Biennale o tribunale. Confondere democrazie e tirannie è un gran pasticcio

Artisti inquisitori nel nome preteso di pace e giustizia. Sarà complicato venire a capo di questo guazzabuglio pieno di equivoci e affermazioni temerarie

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4 APR 26
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Foto ANSA

Pietrangelo Buttafuoco voleva la tregua dell’arte, è scoppiata la guerra degli artisti. La posizione del presidente della Fondazione Biennale non era incomprensibile: non tolgo il diritto di praticare il terreno della cultura ad alcuno, compito di un’istituzione culturale mondiale è al contrario organizzare l’incontro liberale sul terreno che solum è suo. Una dichiarazione di neutralità. Alle autorità politiche non si poteva d’altra parte negare il diritto di verifica sul regime sanzionatorio nei confronti di chi ha aperto un fronte di guerra d’aggressione in Europa, come hanno affermato il ministro della Cultura italiano e i suoi omologhi di Bruxelles. E resta naturalmente il pieno agio o facoltà di dissentire e protestare contro un’immagine di arte di stato al servizio di un’autocrazia imperialista. Detto questo, colpisce la sicurezza di sé e della propria opinione nell’ultima insurrezione intellettuale contro le scelte della Biennale, una lettera dall’interno della Fondazione firmata da curatori e performer di prestigio, in cui si invoca l’esclusione di Russia e di Israele e degli Usa, in nome del rigetto di crimini di guerra e genocidi e del rifiuto della neutralità invocata da Buttafuoco: lo spazio dell’arte sarebbe l’ultima incarnazione degli ideali di pace e giustizia, non si può convivere con il genocidio, bisogna escludere i paesi che violano il diritto internazionale.
Sarà complicato venire a capo di questo guazzabuglio pieno di equivoci e affermazioni temerarie (l’uso del termine genocidio è la peggiore infamia). L’impressione però è che i firmatari di questa nuova convenzione pacifista, ma belligerante, facciano una gran confusione su un punto molto sensibile. Non esiste una legislazione o un tribunale internazionale che possa decidere della storia del mondo e del percorso dell’arte e della cultura in questa storia. La neutralità ha i suoi costi, tra i quali quello controverso che la Biennale è disposta a pagare, la rinuncia alla solidarietà con la resistenza a un’aggressione. La pretesa di decidere del bene e del male politico, e di attribuire il male allo stesso titolo a un’autocrazia che aggredisce il suo vicino democratico (Russia) e a due paesi che si battono contro un regime terrorista che pretende il possesso dell’arma nucleare per eliminare dalla faccia della terra il grande Satana occidentale il piccolo Satana ebraico (Usa e Israele), è intellettualmente e razionalmente sconcertante. Per non dire di un altro aspetto della faccenda: se gli artisti diventano inquisitori virtuisti in nome della nozione di pace e giustizia che abbracciano i firmatari della lettera, quale paese al mondo si salva e si conferma in grado di partecipare allo spazio libero dell’arte? Stati e nazioni hanno armi e le producono e commerciano, promulgano leggi che rendono l’aborto un diritto civile omicidiario, governano sistemi carcerari infami, funesti, respingono in vari modi e con conseguenze spesso devastanti l’immigrazione illegale condannando alla morte liquida donne vecchi e bambini, subiscono e tollerano le diseguaglianze sociali, il legno storto dell’umanità non concede ad alcuno il diritto di chiamarsi fuori quando l’artista si proclami araldo e arbitro della distinzione tra bene e male, incurante delle leggi di necessità della storia politica in nome della sua morale pura. E dunque? O ci si rassegna all’idea che esiste una violenza bellica per sua natura e intenzione risarcitoria e giustiziera, che bisogna scegliere tra amico e nemico sulla base di criteri politici chiari, oppure tanto vale che i firmatari dichiarino nulla la possibilità di collaborare a qualunque incontro di cultura e di arte internazionale nel mondo com’è e non come si vorrebbe che fosse.