La mattina del 2 maggio 2015 decine di milanesi, poi centinaia e migliaia, erano già scesi nelle strade con secchi e scope per ripulire la città devastata dai black bloc. Il 1° maggio, mentre si inaugurava Expo2015, la falange anarco-teppista aveva sfasciato vetrine, incendiato auto, imbrattato muri. Il sindaco Giuliano Pisapia – che Expo se l’era trovata in eredità, e non aveva fatto capriole di gioia – non perse tempo e invitò cittadini e mondo politico a difendere la città. Il 3 maggio la manifestazione di ripulitura “Nessuno tocchi Milano” guidata da Pisapia con 20 mila milanesi fu una grande dimostrazione di orgoglio e senso civico ambrosiano. Forse l’ultima. Non fu un’iniziativa partitica, sebbene Lega e Forza Italia non vollero aderire, dando prova di aver perso la lungimiranza civica.
Anno 2026. A tre giorni dalle devastazioni e dai
saccheggi di Milano da parte di un’orda di minorenni, secondo i disarmanti e conniventi ideologi del “disagio giovanile” è stata una specie di santa Crociata dei fanciulli (finì in un disastro di fame e morti, altro che felpe gratis), a ripulire Milano e a rivendicarne la dignità civile e il rispetto di cose e persone non è sceso in strada nessuno. Nessun sindaco, nessun candidato sindaco. A parte un presidio sgangherato della destra con La Russa, Letizia Moratti e i wannabe candidati a Palazzo Marino Silvia Sardone e Matteo Perego. Oggi è prevista una manifestazione della Cgil, con adesione del Pd e sigle di sinistra, con Sala e Calabresi e Majorino: ma è per “la coesione sociale”, titolo “Milano non vuole la violenza”.
Riprendersi con pragmatismo e un po’ d’orgoglio la città è tema uscito da ogni visuale politica. Il confronto con la mobilitazione popolare di undici anni fa è impietoso. Può darsi che i milanesi siano diventati più distratti o impauriti, e anni di narrazione colpevolizzante su Milano hanno lasciato il segno: non è mancata nemmeno la Schadenfreude per le vetrine spaccate. Ma è soprattutto l’assenza della politica a impressionare. Non è sceso in strada con la ramazza Beppe Sala, si è barcamenato tra condanna e comprensione. Comprensibile anche lui, uscente. Ma i suoi successori? I partiti?
Il sindaco, certo, deve tener botta a sinistra ricompattandola in zona di Schlein, e deve tenere testa al ministro dell’Interno Piantedosi, che oggi sarà in città per provvedere alla sicurezza con
500 soldati, truppa scelta pur con qualche anno di ritardo. Ma Sala è ancora in chief. Mario Calabresi ha invece perso la prima buona occasione per intestarsi una leadership civica che vada oltre i confini di schieramento: “La guerriglia è sempre da condannare, ma ascoltiamo le proteste”,
come se anziché dodicenni dediti al saccheggio avesse di fronte degli allievi di Schopenhauer, non è uno slogan di grande presa. Il suo rivale un po’ più a sinistra Pierfrancesco Majorino ha spostato la palla verso il campo largo neutro, “la rabbia giovanile si cura investendo sull’educazione”.
Il più a sinistra degli aspiranti Lorenzo Pacini ha mandato avanti Giorgia Rossi, la sua responsabile del tavolo dei diritti per Rivoluzione Milano, diventata (obiettivo centrato) virale per essersi messa sui social mentre litiga con gli agenti: “Chiedetegli i documenti come a persone civili”. Quelli che sfondano le vetrine. C’era una volta l’Expo. L’importante è non accarezzare contropelo i crociati fanciulli e la sociologia onnicomprensiva. A ricucire gli strappi fisici e simbolici di Milano ci penserà qualcun altro. Insomma il nulla nel deserto, in una città ferita. Non solo nell’orgoglio e nei negozi “del lusso” (chi ha fame assalta i forni, “pan e giustizia!”, narrava Manzoni, e non Under Armour). Ma soprattutto colpita nel suo senso di civiltà, prima ancora che di sicurezza.
E’ scomparsa dal discorso politico la capacità di saper dire anche alla protesta estrema che c’è spazio per entrare; e se invece lo spazio risulta poco, ci si può stringere o allargare. Che è sempre stata la formula magica milanese: tutto sta a non disfare quel che c’è già. Il segreto della sinistra riformista di Milano, e anche di qualche giunta di centrodestra. Un modo per insegnare persino ai tredicenni di seconda, terza o N generazione (ma c’erano anche quelli che nemmeno Vannacci potrebbe remigrare) la legge economica fondamentale: “Chi volta el cùu a Milan, el volta el cùu al pan”. Invece, nessuna capacità di provare a dire a chi ha saccheggiato “contro il caro vita” (ma la banlieue di Milano, detto per esperienza, non è Ouagadougou) che esiste una possibilità diversa. Il mantra è che bisogna ascoltare, per non scoprire il fianco sinistro agli strali di Concita De Gregorio: “Togliere lo sguardo dalle vetrine e tenerlo sui ragazzi”.
Insegnare ai ragazzi a rispettare le vetrine (lo sapranno che al Decathlon non lavorano commessi milionari, ma magari genitori come i loro?) sarà un problema di altri. Non certo di chi si candida a guidare il “cambiamento” parola magica, della città.
Del centrodestra si è già detto, la visione costruttiva e condivisa necessaria a una comunità complessa l’ha smarrita da tempo. Le parole d’ordine securitarie non sono tutto. Il candidato di Forza Italia Perego di Cremnago si è fatto tramite della proposta di portare 500 militari a Milano, del resto è un sottosegretario di Crosetto alla Difesa. Ma a parte qualche slogan come “remigrazione” o “punire severamente” non c’è segnale di sapersi intestare anche una prospettiva che allarghi i confini sociali e fisici. Silvia Sardone ha chiesto le dimissioni di Pacini dal Municipio 1, ma persino Vannacci è arrivato in ritardo coi suoi proclami: “Chi prepara attacchi alla polizia con azioni paramilitari porta il terrorismo in piazza. Per noi questo è terrorismo e per noi la risposta deve essere il pugno duro”. Dall’altra parte c’è una sinistra che da anni, e giustamente, accusa il governo di non occuparsi di sicurezza, ma appena arriva l’idea di mandare più militari c’è Sala che si incarica di contestare la scelta: “Non tutto si risolve con la repressione”. Nel saccheggio della sloganistica elettorale, Milano somiglia molto all’Italia.