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“Fjord” ci mostra i paradossi del paradiso scandinavo. Il film di Mungiu
Il film di Cristian Mungiu racconta una famiglia che si trasferisce in un remoto paese norvegese. Il suo cristianesimo antico e rurale vieta la tecnologia e impone la preghiera. Il paese mormora e si attivano meccanismi che ricordano più Kafka che la provincia. Da Cannes a Roma, Il lato oscuro della tecnocrazia
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(Foto Getty)
"Proteggere i cittadini da loro stessi”. Era questo secondo Gunnar Myrdal, economista svedese negli anni trenta e uno degli architetti del welfare state scandinavo, lo scopo ultimo dei governi. Lunedì alla Festa del Cinema di Roma, un pubblico attento ha compreso esattamente cosa significhi, dopo l’anteprima di Fjord, il film del regista romeno Cristian Mungiu, vincitore della Palma d’oro a Cannes quest’anno. Un film asciutto, lento, fatto di silenzi sovrumani e di quella quiete profondissima tipica del mondo nordico, che però sottintende verità micidiali e ambiguità indicibili. Fjord racconta la storia di una famiglia con padre romeno, madre norvegese e cinque figli di diverse età, dai più grandi, adolescenti, al più piccolo, ancora in fasce, che si trasferisce in un remoto paesino della Norvegia (da cui il titolo). La famiglia è profondamente religiosa, di un cristianesimo antico e rurale, che vieta la tecnologia e impone la preghiera. Come accade in qualsiasi comunità ristretta, il paese è piccolo e la gente mormora. Ma nello stato scandinavo si attivano meccanismi, sia ufficiali sia inconsci, che ricordano più Kafka che la provincia. Un piccolo livido sulla spalla della figlia maggiore allerta i servizi sociali, che prelevano immediatamente i bambini e mettono i genitori sotto processo. Eviteremo di svelare il finale.
Si può facilmente evincere da questa trama la presa morbosa che ha una storia di bambini rapiti, non diversa da quella che fece le prime pagine con Bibbiano o più di recente con la “famiglia del bosco”. Ma il film mette in scena un caso di studio molto più potente su cosa significhi vivere in uno stato onnipresente e perfettamente ultra-tecnocratico. Ho vissuto in Danimarca per oltre un decennio, lavorando all’interno del loro governo. La convinzione profonda che ne ho tratto è che lo stato scandinavo si fondi sulla fiducia cieca ed estrema dei cittadini nelle istituzioni. Anch’io ero l’uomo più felice del mondo di pagare le tasse lì. Quello che chiede in cambio è un consenso e un conformismo fatto di regole scritte e non scritte, talvolta solo accennate, che esprimono un verdetto morale insindacabile e spesso mai veramente pronunciato sulla bontà o meno di ogni cittadino.
Per il 98 per cento della società che si conforma, la Scandinavia è il paradiso terrestre: aperta, tollerante, progressista. Non a caso è in testa alle classifiche mondiali di ogni tipo, spesso anche contraddittorie: dall’uguaglianza sociale alla competitività fino, ebbene sì, alla felicità. Per il 2 per cento che non può o non vuole conformarsi, perché straniero o magari solo un po’ individualista, la società renderà la vita un inferno, ma con quella crudele forma di civiltà burocratica che il film mostra benissimo. Come in un processo kafkiano, l’individuo sbatte la testa contro un muro di gomma che non dà risposte. E’ un sistema che si autoalimenta delle distorsioni che crea, creando una filiera di servizi, sempre più spesso subappaltati a privati, lautamente ricompensati con i soldi dei contribuenti felici.
E’ questo il lato oscuro del paradosso nordico, ma anche il monito a tutte le società occidentali che hanno visto nel centralismo tecnocratico, algido e prevedibile, la soluzione ultima a tutti i nostri mali. Le democrazie sono fatte di esseri umani in carne e ossa, che sgarrano, urlano, godono e gioiscono in modi unici per ogni persona, famiglia, cultura e religione. Nel momento in cui neghiamo tutto questo, diventiamo anti-umani o forse, come già sta avvenendo, post-umani.