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I film a Cannes

Mariarosa Mancuso

Il direttore Thierry Frémaux giovedì scorso all’inizio della conferenza ha ricordato che i rivolgimenti provocati dal Covid, e le nuove abitudini, non spariranno in sei mesi. E allora uno pensa: “Vuoi vedere che il festival di Cannes ha deciso almeno di dar segni di contemporaneità?”. E invece

Un anno saltato, il 2020. Sul Festival di Cannes il virus ha colpito pesante. La Mostra di Venezia, per esempio, si è tenuta sempre in presenza, senza neppure far slittare le date. Cannes 2021 ha radunato i più ostinati sotto il sole di luglio (e sulla Croisette, detto per chi non è pratico, il sole non tramonta mai). Tralasciando la questione meteorologica, il direttore Thierry Frémaux giovedì scorso all’inizio della conferenza ha ricordato che i rivolgimenti provocati dal Covid, e le nuove abitudini, non spariranno in sei mesi.

E allora uno pensa: “Vuoi vedere che il festival di Cannes ha preso atto della rivoluzione circostante e ha deciso, se non proprio di adeguarsi al nuovo mondo, almeno di dar segni di contemporaneità?”. L’ordine alfabetico subito smentisce, in cima alla lista dei film selezionati per il concorso troviamo “Holy Spider” di Ali Abbasi, regista nel 2018 di “Border - Creature di confine”, vincitore della sezione “Un certain regard”. Per chi ha avuto la fortuna di non vederlo: una guardia di confine brutta d’aspetto ma dall’intuito fenomenale (sente la paura) scopre un suo simile e si accoppia con lui, forse sono elfi bruttini. Senza vergogna, la Svezia ha candidato il film all’Oscar. In “Holy Spider”, un uomo per sacra missione uccide le prostitute della città.

Alla lettera B per fortuna arriva Valeria Bruni Tedeschi con “Les Amandiers”, vita e lavoro alla corte del regista Patrice Chéreau (la parte tocca a Louis Garrell). Subito dopo (come abbiamo fatto a sperare?) arrivano i fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne con “Tori and Lokita”: un ragazzo e una ragazza che scappano dall’Africa e arrivano in Belgio. Sempre in quota francofona, Claire Denis con “The Stars at Noon” e Arnaud Desplechin con “Frère et soeur”.

Tra i nomi che ritornano, James Gray con “Armageddon Time” (una storia adolescenziale nel Queens degli anni 80) e Ruben Östlund con “Triangle of Sadness” – invece di sfottere l’atteggiamento reverenziale che abbiamo verso l’arte contemporanea ora prende di mira il mondo chiuso della moda, da cui tre modelli vogliono fuggire.

I nomi nuovi si trovano nella sezione “Un Certain Regard”, che sarebbe nata per questo, e invece da un po’ ospitava i titoli discutibili o grandi in declino. L’ucraino Sergei Loznitsa porta fuori concorso “The Natural History of Destruction”, Storia naturale dalla distruzione, altro titolo rubato a W. G. Sebald. L’esule russo Kirill Serebrennikov – aveva protestato a suo tempo per l’annessione della Crimea e da direttore del teatro Gogol è stato agli arresti domiciliari, per presunte malversazioni – corre per la Palma d’oro con “Tchaikovsky’s Wife”. Apertura con il grandissimo “Elvis” diretto dal grandissimo Baz Luhrmann. Critica preventiva, dà sempre tante soddisfazioni.