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Numeri da conoscere prima di demonizzare l’esercito israeliano sul modello Naza
"Si investe un’enorme quantità di tempo per cercare di fare in modo che nessuno rimanga ferito", dice il pilota dello squadrone 101 dell’Aeronautica israeliana dopo “Naza”. Messaggi per salvare civili e non solo
18 SET 26

Foto ANSA
Settantamila telefonate, tredici milioni di messaggi di testo inviati, quattordici milioni di messaggi vocali e sette milioni di volantini distribuiti. Sono solo alcuni numeri degli sforzi di Israele mentre ha fatto la guerra ad Hamas per esortare i civili di Gaza a evacuare certe zone per la propria sicurezza o per informarli su specifici percorsi di evacuazione umanitaria.
Si può credere a questi numeri dell’ufficio legale dell’esercito israeliano visto che crediamo alle fonti anonime di “Naza”, il film che ha vinto un premio alla Mostra del Cinema di Venezia, dove ha ricevuto l’applauso più lungo della storia del festival. Se quei numeri sono autentici significa che mai in guerra un esercito si è tanto prodigato per salvare i civili dell’altra parte.
Lo spiega anche il colonnello “A.”, pilota dello squadrone 101 dell’Aeronautica israeliana, che ha partecipato a molte operazioni su più fronti e che fino a un anno fa ha comandato la base aerea di Ramat David.
Dopo “Naza”, il pilota ha deciso di rispondere sul maggiore giornale israeliano, Yedioth Ahronoth. “Come pilota, io sono la quarta fase di quel processo”, ha detto. “Droni, elicotteri e aerei di sorveglianza perlustrano l’area prima di un attacco per stabilire se ci sono persone nelle vicinanze. Se qualcosa non torna, ho discrezionalità. A volte cambi la dimensione della bomba. A volte usi un ‘colpo sul tetto’ per far uscire le persone dall’edificio prima dello strike. Si investe un’enorme quantità di tempo per cercare di fare in modo che nessuno rimanga ferito”.
L’esercito israeliano nei giorni scorsi ha tentato di uccidere il terrorista che ha partecipato al rapimento di Shiri, Ariel e Kfir Bibas dal kibbutz Nir Oz durante il massacro del 7 ottobre. Ma l’Idf ha usato munizioni ridotte, così il terrorista è rimasto solo ferito. Durante il processo di approvazione dell’uccisione mirata nella Striscia di Gaza è emerso che il terrorista si trovava vicino a una tenda in cui alloggiava una famiglia gazawi con i figli. Per questo motivo, Israele ha scelto munizioni sufficienti a ferirlo, ma non a ucciderlo. Se Israele avesse usato munizioni più pesanti sarebbe stata colpita anche la famiglia palestinese nella tenda.
Le Brigate dei Mujahideen, il gruppo responsabile del rapimento dei tre membri della famiglia Bibas, si sono separate da Fatah e il 7 ottobre facevano parte della operazione congiunta diretta da Hamas. Nell’aprile 2025 Israele ha ucciso Mohammed Hassan Mohammed Awad, membro del consiglio militare del gruppo e comandante del suo apparato di intelligence, identificato come l’uomo che ha diretto il rapimento di Shiri, Ariel e Kfir e direttamente coinvolto anche nel loro brutale omicidio. Il 7 ottobre la famiglia Bibas si trovava a casa nel kibbutz Nir Oz. Yarden è stato rapito da lì verso Gaza mentre era ferito, dopo essere uscito a difendere i suoi cari con la propria pistola. Poco dopo i terroristi hanno fatto irruzione in casa, hanno ucciso il cane di famiglia Tonto e rapito Shiri, Ariel e Kfir. Il video di Shiri che cerca di proteggere i due figli con le braccia è diventato un simbolo del 7 ottobre. Lo stesso giorno i terroristi di Hamas hanno ucciso anche i genitori di Shiri, Margit e Yossi Silberman. Dopo 484 giorni di una vasta campagna pubblica per il loro rilascio, Yarden è stato liberato nell’ambito del secondo accordo sugli ostaggi il 1 febbraio 2025. Diciannove giorni dopo è arrivato l’annuncio ufficiale che Shiri, Ariel e Kfir erano stati strangolati dai terroristi di Gaza.
Qualche settimana fa, Ariel Bibas avrebbe dovuto festeggiare il suo settimo compleanno. Agli occhi di chi applaude “Naza” a Venezia forse sono loro i danni collaterali di una guerra di liberazione e decolonizzazione.
Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.

