Mea culpa papale sulla pedofilia

Matteo Matzuzzi

Roma. Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Alle 12 la Sala stampa della Santa Sede diffonde una Lettera del Papa al popolo di Dio dopo l’ennesima settimana di questo 2018 passata a contare i rapporti delle magistrature sparse nel mondo sul numero dei preti coinvolti in casi di abuso sessuale su minori. Australia, Cile, Stati Uniti. Francesco riconosce “con vergogna e pentimento” che come chiesa “non abbiamo agito in tempo riconoscendo la dimensione e la gravità del danno che si stava causando in tante vite”, dice che “abbiamo trascurato e abbandonato i piccoli” e che il dolore delle vittime “per molto tempo è stato ignorato, nascosto o messo a tacere”. Bergoglio chiama la chiesa al digiuno e alla preghiera, perché “le ferite non spariscono mai e ci obbligano a condannare con forza queste atrocità”. Francesco cita le meditazioni scritte dall’allora cardinale Ratzinger per la Via crucis del 2005, quelle sulla “sporcizia” da rimuovere. “Se in passato l’omissione ha potuto diventare una forma di risposta – scrive il Papa – oggi vogliamo che la solidarietà, intesa nel suo significato più profondo ed esigente, diventi il nostro modo di fare la storia presente e futura, in un ambito dove i conflitti, le tensioni e specialmente le vittime di ogni tipo di abuso possano trovare una mano tesa che le protegga e le riscatti dal loro dolore”. Non è il modo più sereno per avvicinarsi all’Incontro mondiale delle famiglie di Dublino, che si apre martedì e che sabato vedrà arrivare il Papa sull’isola. Qualcuno, al di qua e al di là dell’oceano ha chiesto provocatoriamente di cancellare l’evento, travolto da scandali e dossier.

 

Un raduno tormentato fin da quando fu reso noto il programma, con la conferenza sull’accoglienza delle famiglie Lgbt nelle parrocchie e la presenza di Francesco ridotta al minimo. Ma pochi potevano prevedere l’onda lunga dell’ennesimo capitolo della storia americana che vede preti coinvolti in casi di abusi sessuali su minori e vescovi abili nel nascondere la faccenda. Il procuratore della Pennsylvania ha fatto detonare la bomba a pochi giorni dall’evento di Dublino, elencando le diocesi coinvolte, il periodo dei presunti misfatti (settant’anni), il numero dei sacerdoti coinvolti. Ha però anche sottolineato – fatto questo che in Vaticano è stato notato e rimarcato – che dai primi anni Duemila la chiesa si è messa in riga e ora le cose vanno meglio. Il problema è che tra le diocesi citate dal procuratore c’è anche Pittsburgh, che dal 1988 al 2006 è stata retta da Donald William Wuerl, poi promosso arcivescovo di Washington in sostituzione di Theodore McCarrick, nel frattempo dimessosi dal Collegio cardinalizio e costretto da Papa Francesco a ritirarsi in un luogo prestabilito per dedicarsi alla preghiera e al pentimento per espiare ciò di cui è accusato: nottate passate con seminaristi in New Jersey e abusi su minori. Wuerl, poche ore dopo la pubblicazione del rapporto del procuratore, ha fatto sapere che non andrà a Dublino. Nessuna motivazione è stata addotta per la rinuncia al viaggio – avrebbe dovuto moderare un incontro – ma è la seconda defaillance che arriva dalla chiesa statunitense dopo quella del cardinale Sean O’Malley, che rimarrà a Boston per occuparsi del seminario diocesano: anche qui, storiacce di molestie, abusi e intimidazioni “che sono fonte di grave preoccupazione per me in qualità di arcivescovo di Boston”. Ma il problema è ben più serio, perché dopo la mareggiata che ha devastato la chiesa cilena, con la decapitazione della locale gerarchia, è già partita una petizione che chiede le dimissioni in blocco di tutti i vescovi degli Stati Uniti. E pazienza se il rapporto laico della procura della Pennsylvania chiarisce che nulla di anomalo o compromettente è stato trovato dopo il 2002. La miccia forcaiola, una volta che è accesa, difficilmente può essere spenta. Anche in Vaticano, lo scorso inverno, si temeva quel che sta ora avvenendo, e cioè che dal caso cileno la macchia si propagasse altrove, inarrestabile, dall’Australia agli Stati Uniti già squassati da Spotlight a cavallo del cambio di millennio. A far comprendere quale sarà il clima che accoglierà il Papa a Dublino, l’ha fatto intendere il Sunday Times: “In Irlanda – si legge in un editoriale – Francesco dovrebbe ascoltare, scusarsi con le vittime e fare ammenda. Ma le parole non sono abbastanza. Il Papa dovrebbe ammettere che la chiesa affronta una crisi istituzionale, globale ed esistenziale. Il marcio si è diffuso verso l’alto: il cardinale George Pell, un esponente vaticano di primo piano, presto affronterà un processo in Australia. Il Papa deve prendere in mano la situazione ora”.

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