Imparare a leggere i dati sulle "morti per il caldo" contro l'allarmismo

Le temperature record non bastano a spiegare le morti attribuite al caldo: servono dati, denominatori e contesto. Tra percezioni fuorvianti, bias statistici e capacità di adattamento, la realtà è più complessa degli allarmi estivi

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Mezzo secolo di scienze cognitive ha catalogato con precisione quasi notarile i modi in cui la nostra mente s'inganna. Quel catalogo nasceva come un avvertimento. La stampa italiana sembra averlo letto come un manuale. La copertura giornalistica delle ondate di calore è uno degli esempi più istruttivi.
È sempre dall'uso delle parole che iniziano i problemi. Quando i giornali parlano di "caldo" usano come sinonimi almeno quattro concetti diversi. In fisica il calore è un trasferimento di energia e la temperatura una variabile di stato. In fisiologia conta il cosiddetto strain termico, cioè l'incapacità dell'organismo nel dissipare il calore metabolico, che dipende anche da umidità, radiazione, vento, attività fisica e abbigliamento. In psicofisica conta invece la sensazione termica, cioè il disagio percepito. L'epidemiologia, infine, non misura nessuno di questi fenomeni: usa la temperatura registrata dalla stazione meteorologica, un surrogato dell'esposizione reale.
Da qui nasce il tormentone dei "45 gradi percepiti". Il numero deriva dagli indici di calore, costruiti per approssimare quello che "proviamo" individualmente. È sempre difficile individuare un parametro oggettivo per percezioni soggettive. È fuorviante pensare che un indicatore che incorpori la dimensione soggettiva, per quanto manchevole, sia comunque la migliore descrizione della realtà a nostra disposizione. Il primo grande confronto internazionale fra metriche di stress termico e mortalità ha mostrato che la misura migliore cambia da paese a paese e che l'idea, intuitivamente plausibile, secondo cui temperatura e umidità insieme prevedono sempre meglio la mortalità rispetto alla semplice temperatura dell'aria non ha grande fondamento. Questo vuol dire che il "percepito" aggiunge pochissimo. Già uno studio del 2010, che prendeva in esame oltre cento città americane, suggeriva che la temperatura da sola fosse un migliore predittore della mortalità rispetto a temperatura e umidità insieme.
La percezione non è l'esposizione. È un meccanismo di difesa. Sentire caldo induce a bere, cercare l'ombra, aprire una finestra, rallentare l'attività fisica. Il disagio termico attiva la termoregolazione comportamentale. Le morti da caldo si concentrano soprattutto nelle persone in cui questo sistema si deteriora. L'invecchiamento compromette sia la percezione del caldo sia le risposte fisiologiche e comportamentali. Nel 2018 è stato condotto uno studio su anziani sottoposti a esercizio in un ambiente progressivamente riscaldato: la temperatura corporea aumentava sensibilmente, ma il disagio percepito cresceva molto meno del previsto. Se non si percepisce lo strain, non si cambia la propria condotta per proteggersi. È solo l'ennesimo caso che dimostra l'utilità degli stati di disagio.
Ecco allora il primo paradosso della comunicazione. I quotidiani strillano "45 gradi percepiti" per trasmettere il rischio. Ma chi muore più frequentemente appartiene alla fascia di popolazione nella quale la percezione termica è maggiormente compromessa. L'indice descrive il disagio del lettore, non quello della vittima. Non è la percezione ad associarsi alla mortalità. È, spesso, la sua assenza.
Seguono gli equivoci statistici. Il primo è la negligenza del denominatore. Se aumenta il numero degli ultraottantenni, aumenta automaticamente anche il numero assoluto delle persone vulnerabili. L'Italia ha una delle popolazioni più anziane del mondo. Gli studi epidemiologici standardizzano per età. I comunicati stampa quasi mai. Non meno problematica è la selezione sulla variabile dipendente. Se si studiano esclusivamente le ondate di calore, si osserva solo il ramo destro della curva che lega temperatura e mortalità – una relazione a U, minima a una temperatura intermedia e crescente sia verso il freddo sia verso il caldo. Si perde così di vista sia il ramo sinistro, quello del freddo, sia il punto di riferimento rispetto al quale si misura l'eccesso di mortalità.
La nostra non è una tesi "negazionista". È solo in linea con i risultati di una delle più ampie analisi epidemiologiche. Antonio Gasparrini e collaboratori, su "The Lancet" nel 2015, analizzando oltre 74 milioni di decessi in 13 paesi, stimavano che il 7,71 per cento della mortalità fosse attribuibile a temperature non ottimali. Ma di questa quota circa il 7,3 per cento era associato al freddo e soltanto lo 0,4 al caldo. Inoltre, la maggior parte della mortalità non derivava dagli estremi climatici, bensì dalle temperature moderatamente non ottimali. Le ondate fanno notizia perché hanno un nome e una data, un prima e un dopo. L'inverno no: la sua mortalità si distribuisce su mesi, senza un evento singolo da titolare. È sempre il bias della disponibilità: ciò che è vivido e circoscritto pesa di più, nella percezione, di ciò che è diffuso e prolungato.
Ci sono molte questioni sulle quali le comparazioni sono fondamentali. E altre nelle quali i confronti non informano. Come in questo caso. Confrontare il 2025 con il 1960 senza tenere conto dell'invecchiamento della popolazione, della climatizzazione delle abitazioni, del miglioramento delle cure e dei sistemi di allerta significa attribuire al clima effetti che dipendono anche dalla trasformazione della società. Allo stesso modo, nello studio di Gasparrini la frazione di mortalità attribuibile alle temperature varia enormemente da un paese all'altro, segno evidente che il termometro, da solo, spiega soltanto una parte del fenomeno. Lo mostra un lavoro di Alan Barreca e colleghi del 2016. Nel corso del Novecento l'impatto delle giornate più calde sulla mortalità negli Stati Uniti è diminuito di circa il 75 per cento, quasi interamente dopo il 1960. Gli autori attribuiscono gran parte del risultato alla diffusione dell'aria condizionata. La relazione tra temperatura e mortalità non è una costante naturale: dipende dal grado di adattamento tecnologico e sociale.
A parità di gradi, con meno anziani, più povertà, nessuna allerta meteo, nessun condizionatore, nessun pronto soccorso, niente ferie d'agosto e zero farmaci, si moriva di più. La funzione dose-risposta non è una costante di natura. Dipende dallo stock di capitale, cioè dalle "cose" e dalle tecnologie di cui disponiamo. Il che rende incoerenti le proiezioni al 2050 che fanno cambiare il clima e invecchiare la popolazione ma congelano la dose-risposta ai valori degli anni Duemila.
Milioni di persone sono esposte alla stessa temperatura senza conseguenze. La mortalità dipende dall'interazione con età, fragilità cardiovascolare, farmaci, isolamento sociale, qualità dell'abitazione e povertà energetica. Dire che una persona è morta "per il caldo" non descrive un fatto osservabile: descrive una stima controfattuale, cioè ciò che probabilmente non sarebbe accaduto in assenza di quella esposizione.
Ciò non significa che il caldo sia irrilevante. In sanità pubblica la domanda pertinente non è quale sia la "vera" causa di una morte. È su quale causa possiamo incidere. Sull'avere ottantacinque anni possiamo fare poco. Sull'avere ottantacinque anni in un sottotetto non coibentato, senza assistenza e senza climatizzazione, possiamo fare moltissimo. Questo dovrebbe essere il centro della discussione pubblica, molto più delle estati raccontate come se il termometro fosse, da solo, una sentenza.