I corvi tornano a volare sul Vaticano e mettono in crisi la credibilità del Papa

Matteo Matzuzzi

Il Papa ha fatto sapere che sulla questione Viganò non dirà una parola, lasciando il compito di giudicare la faccenda ai giornalisti, che infatti (New York Times in testa) hanno già messo alla gogna l’imprudente monsignore di Varese autore del memoriale con cui denuncia un ventennio di omertà vaticana sulle note vicende del vegliardo cardinale abusatore Theodore McCarrick e chiede le dimissioni di Francesco. Carlo Maria Viganò, settantasettenne diplomatico vaticano di lungo corso, mandato lontano da Roma nel 2011 per ordine di Benedetto XVI – seppur con il promoveatur alla più prestigiosa sede vaticana nel mondo – ha scritto undici pagine in cui dettaglia con nomi e cognomi (menziona mezza curia attiva e a riposo, a partire dal cardinale decano Angelo Sodano), date e particolari, l’enorme cospirazione che avrebbe portato il Vaticano a insabbiare le malefatte di McCarrick e dei suoi amici. Tutte cose che lui (e i suoi due nunzi predecessori, morti entrambi) sapevano e avevano notificato a chi di competenza a Roma, senza ottenere risposta.

 

Spetterà a chi di dovere – se vorrà, il Papa non pare troppo interessato, considerata la risposta aerea “a caldo” di domenica sera – verificare se il memoriale di Viganò sia vero o falso, se l’arcivescovo sia mosso da voglia di vendetta per una porpora mancata. Il fatto rilevante è che per la prima volta nella storia un nunzio apostolico, cioè un ambasciatore del Papa, denuncia pubblicamente il suo diretto superiore, il Pontefice, domandando che tolga il disturbo. E non per un dettaglio, per un bisticcio di poco conto, ma per aver protetto un cardinale solito condividere il letto con seminaristi in una villa in riva all’oceano. Un cardinale al quale Francesco stesso ha tolto la porpora un mese fa, prima volta nella storia anche questa. Trincerarsi dietro il paravento del no comment davanti ad accuse circostanziate come quelle mossegli – Viganò mette in bocca a Bergoglio epiteti non proprio teneri nei confronti dell’arcivescovo di Philadelphia, Charles Chaput, ad esempio, colpevole di essere “di destra”, secondo quanto riportato – è indice di estrema debolezza. Allo stato, quelle di Viganò sono accuse senza prove: puro chiacchiericcio, benché corroborato da una gran mole di dettagli. Il nunzio dice di avere appunti, resoconti e rapporti: pubblicarli – data la gravità di ciò che afferma avrebbe dovuto farlo già da anni, soprattutto se è vero che per lui le porte della curia erano sempre chiuse – sarebbe utile e allontanerebbe i tanti sospetti che aleggiano sull’operazione. Peccato che Viganò abbia fatto sapere di non voler più aggiungere nulla rispetto a quanto messo nero su bianco.

 

Il viaggio in Irlanda

L’obiettivo ultimo è l’indebolimento definitivo di un Papa che ha dovuto passare l’ultimo finesettimana irlandese a scusarsi per abusi sessuali su minori, storie vecchie di decenni e per le quali la chiesa di mea culpa ne aveva già fatti parecchi. Era l’Incontro mondiale delle famiglie, ma più che di famiglia – nonostante le buone intenzioni – si è parlato di “vergogna”, “sofferenza”, “fallimento”. Con il Pontefice chiamato a giustificarsi, a promettere ai governanti irlandesi che nulla sarà lasciato intentato, davanti a migliaia di fedeli lì accorsi per sentire parlare d’altro (i confronti con le adunate oceaniche del 1979 sono tanto impietosi quanto inutili, il mondo è cambiato e ciò vale anche per la cattolica Irlanda oltre che per il resto della cattolica Europa).

 

Il dossier Viganò conferma che la guerra civile all’interno della chiesa cattolica ha ormai raggiunto il punto di non ritorno: altro che dubia sulla comunione da dare o non dare ai divorziati risposati, altro che discettazioni teologiche e interpretazioni di san Tommaso: si domandano le dimissioni del Papa per il più grave dei delitti, quello sul quale anche l’opinione pubblica così a lungo vezzeggiata e disposta a lodare il Papa del pueblo è sensibile. Non è più questione da prendere con leggerezza, da confinare con un sorriso a delirio dei soliti tradizionalisti ancora furiosi per il Papa che si mette gli scarponi neri anziché le babbucce rosse. Ci sono manovre per il futuro Conclave, cordate che s’organizzano – dall’una e dall’altra parte – candidati da lanciare o da bruciare prima che le porte della Sistina s’aprano, Dio solo sa quando. Ma la pubblicazione del memoriale di mons. Viganò è anche un precipitoso ritorno al passato, al biennio 2011-2012, quello dei corvi gracchianti e dei documenti trafugati dal cassetto della scrivania di Benedetto XVI e diffusi a mezzo stampa. E, sopra ogni cosa, sempre la stessa spada di Damocle pendente sulla chiesa: gli abusi, la pedofilia, gli scandali al di qua e al di là dell’oceano che finirono per travolgere il pontificato ratzingeriano.

 

Operazione trasparenza

Non sono bastate in questi anni le commissioni ad hoc, gli organismi di garanzia, la chiamata a Roma del cappuccino Sean O’Malley per annunziare la tolleranza zero. Non è stato sufficiente rivoltare mezza curia, tagliare i rami secchi, fare entrare aria fresca dalle finestre come chiesto dai più entusiasti sostenitori del nuovo corso. Dopo cinque anni e mezzo di riprese mediatiche del suo “chi sono io per giudicare?”, di commissioni sulle donne diacono, di riforma delle finanze e di lustracija, siamo al punto di partenza: il Papa che sprofonda nelle sabbie mobili di un sistema che non è riuscito a cambiare e che è identico a com’era prima, salvo qualche operazione di maquillage e avvicendamenti nel personale. Ma della grande rivoluzione annunciata (più da solerti e autoproclamatisi collaboratori e interpreti papali, va detto) è rimasta ben poca cosa. Il consiglio della corona, il C9 cardinalizio incaricato di scrivere la nuova costituzione apostolica, è dimezzato, tra membri sotto processo in Australia, e altri chiacchierati per vicende che spaziano dai soldi alla copertura di preti presunti o reali pedofili. Il Wall Street Journal mette la pietra tombale sul pontificato e scrive che Francesco – il Papa più cool di sempre – deve affrontare “una crisi di credibilità”, il che è paradossale se si ricorda quanto alti fossero gli indici di credibilità presso il popolo (di Dio ma anche laico, ateo e agnostico) di Jorge Mario Bergoglio, il Papa “della gente”.

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