Isaak Babel’, che da Odessa reinventava il mondo

Fucilato nel gennaio del 1940 dopo anni di persecuzioni, sequestri di materiale e volgari intimidazioni e riabilitato nel 1954 dopo la morte di Stalin, l'autore russo è una benedizione per il lettore, purtroppo impartita solo a metà

23 MAG 26
Immagine di Isaak Babel’, che da Odessa reinventava il mondo

Foto Wikipedia Commons/Adam Jones

Isaak Babel’, ovvero: il russo che sapeva ridere. Forse perché era nato a Odessa, città indomita, verso la fine del Diciannovesimo secolo. Aveva gli occhiali sul naso ma non l’autunno nell’anima. E una zucca grossa, tonda, calva. Amava i cavalli, non conosceva l’avarizia, prestava denaro a destra e a manca ed era convinto di due cose: che si sbagliassero tutti, compreso Dio, per esempio quando aveva mandato gli ebrei in Russia perché ci soffrissero come all’inferno, e che si dovesse bere una bottiglia di vino al giorno. “Non siamo nati per essere infelici”, scriveva. Il paradiso per lui era la Francia, Parigi, che amava per interposto Maupassant, suo scrittore di riferimento, e nonostante nella capitale francese vivessero sua moglie e sua figlia, in una lettera ammetteva “è qui che io devo lavorare”.
Isaak Babel’ è tutto in questo “qui” che significava Odessa, o meglio la Moldavanka, “che è ancora più di Odessa”, quartiere ebraico a ridosso del porto, protagonista di quasi tutti i suoi racconti e di almeno quattro dei nove, tutti autobiografici, che compongono questa bellissima raccolta intitolata Storia della mia colombaia (pp. 148, 13 euro) che Quodlibet manda in libreria e che non bisogna farsi scappare.
La prima ragione è la grande vitalità che ciascun racconto trasmette, la pura gioia della lingua di un grande scrittore che rifà il mondo e anzi, lo raddoppia e lo triplica, lo reinventa in nome del realismo romanticizzante di cui fu maestro, servendosi spesso di iperboli smaglianti per celebrare quell’estasi tutta babeliana dello stare al mondo – stiamo parlando dell’unico responsabile del fatto che nella letteratura russa esistano descrizioni del sole davvero gioiose e limpide.
Un’altra ragione è che compongono quasi un romanzo breve, essendo cronologicamente consequenziali: due raccontano l’infanzia, tre l’adolescenza, quattro la giovinezza. Il più divertente è Risveglio, storia di come non si diventa bambini prodigio in una città che, invece, sfornava bambini prodigio e futuri geni della musica. “Non appena un bambino compiva quattro o cinque anni, questa gracile e minuscola creatura era condotta dal signor Zagurskij. Zagurskij capeggiava una fabbrica di bambini prodigio, una fucina di nanerottoli ebrei coi colletti di merletto e le scarpe di vernice. Andava a scovarli nelle catapecchie della Moldavanka”.
I capolavori della raccolta sono due: quello che la intitola, cioè Storia della mia colombaia, che racconta lo scoppio di un progrom nel 1905, proprio mentre il protagonista, che ha nove anni, torna a casa coi suoi agognati colombi, per farsi regalare i quali ha studiato come un pazzo così da poter superare l’esame e accedere alla classe preparatoria del ginnasio di Nikolaev, col suo misero cinque per cento di posti a disposizione degli ebrei; e Il mio primo onorario, di cui Dichiarazione è la versione breve – la bozza iniziale? la versione finale? – e che racconta di un’iniziazione sessuale e artistica: in una sola notte un giovane scrittore andrà con una prostituta e troverà, una volta per tutte, il significato di scrivere. (Fidarsi a occhi chiusi di uno scrittore che racconta storie postribolari e non ci ricama su, paragonando la letteratura ai favori di una puttana. E poi il racconto ha un incipit indimenticabile, questo: “Vivere in primavera a Tbilisi, avere vent’anni e non essere amato è una sciagura, e questa sciagura era capitata a me”).
Fucilato nel gennaio del 1940 dopo anni di persecuzioni, sequestri di materiale e volgari intimidazioni e riabilitato nel 1954 dopo la morte di Stalin, Babel’ è una benedizione per il lettore, purtroppo impartita solo a metà. Il sequestro e la distruzione delle sue carte ci permettono solamente di immaginare le possibilità letterarie che covavano nella sua penna. E quanto ancora avrebbe potuto scrivere, con quell’amore ardente e carnale, mai concettuale e in alcun modo astratto, per la vita e le leggi di questo mondo, leggi che uno come lui è stato capace di farci accettare, tenendo insieme, vicine e quasi sovrapposte, giovinezza e morte, volgarità e bellezza, turpitudine e candore. Isaak Babel’ aveva capito la vita – tutta la vita – e aveva solo cominciato a raccontarla.