Le lodi cinesi al Papa

Redazione

Il Global Times, emanazione del Partito comunista cinese, ha pubblicato un editoriale in cui si dà ormai per fatto l’accordo tra la Santa Sede e Pechino. Nessuna data certa, ma è ovvio che “prima o poi ci sarà”. Il negoziato, si sa, va avanti, gli scogli ci sono – è sufficiente scorrere i cahiers de doléances diffusi dal cardinale Joseph Zen, tenace oppositore di ogni appeasement con chi costringe i vescovi nominati dal Papa a vivere nelle moderne catacombe delle megalopoli locali – ma insomma, si possono superare con pazienza, come ha dimostrato – si legge nell’editoriale – il governo cinese. Il Global Times loda in questo senso la “saggezza del Papa”, vero artefice dei progressi che porteranno a un’intesa capace di tenere insieme “l’interesse nazionale e le credenze religiose dei cattolici”.

 

Un binomio che appare complicato, a meno di non pensare alle concessioni che il Vaticano è pronto a fare, prima fra tutte la scelta di legittimare i vescovi di stato – si dice siano sette i nomi già vidimati da Francesco – , “patriottici” e dipendenti dallo stato ateo, a scapito di quelli in comunione con Roma. Una pratica di pura realpolitik, i cattolici in Cina sono tanti e senza la Cina non si può guardare il mondo nella sua interezza. Tutto vero: la chiesa non può non essere presente e condannarsi all’irrilevanza e alla semiclandestinità in perpetuo. Ma è una pratica anche pericolosa, un precedente che in futuro potrebbe essere usato anche da chi oggi non pare interessato a interferire con le nomine papali rispetto ai vescovi da incardinare nelle diocesi. Domani, visto il cedimento con Pechino, potrebbe cambiare idea.

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