Il cardinale Pell rinviato a giudizio, ma gran parte delle accuse sono cadute

Matteo Matzuzzi

Roma. Il rinvio a giudizio del cardinale George Pell, 76enne prefetto della Segreteria per l’Economia da un anno in congedo, era scontato. Almeno da quando la giudice Belinda Wallington, nel corso delle udienze protrattesi per tutto il mese di marzo, aveva detto che in linea di massima è sempre meglio che sia una giuria popolare a valutare accuse così gravi, a meno di gravi difetti procedurali che qui, ça va sans dire, non si sono visti. E però la stessa giudice, mandando a processo il porporato già arcivescovo di Sydney e Melbourne e numero tre della curia vaticana (seppure in aspettativa concordata con il Papa) con l’accusa di avere abusato sessualmente di diversi minori tra gli anni Settanta e Ottanta e tra i Novanta e i primi Duemila nonché di aver coperto un buon numero di sacerdoti rei del medesimo crimine, ha fatto cadere i capi d’imputazione più gravi, che erano anche quelli più numerosi. Bastava mantenerne in piedi uno per portare Pell davanti a una giuria, Wallington ne ha salvati tre. Non è dato sapere quali siano nel dettaglio. A ogni modo, l’aspetto più rilevante in questa fase del procedimento penale contro il più alto esponente della gerarchia vaticana mai imputato di abusi sessuali, è che gran parte dell’impianto accusatorio è caduto ancora prima di arrivare al processo. Non è una novità, già le denunce e testimonianze del 2002 erano state archiviate per insufficienza di prove e perché i testimoni non erano stati ritenuti attendibili.

 

Pell ha sempre respinto ogni accusa, ricordando le enormi pressioni delle vittime (allo stato delle cose, presunte) sulle forze di polizia perché indagassero, risalendo indietro nel tempo anche di quarant’anni. E le vittime (presunte) periodicamente fornivano ai media informazioni e dettagli sempre più peccaminosi in stile boccaccesco. Arrivando anche a ricordare, sempre a distanza di decenni, il sesso in sacrestia nella cattedrale di Melbourne dopo la messa, il cardinale che si mostrava nudo in piscina davanti agli adolescenti, gli approcci espliciti nei cinema. “Una character assassination senza tregua”, l’aveva definita Pell, che senza esserne costretto decise un anno fa di tornare in Australia per presentarsi davanti ai magistrati e difendersi in un’aula di tribunale. Dichiarandosi sempre non colpevole. L’unica ammissione che il cardinale ha fatto, anche davanti alla Royal Commission che ha indagato sugli abusi sessuali da parte del clero su minori perpetrati negli ultimi quarant’anni, è di aver dato credito più ai sacerdoti che alle vittime, non prendendo le dovute misure.

 

Pell, uomo realista e pragmatico, ha sempre saputo che la partita l’avrebbe giocata in un campo difficile. Lui da una parte e dall’altra il combinato disposto di vittime e commissari reali incaricati di purificare la società dai preti pedofili. Il tutto amplificato dalla grancassa mediatica che forniva ricostruzioni sul passato misterioso di Pell, il cardinale che ama gli abiti di lusso e viaggia in business class – in tempi di esaltazione del pauperismo sottolineare che un porporato non gira scalzo e in autobus contribuisce a rafforzare la caccia alle streghe. Caccia che aveva avuto nel frattempo il sigillo di Peter Saunders, già membro della pontificia commissione contro gli abusi sessuali poi dimessosi perché secondo lui in Vaticano non facevano abbastanza per contrastare la piaga, che a “60 minutes” della Cbs definiva George Pell un uomo che “disprezza i bambini vittime di abusi sessuali”. Il Vaticano il suo numero tre l’ha mollato da un pezzo alle forche caudine della magistratura australiana e alla ridda di dichiarazioni delle vittime, ribadendo oggi glaciale che oltretevere “si prende atto della decisione”.

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