Incubo di carta

Mariarosa Mancuso

Ognuno ha gli incubi che si merita. Vale per tutti la storia della fanciulla che sogna di essere inseguita da un satiro. Scappa per mettere in salvo la virtù, il satiro la insegue perché “è nella sua natura”, ma dopo un po’ si scoccia e sbotta “signorina, dopotutto è lei che mi sogna”. Chi è preso dal “furore di aver libri” – copyright Gaetano Volpi, anno 1756 – e da tempo ha superato la modica quantità, non conosce storia più spaventosa di “Auto da fé”. L’unico romanzo di Elias Canetti, pubblicato nel 1935 (con un po’ di fatica) dallo scrittore nato in Bulgaria. Ebbe poi il passaporto britannico, e scriveva in tedesco, “La lingua salvata” che dà il titolo all’autobiografia, amatissima perché i genitori sefarditi la usavano come linguaggio privato.

 

“Auto da fé” è un incubo librario, protagonista un sinologo di nome Peter Kien. Alla prima lettura (giovanile, da tempo turba i nostri sonni) lo abbiamo immaginato come un vecchio bacucco. Scopriamo adesso che ha quarant’anni – con vero terrore, altro che tornare nella casa dell’infanzia, trovarla rimpicciolita e struggersi di nostalgia. Kien ha murato le finestre dei suo appartamento, così ha più spazio per sistemare i libri, che tiene in ordine perfetto e guai se qualcuno osa toccarli. La luce viene dai lucernari, per non far torto a nessuno dei preziosi volumi (ne guadagnano anche i colori delle copertine).

 

I libri in ordine non li abbiamo mai avuti. Ma abbiamo avuto inquilini dei piani di sotto che a furia di vedere una maniaca che portava al quarto piano sacchetti e sacchetti pieni temevano che l’appartamento sprofondasse. La domanda “ma ti servono tutti?” l’aveva già sbrigata a suo tempo Umberto Eco, eppure torna sempre fuori, non solo da parte della donna delle pulizie che li dovrebbe spolverare. Mai abbastanza. Un trasloco lasciò sulla parete ormai nuda le sagome nere di varie dimensioni: quando ne abbiamo vista una simile esposta al Museo del Novecento di Milano c’è venuto un colpo. Comunque, per tornare sulla questione: son serviti come antidoto alle conversazioni da sbadiglio. Internet non migliora le cose: ruba tempo, è vero. Ma mettere le mani su un libro esotico – sui nostrani per brutte esperienze abbiamo meno curiosità – senza ordinarlo in libreria aumenta le voglie.

 

Kien il sinologo si era preso in casa una governante, una certa Therese. “Stipendio, questione secondaria”, concludeva l’annuncio. Dettaglio che ingolosisce anche la donna diffidente verso “le bugie che si pubblicano sui giornali” (“promettono mari e monti, e una poi non fa in tempo a entrare in casa che si ritrova bell’e violentata”). La sciagurata viene assunta, accarezza un libro fingendo di volerlo leggere, e l’incubo ha inizio. Kien la sposa, e Therese pretende una vera camera da letto (al lettore seriale bastava un divano). Vuole un paio di stanze tutte per sé, e comincia a sottrarre via via i libri per andarseli a rivendere. Nel seguito arrivano altri loschi figuri, e altre disgrazie, tutti meno spaventosi della serva-padrona.

 

A ripensarci vengono le lacrime. Ne versammo altre guardando – a un’età impressionabile, ma già dipendente dai romanzi – un episodio della serie anni 50 “Ai confini della realtà”. “Tempo di leggere”, protagonista un impiegato di banca sposato con una virago che gli cancella i libri. Non li butta via, proprio li cancella riga per riga: allora non ci sembrò una citazione di Emilio Isgrò ma solo perfidia. Il poveretto nel caveau della banca sopravvive a una catastrofe nucleare, ma nella sfida pregusta mucchietti di libri recuperati dalla biblioteca. Afferra il primo, e gli cadono gli occhiali per terra. Peggio che morire.

 

Rafforzati da simili prove, abbiamo letto senza patemi “Manaraga” di Vladimir Sorokin, romanzo tutto a base di book’n’griller, cuochi che bruciano volumi preziosi per insaporire le loro specialità (imparare a cucinare mai, neanche in futuro, prendiamo atto). Adesso abbiamo il Kindle, le pagine bruciate non spaventano più. E i libri non li abbiamo mai annusati, leggerli dava più gusto.

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