Se ci sta a cuore il confronto artistico, alla Biennale facciamoci da parte noi

Dobbiamo decidere se l'arte e la cultura sono l'ultimo territorio dove le sole armi sono il dibattito e lo scontro d'idee o se anche qui valgono le strategie geopolitche che regolano il mondo. Se questa è l'unica opzione, che si disertino i propri padiglioni, senza se e senza ma

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7 APR 26
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Una immagine della facciata del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale di Venezia, 13 Marzo 2026. ANSA/ANDREA MEROLA

Se io arrivo a una cena e c’è una persona, o più persone, che ritengo criminali ho due opzioni: girare i tacchi e andarmene o fregarmene e restare. Quindi il vero problema non è né la Biennale, né Buttafuoco, né il ministero dei Beni culturali, né Giuli. Il vero problema sono gli artisti, noi curatori e tutta la tribù del sistema dell’arte che non ha il coraggio di lasciare la festa e neppure di accettare il vero, reale, realistico dato di fatto che in realtà ce ne freghiamo e siamo disposti a digerire quasi tutto pur di non rinunciare al teatro, quel festone di società che è la Biennale. Sono i cattivi a dover lasciare la festa, Russia, Iran, Stati Uniti, Israele, per fare solo quattro nomi d’ufficio, ma ce ne sono sicuramente altri a seconda dei propri flessibili criteri morali. Ora sarebbe magari arrivato il momento di scendere dal treno ad alta velocità dell’ipocrisia e decidere se l’arte e la cultura sono l’ultimo territorio dove le uniche armi sono il dibattito, la polemica e lo scontro d’idee o se anche in questi territori valgono le strategie geopolitiche ed economiche che regolano il mondo e provocano guerre per le quali bisogna per forza scegliere da che parte stare. Se quest’ultima è l’unica opzione, i buoni o chi pensa di sentirsi buono diserti la prossima Biennale lasciando vuoti i propri spazi e i propri padiglioni senza se e senza ma. Altrimenti tutto quello che stiamo ascoltando fa ridere i polli. Inoltre non mi stancherò mai di ricordare che nessun artista, che io sappia, nel padiglione nazionale che si è definito in favore del popolo e dello stato palestinese ha offerto di togliersi di mezzo per far posto ad un padiglione palestinese.
Non in qualche sperduto magazzino in qualche sperduta calle ma nell’epicentro della Biennale, ai Giardini o all’Arsenale. Essere pro o contro qualcosa funziona se si ha la coerenza di far seguire alle posizioni teoriche fatti concreti. Svuotare la Biennale da noi stessi facendo posto ad altri mi pare che sarebbe il modo più efficace per dare efficacia a questa novella dello stento politico culturale. Se non si vuole assumersi dei rischi, assumersi delle responsabilità con delle conseguenze mi sembrerebbe dignitoso e necessario. Detto questo, non dico che io farei quello che predico, fossi nelle condizioni di farlo, ma nemmeno firmerei un editto o un documento per cacciare ospiti legittimi se pur indesiderati. Capisco pure che spesso alla Biennale si è invitati una volta sola, come alla Prima della Scala, lasciare il posto vuoto per protesta o a qualche altra persona non è facile. Allora mettiamoci l’anima in pace e ascoltiamo il Don Giovanni di Mozart fino alla fine quando tutti cantano in coro “Viva la Liberta!”. O forse è meglio ricordare quello che diceva il grande poeta russo Joseph Brodsky: fai tesoro delle tue connessioni umane, dei tuoi rapporti con amici e familiari. Anche con quel tuo cugino super strano e inquietante.