La rilevanza politica della chiesa non si ricostruisce a tavolino

Redazione

Il Foglio ha chiesto a varie personalità il motivo dello scollamento tra la linea della chiesa e le scelte dell'elettorato cattolico. La distanza appare sempre più profonda, è davvero realizzabile quella “terza via” tra il collateralismo e il rischio di irrilevanza di cui ha parlato la scorsa settimana l’arcivescovo Bruno Forte in un’intervista al Corriere della Sera?

 


  

 

Esiste – e se sì – a cosa è dovuto lo scollamento tra quanto la chiesa proclama su grandi temi quali ad esempio immigrazione e lavoro e il conseguente comportamento dei cattolici una volta entrati in cabina elettorale?

 

Una volta venuto meno il partito unico dei cattolici, è abbastanza naturale che questi votino ormai in ordine sparso, quindi il problema dell’eventuale scollamento non dovrebbe nemmeno porsi. Né questo significa, almeno secondo me, che il magistero sia ormai condannato all’irrilevanza politica. Ma certamente è diventato più complesso orientare concretamente il comportamento degli elettori. La chiesa di Ruini, crollata la Democrazia cristiana, aveva compreso che un mondo era andato in frantumi e che occorreva ricostruire i presupposti di una fede che fosse ancora capace di farsi concreta esperienza di vita (auspicabilmente, col tempo, anche sul piano politico) e scelse per questo di investire nel “progetto culturale”. Di quel progetto oggi non c’è più traccia; per qualcuno fu semplicemente una “mission impossible” e per altri, i più stupidi, un servizio reso al partito di Berlusconi. Ma il problema della qualità anche culturale del magistero resta, così come resta l’urgenza di comprendere quali sono i cambiamenti che si stanno verificando nella società in cui vivono gli uomini a cui si parla. In tema d’immigrazione, ad esempio, scegliendo l’accoglienza il magistero ha fatto senz’altro la scelta giusta, quella più umana e più conforme alla migliore tradizione culturale del nostro paese e dell’Europa intera, ma ha sottovalutato forse l’impatto reale che un’immigrazione fuori controllo sta avendo nel tessuto sociale già piuttosto sfilacciato del nostro paese, e questo è sicuramente uno dei motivi per cui molti elettori cattolici hanno fatto scelte che sono andate in direzioni opposte, diciamo pure, esclusive nei confronti degli immigrati. In tema di lavoro idem. Il giusto richiamo da parte del magistero a una maggiore giustizia sociale nonché all’urgenza che tutti possano avere un lavoro si è confuso troppo spesso con analisi frettolose circa le cause delle disuguaglianze, il mercato e il modo di produzione capitalistico che hanno forse indotto molti cattolici a voltarsi da un’altra parte.

 

Monsignor Bruno Forte sul Corriere della Sera ha nei giorni scorso auspicato una “terza via” tra il collateralismo e il rischio di irrilevanza. Ci sono spazi in Italia per una “terza via”? In che cosa potrebbe o dovrebbe consistere?

 

Finito il collateralismo, la rilevanza va evidentemente conquistata per un’altra via. E’ un problema che richiede cambiamenti profondi. Occorre che laici, preti e vescovi, ciascuno per le responsabilità che gli compete, vengano in chiaro il più possibile con la configurazione che sta assumendo la società in cui viviamo e i problemi che la contraddistinguono. Ma tutto questo non basta. La rilevanza politica non la si ricostruisce a tavolino; meno che mai facendosi cassa di risonanza di ideali, il più delle volte astratti, che spesso vengono elaborati altrove, nella melassa del politicamente corretto. Ci vuole passione politica, ci vuole realismo e ci vuole soprattutto la fede in Dio. Il magistero insiste molto sui temi sociali e politici. E fa bene. Ma più ancora dovrebbe insistere forse su Dio e sulla centralità che egli dovrebbe avere nella vita di coloro che credono in lui, visto che il resto (magari anche una maggiore rilevanza politica) verrà dato in sovrappiù. D’altra parte non esiste una politica fiscale, sanitaria o del lavoro che sia cattolica. Non esiste neanche una politica cattolica dell’immigrazione. Se per fare politiche umane, giuste, in materia di fisco, sanità, lavoro e immigrazione, abbiamo bisogno della teologia, allora vuol dire che la secolarizzazione non ha ancora portato a termine il suo corso. Insomma la politica è diventata un campo dove cattolici, laici e diversamente credenti sono tutti chiamati, indistintamente, a operare con competenza e buona volontà Ma di certo i cattolici e la chiesa possono fare molto per contribuire a creare quello spazio politico, all’interno del quale il rispetto della dignità e della libertà degli uomini, di tutti gli uomini, costituiscano la bussola di ogni azione politica. E’ uno spazio di cui peraltro oggi si sente un grande bisogno.

 

Sergio Belardinelli, ordinario di Sociologia dei processi Culturali e comunicativi, Università di Bologna

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