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Fonti anonime ma gli spettatori applaudono sulla fiducia. “Naza” continua
Venticinque minuti di applausi alla Mostra di Venezia sono stati l’inizio della sollevazione popolare. Questo genere di film non fa di solito grandi numeri, ma qui potremmo avere un’eccezione. Per meriti non del tutto cinematografici
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(Foto Ansa)
Il popolo vuole “Naza”. Gli spettatori vogliono vedere il film di Yuval Abraham e Rachel Szor sulle malefatte israeliane a Gaza. Lo chiedono a gran voce, o almeno così pare. Sarebbe dovuto uscire per qualche giorno – i giorni di magra per gli incassi del cinema, a inizio settimana per tre settimane consecutive. Invece “per l’aumento della domanda” verrà prolungato. Fino a una normale programmazione – sperano i distributori. Questo genere di film non fa di solito grandi numeri, ma qui potremmo avere un’eccezione. Per meriti non del tutto cinematografici.
Venticinque minuti di applausi alla Mostra di Venezia sono stati l’inizio della sollevazione popolare. L’altro dramma mediorientale intitolato “La voce di Hind Rajab”, diretto dalla regista e sceneggiatrice tunisina Kawthar ibn Haniyya, ne ha avuti l’anno scorso qualcuno meno. Non sembrano neanche possibili, certi minutaggi, senza lo svenimento di qualche spettatore – ma chi oserebbe svenire in un simile frangente? In “Naza” non ci sono bambine in scena. I piccoli palestinesi vengono soltanto evocati: i loro affettuosi papà membri o fiancheggiatori di Hamas tornano a dormire a casa, gli israeliani sparano, qualche danno collaterale è previsto, messo in conto, pure calcolato. Succede, è bene ricordarlo, dopo il 7 ottobre 2023. Donne bambini e vecchi muoiono nel massacro in terra israeliana: chi viveva nei kibbutz, chi ballava a un festival musicale. Molti sono stati rapiti e torturati, non tutti sono tornati a casa. Il governo e l’esercito israeliano non hanno voluto porgere l’altra guancia. Hanno fatto ogni cosa per stanare il colpevoli e punirli.
Queste sono le premesse. E bisogna aggiungere che Hamas gode di notevole sostegno popolare. Non tutti vestono una divisa. Né dormono nelle caserme. La sera tornano a casa, con moglie e figli: gli affetti più cari, ma anche la loro principale protezione. La constatazione pare cinica, ma descrive precisamente la situazione. I sostenitori di Hamas la sera dormono a casa, e nelle rispettive case vanno stanati. Siccome i registi – entrambi israeliani – si impegnano per far sembrare inaccettabile questo atto di guerra, mostrano tanti interni familiari illuminati a Tel Aviv. Servono per far venire i brividi allo spettatore che ovviamente si identifica. Intanto lo spettatore medesimo osserva “teste parlanti”, su una terrazza buia… Pochissimo illuminate, illustrano operazioni militari. Quando bisogna individuare un militante, o un fiancheggiatore, si fa un disegno dell’abitazione con i punti d’attacco. E si calcolano – certo – i danni collaterali: familiari, amici in visita, bambini che già sognano la guerra contro il nemico di sempre.
I militari dell’esercito israeliano ascoltano le conversazioni – i cellulari sono tutti hackerati. E calcolano il numero delle possibili vittime collaterali. Non sembra una terribile aggravante, in tempo di guerra. “Naza”, che alla Mostra di Venezia ha ricevuto il premio speciale della giuria (altra standing ovation) viene presentato dai registi come un documentario. Ma nessuno dei parlanti ha un nome, per la loro sicurezza. Quindi dobbiamo credere. Fidarci degli anonimi parlanti e di chi li ha interrogati. I bravi e buoni spettatori non chiedono. I bravi e buoni spettatori applaudono.