Brodskij non è più con noi, sono trent’anni esatti quest’anno. Ma lo è ogni pagina di questo libro miracoloso, piccolo e smisurato, che comincia con le alghe e finisce con l’amore, che è “più grande di chi ama”. Questa firma sull’acqua in forma di divagazione, che da Venezia parte e al Tutto perviene, passando per Pietroburgo e New York, citando Calvino e Haydn, attraversando calli che “si riempiono come vasche da bagno” tra mostri angelici e cherubini mostruosi, è la dimostrazione che Venezia è ogni cosa: tempo, forma, sguardo. E scrittura. “In un certo senso, tutti noi lavoriamo per un dizionario” disse Brodskij nel 1987 alla Wheatland Foundation di Vienna, parlando di scrittori. “La letteratura, infatti, è un dizionario della lingua nella quale la vita parla all’uomo”. (E adesso trovatela, una definizione migliore).
Ma chi era Iosif Brodskij? Per farla breve, un genio. Uno dei più grandi poeti russi del Novecento, per dirla con le antologie. Un premio Nobel, a scorrere gli annali svedesi. Ma si può fare di meglio: tanto per cominciare, un esponente importantissimo di quella generazione che ha compiuto ciò che nemmeno doveva cominciare, nata nel momento in cui i forni crematori di Auschwitz lavoravano a pieno regime, così come i gulag di Stalin. Un uomo di Pietroburgo (Leningrado, nel 1940), la grande capitale della letteratura russa. Nei suoi ricordi della città, “strade interminabili, facciate con fori di pallottole dietro le quali – in mezzo a vetusti pianoforti, tappeti consunti, rimasugli di arredamenti – una tenue vita ricominciava dopo l’assedio”. Città di superfici liquide come Venezia, con l’aria “di un grande egoista preoccupato esclusivamente del proprio aspetto”. Marmo e acqua. La Grecia, Roma, l’Egitto: era tutto lì.
Anche il comunismo. Che lo perseguitò, lo spedì in Siberia e in numerosi ospedali psichiatrici. Brodskij se ne andò dalla Russia nel 1972. Disprezzava Lenin già a sei anni, esposto com’era all’infestazione della sua immagine onnipresente. “Eccolo sui francobolli: trentenne, calvo e impettito, con la faccia atteggiata a un’espressione che non significava niente e poteva essere scambiata per tutto”. E pensava che se avesse vissuto più tempo a Pietroburgo, Lenin sarebbe diventato più saggio. Ma visse in Germania e in Svizzera, “a covare le sue teorie politiche”, ed è raro – concludeva – che una sconfitta allarghi le prospettive.
Brodskij pensava che il talento non ha bisogno della Storia. E che i poeti russi – Mandel'štam, Cvetaeva, Achmatova (“mi deviò la mia èra poderosa”) – sarebbero stati grandi anche senza aver conosciuto la rivoluzione sovietica e il suo orrendo prezzo di realtà.
Aveva questa faccia da Pnin, il professore russo sperso negli Usa dell’omonimo romanzo di Nabokov, che cerca una chiave per aderire alla nuova vita e un po’ la trova e un po’ no. Era “un cattivo ebreo”, diceva, perché citava il Nuovo più spesso che l’Antico Testamento. Odiava la scuola e la mollò a 15 anni, ma dal 1972 avrà una cattedra all’Università del Michigan. “Una scuola è noia, con sprazzi di panico”, scriveva nel mémoir Fuga da Bisanzio. In gioventù fu fuochista, uomo delle autopsie, guardiano di un faro. E dirottatore mancato di un aereo che, da Samarcanda, avrebbe dovuto portarlo in Occidente. Gli mancò il coraggio, ma dirottò nella sua lingua poetica l’architettura, la metafisica, il mito, senza cedere al culto minimalista delle rovine, del nulla è più possibile, della voce strozzata. Aveva, invece, una voce piena, levigata e colta, Iosif Brodksij. Si definiva saggista inglese e cittadino americano. Non ha mai risposto a una domanda in modo prevedibile – uno spiccato spirito di contraddizione lo aiutò moltissimo. “Io sono un gatto”, dichiarava in Fondamenta degli incurabili. E ci credeva davvero.