Il caldo ha mandato tutto in blackout, anche la fabbrica impazzita delle opinioni

Il cittadino termicamente provato non vuole sapere niente, né di fatti gravi né meno gravi. L’unica formula che sopravvive è l’opinione monosillabico-evaporativa: “Boh”

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Foto Ansa

Settimane ininterrotte di caldo: quattro. Ma di quale caldo: quello mortale. Bollini neri collezionati: una decina circa. Da quant’è che annunziano l’allentamento della morsa del caldo? Perché non allenta niente? Perché dicono che piove e poi non piove? Il cittadino è avvilito. Che effetti ha su una democrazia un lunghissimo non poter credere a niente e a nessuno, manco alle previsioni del tempo?
Un mese è passato come una sberla. Obiettivi minimi, la missione di luglio per i normali – si sentano esclusi aristocratici, influencer, altissimo borghesi tutti già in vacanza, incassatori di affitti, remoteworkers che possono starsene sempre a casa e guardare il caldo al telegiornale – è funzionare fisicamente. Allo specchio non siamo più noi, il caldo ci ha fatti brutti. Siamo diversi, con gli occhi e i capelli pazzi, morti di sonno. Quest’anno so una cosa che era meglio non sapere: dopo molti giorni a ridosso dei quaranta gradi è preferibile non rivolgere la parola al prossimo, nessun prossimo. Sii gentile, non sai mai se hanno il climatizzatore in casa. Comincia qui però anche l’osservazione di un fenomeno imprevisto: col caldo va in fermo elettrico la fabbrica delle opinioni, quella dove facevamo pure i turni di notte. Ho le prove, e sono gli accadimenti delle ultime settimane. Elenco dei fatti e delle reazioni.
Un uomo risucchiato all’esterno dal finestrino rotto di un aereo, vabbè. Attentato di Ranucci forse riconducibile a Lavitola, amico suo, vabbè. Crollata di nuovo la tregua in Iran, vabbè. Vannacci, vabbè. L’opinione, contrariamente a quanto pensavo, non è un parassita che cresce pure in condizioni sfavorevoli, richiede, come i funghi, una certa temperatura di sviluppo. Ha bisogno di ossigeno e sonno notturno poco disturbato, tempo libero ed elastico. Il cittadino termicamente provato non vuole sapere niente, né di fatti gravi né meno gravi. Che ne pensi della questione x? Ma cosa vuoi che ne pensi, spegni cinque minuti questo condizionatore ché non mi sento più la schiena. Il cittadino ha scoperto un nuovo bene primario che gli hanno tolto: la corrente d’aria d’estate. Nemmeno il pulmino dello Strega l’ha distratto: fosse successo a ottobre, sai che epopea, eravamo ancora qui a fare il miniprocesso.
L’unica formula che sopravvive è l’opinione monosillabico-evaporativa: “boh”. Il boh è la risposta costituzionale estiva, io non ne ho altre e non voglio sapere niente. Chi me lo fa fare di pensare omnia vincit. Perché il caldo fa precipitare chiunque e tutto, intendo nel senso chimico. Scioglie e manda al fondo ogni responsabilità e decisione complessa. Trasforma ogni questione in una domanda del corpo: sei garantista? Sì ma domani ci vai tu in tribunale a Busto Arsizio? Non ci sono i taxi e dalla stazione è un chilometro a piedi. L’udienza è a mezzogiorno. La misoginia? Gravissima, ma per caso hai qualcosa per la pressione?
Anche i social – la grande riserva di caccia all’uomo – si sono ammosciati. Settembre è diventato il grande traguardo, l’orizzonte della tregua. A settembre, mese non più triste, riavremo i nostri corpi, le teste tornate alla giusta gradazione e quindi all’obiettività. Finiranno le notti a chiedersi come è meno peggio attraversare la giornata successiva: se dopo una notte sudati o una notte da merluzzi. Resta solo un’ultima prepotenza, legittima. La strana mitomania del caldo: come soffro io non sta soffrendo nessuno. Il caldo degli altri è sempre più secco e più sopportabile, il mio sì che è un caldo mai visto, verrà studiato nei manuali, sempre che sopravvivano al caldo gli studiosi.