Cinema
Nuovo cinema Mancuso •
Lo straniero
La recensione del film di François Ozon, con Benjamin Voisin, Rebecca Marder, Denis Lavant, Pierre Lottin
Imprevedibile François Ozon. Ha frequentato, e quasi sempre subito lasciato, quasi tutti i generi – anche uno che chiameremo “ozoniano”, un misto tra il debutto con “Sitcom” e il delizioso “La bella statuina”, tratto da una pièce teatrale e capace di mettere Catherine Deneuve a capo degli operai in sciopero, nella fabbrica del consorte Fabrice Luchini. Nulla che ricordasse, neppure da lontano, le sue origini: il padre era giudice istruttore a Algeri. Ora ha adattato per il cinema “Lo straniero” di Albert Camus, che era nato nel 1913 sulla costa orientale, a Mondovi (ora si chiama Dréan) e aveva studiato a Algeri. “Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”: il romanzo inizia così, a parlare è Meursault. Un giovanotto pied-noir che fa l’impiegato e aveva per caso incontrato l’arabo sulla spiaggia, dopo aver saputo, senza emozioni, della morte della madre, ed essersi portato a letto la segretaria. Arabo senza nome, sempre: a chiarire subito i rapporti tra i colonizzatori e gli indigeni. Un impiegato che nel film di François Ozon ha il volto e il corpo e gli elegantissimi calzoni a vita alta del più che leggiadro attore francese Benjamin Voisin – lo ricordiamo, bravissimo, come Lucien nelle “Occasioni perdute” di Xavier Giannoli. Il regista lo inquadra secondo l’iconografia gay, sdraiato sulla spiaggia e con l’ascella bene in vista. Bianco e nero luminoso, quasi abbagliante. L’esistenzialismo di Albert Camus era più cupo.


