Anatomia della perfetta operazione “Naza”. La zona di interesse di Israele
Una volta fissato sul grande schermo, un mito è molto più difficile da smontare. A maggior ragione se a sostenerlo c’è un intero ecosistema culturale ed economico. Venezia era il palcoscenico perfetto
Rachel Szor e Yuval Abraham, registi di “Naza”, in posa con il Leone premio speciale della giuria alla recente Mostra del cinema di Venezia (Getty Images)
Il New York Times che si è scusato e ha dovuto rimuovere dopo la pubblicazione una frase sciagurata da un articolo su “Naza” (“gli israeliani continuano in gran parte a considerarsi vittime del 7 ottobre”) è l’unico passo falso in un’operazione cesellata alla perfezione, con la macchina della comunicazione pro palestinese che ha girato a pieno ritmo.
Produrre il docufilm di Yuval Abraham e Rachel Szor, in cui voci anonime accusano Israele di genocidio, una specie di “Mercante di Venezia” con l’Idf al posto di Shylock. Il creditore che diventa carnefice. Presentarlo in anteprima a uno dei festival più prestigiosi al mondo e mostrarlo a un pugno di giornalisti, critici cinematografici e celebrità già allineate al politicamente corretto. Ingresso tardivo in concorso: “Naza” è annunciato a Venezia il 24 agosto.
“Non portarlo sarebbe stato da codardi” fa sapere il direttore della Mostra del Cinema, Alberto Barbera. Vincere un premio. Battere il record di applausi. Suscitare un coro di recensioni entusiastiche che denunciano la “politica genocida israeliana”. Far sì che i politici e i militari israeliani lo condannino, con alcuni ministri che evocano la perdita di cittadinanza per i due registi. Presentare quella condanna come un’ulteriore prova del coraggio del film. Ignorare l’entusiasmo di Hamas per la pellicola e puntare la telecamera su Greta Scarano che entra al festival con un enorme ventaglio a forma di fetta d’anguria: verde, bianco, rosso e nero, i colori della bandiera palestinese. L’entusiasmo dei terroristi archiviato come un dettaglio imbarazzante, la condanna israeliana esibita come prova ulteriore di verità.
Così, una volta fissato sul grande schermo, un mito è molto più difficile da smontare. Venezia era il palcoscenico perfetto. L’anno scorso fu “The Voice of Hind Rajab” a ricevere una standing ovation di 23 minuti e 50 secondi, venduta poi alla stampa come “la più lunga nella storia dei festival cinematografici”. Il film non porta gli spettatori a Gaza, ma a Ramallah, in Cisgiordania. La storia si svolge negli uffici della Mezzaluna rossa palestinese. Non vediamo il quartiere di Gaza da cui stava fuggendo la famiglia di Hind. Non vediamo le forze israeliane, i terroristi di Hamas, i tunnel, le evacuazioni o gli avvertimenti. La tragedia è recisa dagli eventi che l’hanno precipitata. La guerra diventa astrazione. La responsabilità è solo degli israeliani, che non vengono mai nominati. Lo stato ebraico esiste solo come presenza senza volto e senza voce: una forza invisibile, puro male.
Una volta fissato sul grande schermo, un mito è molto più difficile da smontare. Venezia era il palcoscenico perfetto
Intanto Gal Gadot e Gerald Butler dovevano rinunciare a farsi vedere a Venezia. La prima perché israeliana, il secondo perché ha raccolto fondi per l’esercito israeliano. Era successo che un centinaio di attori e registi italiani filo palestinesi - Marco Bellocchio, Jasmine Trinca, Toni e Beppe Servillo, Claudio Santamaria, Gabriele Muccino, Serena Dandini, Valeria Golino, Fiorella Mannoia e le sorelle Alice e Alba Rohrwacher, in pratica il gotha politicamente corretto al completo (peccato per l’assenza di Alessandro Gassman e di Edoardo Leo) - non voleva vederli a Venezia e chiese che Gadot e Butler fossero boicottati. Nessuno scandalo. Arriva “Naza”.
24 minuti e mezzo di applausi, giusto il tempo per superare “The Voice of Hind Rajab”, con il direttore Barbera che guardava l’orologio in attesa che “Naza” tagliasse il nuovo traguardo. Intanto Susan Sarandon a 79 anni vestiva gli abiti del vittimismo (“sono esclusa da Hollywood perché filopalestinese”). Il Guardian, un giornale inglese dal passato glorioso e un presente ideologico, è il principale produttore del film e ora lo trasmetterà gratuitamente in streaming. Lo stesso Guardian che ospita articoli di Marwan Barghouti: cinque ergastoli in un carcere israeliano non perché sogni “la pace”, ma perché ha ordinato l’uccisione di tanti israeliani nella Seconda Intifada. Dal 2 gennaio 2001, giorno in cui pubblicò un articolo di Faisal Bodi dal titolo “Israele non ha alcun diritto di esistere”, il Guardian ha fatto dell’antisraelismo un vanto editoriale. Il 24 ottobre 2023, due settimane dopo il massacro di Hamas, il Guardian pubblica un articolo dell’accademico svedese Raz Segal. Il testo include gli attacchi terroristici di Hamas nel “contesto storico del colonialismo israeliano a partire dalla Nakba del 1948”, per poi suggerire che le posizioni dei leader israeliani su Gaza fossero ispirate a una logica nazista.
Il 25 giugno 2024, un articolo sul Guardian a firma dello scrittore newyorkese John Oakes paragona la situazione a Gaza alla strategia nazista di affamare gli ebrei nel ghetto di Varsavia. Intanto un giornalista ebreo della testata rivela: “Guardo la newsletter mattutina del giornale per cui lavoro. Si analizza il numero dei bambini palestinesi morti. Non menziona i bambini israeliani morti”. Il giornalista incontra un collega “che durante il fine settimana aveva pubblicato post sulla ‘decolonizzazione’ sui social. Stanno ridendo con il resto della redazione. Stanno passando una bellissima giornata”. Da qui le sue dimissioni. Il 7 maggio 2025, il collaboratore del Guardian Ahmed Moor pubblica un articolo in cui paragona le azioni dei leader israeliani a quelle di Rudolf Höss, il comandante nazista responsabile del campo di Auschwitz, al centro di un altro film, “La zona di interesse”.
A distribuire il film è il giornale inglese Guardian, che dal 2001 ha fatto dell’antisraelismo un segno editoriale
E qui entrano in scena i produttori di “Naza”. Sono il regista della premiatissima “Zona di interesse” Jonathan Glazer e il suo produttore, James Wilson. La notte degli Oscar, Glazer fece scandalo dicendo di non volere che la propria ebraicità e l’Olocausto fossero usati per giustificare la guerra di Israele contro Hamas. In “Naza”, in concomitanza con la commemorazione in Israele dell’anniversario dell’Olocausto, si vede la facciata della cineteca di Tel Aviv e la programmazione che include “Shoah”, il capolavoro di Claude Lanzmann. Poco dopo, una delle figure militari che nel film appaiono in ombra ricorda un viaggio in Polonia con la famiglia per onorare la memoria dei propri antenati sterminati e poi afferma: “I nazisti erano il diavolo, ma io cosa sono?”.
Colpo raffinato. Non si nega la Shoah: la si usa come specchio per Israele. Non occorre cancellare Auschwitz. Basta rifletterlo su Israele. Ma Lanzmann, scomparso nel 2018 a Parigi, era uno dei cineasti più impegnati nella difesa di Israele e realizzò anche un documentario di cinque ore dal titolo “Tsahal” sull’esercito israeliano. L’analogia con “La zona di interesse” è ripresa dall’editorialista del Guardian Arwa Mahdawi in un articolo pubblicato il 12 giugno di quest’anno, in riferimento a una pubblicità dell’attrice Gwyneth Paltrow per un complesso residenziale a Herzliya. La tesi è che i civili israeliani residenti a ottanta chilometri da Gaza siano complici di una malvagità di stampo nazista.
Coinvolto in “Naza” è anche +972 Magazine, testata israeliana di estrema sinistra che sostiene il boicottaggio di Israele e per cui lavora il regista, Yuval Abraham. Nel novembre 2024 il direttore, Haggai Matar, ha scritto che “sostenere il diritto dei palestinesi a resistere alla loro oppressione, anche attraverso la lotta armata, non è la stessa cosa che giustificare gli orrori del 7 ottobre”. Il giorno dei massacri, pur negando di giustificare l’uccisione dei civili, scrive che “questo non è un attacco ‘unilaterale’ o ‘ingiustificato’”. +972 Magazine ha ricevuto sovvenzioni dalla Open Society Foundations ogni anno, dal 2018 al 2024, per un totale di 562.900 dollari. La Open Society di George Soros è da sempre schierata contro Israele. Non è un complotto. E’ un ecosistema. Ciò non dimostra che Soros e la Open Society abbiano finanziato “Naza”. Ma i finanziamenti e il contesto non sono irrilevanti. A parte le donazioni dei lettori, nel corso degli anni il magazine che ha prodotto “Naza” ha ricevuto finanziamenti anche da parte di fondazioni straniere legate a cause progressiste (“How we are funded” sul loro sito è molto trasparente), come la Fondazione Rosa Luxemburg e la Fondazione Heinrich Böll. Quest’ultima è legata al partito dei Verdi in Germania.
Poi c’è il giornale israeliano +972, che riceve finanziamenti da fondazioni europee molto dure con lo stato ebraico
László Nemes, il registra de “Il figlio di Saul”, uno dei più grandi film mai realizzati sull’Olocausto, che ha vinto l’Oscar per il miglior film straniero, quando gli hanno chiesto come “Il figlio di Saul” verrebbe accolto se uscisse oggi ha risposto: “Non credo nemmeno che entrerebbe nella shortlist degli Oscar. Nessuno lo toccherebbe nemmeno con un palo di tre metri. C’è un’orgia di antisemitismo, un’orgia assoluta e sfacciata di antisemitismo che sta invadendo l’occidente”. E’ la descrizione di un clima in cui l’ebreo è diventato accettabile solo se si autoaccusa, solo se fa “Naza”.
Non è un complotto, è un ecosistema. Quest’anno un film finanziato dal Qatar (finanziatore di Hamas) tramite il Doha Film Institute, “La Maison du Vent” di La Maison du Vent, ha invece vinto il Leone del futuro a Venezia. Di oltre ottanta film in lizza quest’anno nel Lido, otto erano progetti sostenuti dal Doha Film Institute. E qui si torna a “Naza”. Perché James Wilson, uno dei produttori di “Naza”, e Jonathan Glazer, il suo produttore esecutivo, sono i produttori anche di “The Voice of Hind Rajab”, finanziato dal Doha Film Institute. Questo collegamento non costituisce la prova che il Qatar abbia finanziato anche “Naza”. Ciò che però è evidente è che al Jazeera, l’emittente del Qatar, ha promosso “Naza” con entusiasmo.
Nessuno invece ha letto sul Wall Street Journal quanto scrive un altro ostaggio israeliano, Omer Shem Tov: “So cosa significa essere un danno collaterale: per 505 giorni, è stato questo il mio destino. Uno dei miei carcerieri mi disse che sua madre aveva ricevuto una telefonata in cui veniva avvertita di lasciare la propria casa perché un attacco israeliano avrebbe potuto metterla in pericolo. La telefonata era arrivata dalle Forze di difesa israeliane. Se Israele avesse dato meno importanza alla ‘Naza’ (vittime collaterali), forse sarei tornato a casa prima. Forse sarebbero morti meno soldati israeliani. Forse sarebbero morti meno ostaggi. Ma sarebbero morti più palestinesi. E’ per questo che ‘Naza’ mi inquieta. A Venezia, il film ha ricevuto una standing ovation durata più di 24 minuti. Da ex ostaggio, quei minuti mi sono sembrati una pioggia di coltelli. Non perché il film mostri la sofferenza palestinese, che è reale e merita di essere vista. Ciò che fa male è che il film sembra non vedere me. Vede la sofferenza a Gaza, ma non ciò che ha portato la guerra: la pianificazione di Hamas, l’uccisione di famiglie il 7 ottobre, le persone trascinate fuori dalle loro case e da un festival musicale. Nulla di tutto questo sembra creare un grande dilemma morale per gli autori del film. In quella narrazione, forse anch’io sono ‘Naza’. Un danno collaterale. Un ostaggio ebreo che avrebbe potuto essere lasciato a marcire in un tunnel di Hamas, o ucciso insieme ai miei amici a Nova, perché combattere per liberarmi e per proteggere gli israeliani dalle persone che hanno fatto tutto questo viene considerato di per sé moralmente sospetto”.
Un ostaggio di Hamas scrive: “Anche io ero ‘Naza’, un danno collaterale della guerra, ma nessuno sembra vederci”
Non importa che Israele abbia lanciato su Gaza sette milioni di volantini, effettuato oltre settantamila telefonate dirette, inviato più di tredici milioni di messaggi di testo e lasciato oltre quindici milioni di messaggi vocali preregistrati per informare i civili della necessità di abbandonare le zone di combattimento, indicando dove recarsi e quale percorso seguire, o che abbia impiegato droni dotati di altoparlanti. Tutto questo non importa a chi accusa Israele di “genocidio”. Chi ha costruito i tunnel? Chi li ha occupati? Chi vi ha stoccato armi e tenuto in ostaggio innocenti? Chi ha dichiarato che i tunnel erano destinati ai combattenti anziché ai civili?
I venticinque minuti di applausi per “Naza” non erano al film: permettevano al colto e abbiente pubblico veneziano di rassicurarsi sulla propria passione antisionista (ma non antisemita, ripetono, visto che trovano sempre un ebreo pronto a incolpare il proprio popolo). Avrebbero applaudito un documentario israeliano che descrivesse con la stessa minuzia i metodi di Hamas, i 1.200 morti israeliani in meno di tre ore, le migliaia di tunnel scavati sotto Gaza? La sala di Venezia si sarebbe alzata? Qualcuno, forse. Forse venticinque secondi.
Perché per dirla con lo scrittore sovietico Sergej Dovlatov, “l’umanità progressista esige da Israele un nobile suicidio”. Il prossimo applauso a Venezia sarà di ventisei minuti.
Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.