Dalla Cina al Cile, Papa Francesco prova a difendersi dal fuoco amico

Matteo Matzuzzi

Roma. La ricostruzione data dal cardinale Joseph Zen sul recente incontro avuto con il Papa a Santa Marta e su quanto quest’ultimo avrebbe detto all’arcivescovo emerito di Hong Kong è falsa. A dirlo è un comunicato diffuso dal direttore della Sala stampa vaticana, Greg Burke, ieri poco dopo l’ora di pranzo. Zen, in un lungo articolo pubblicato lunedì da diversi siti e periodici online, aveva lasciato intendere – “nonostante il pericolo di essere accusato di rompere la confidenzialità” – che Francesco non condividesse la posizione della Segreteria di stato sul destino dei due vescovi legittimi di Santhou e Mindong, ai quali mesi fa sarebbe stato chiesto di lasciare il posto a due presuli “illegittimi” nominati dal governo cinese e solo poi, eventualmente, riconosciuti anche dalla Santa Sede.

 

Secondo le parole del cardinale Zen, il Papa avrebbe detto: “Ho detto loro (ai collaboratori della curia, ndr) di non creare un altro caso Mindszenty”. Il riferimento è all’eroico arcivescovo di Budapest che durante il regime comunista fu prima imprigionato – le guardie di sorveglianza gli impedivano di pregare e inginocchiarsi – e poi costretto a risiedere fino alla rinuncia presso l’ambasciata americana nella capitale ungherese. Il cardinale cinese aveva però aggiunto molto di più: “Forse io penso che il Vaticano stia svendendo la chiesa cattolica in Cina? Sì, decisamente, se essi vanno nella direzione che è ovvia in tutto quello che hanno fatto in questi mesi e anni recenti”. E, ancora, “sono forse io il maggior ostacolo al processo di accordo fra il Vaticano e la Cina? Se questo accordo è cattivo, sono più che felice di essere un ostacolo”. Niente di nuovo, la posizione del porporato salesiano è sempre stata questa: assoluta fermezza nei confronti di Pechino con cui, a suo dire, è impossibile negoziare senza cedere su questioni di fede.

 

Nulla di nuovo ma decisamente troppo per il Vaticano, soprattutto in un momento in cui sottotraccia proseguono i complicati negoziati con le autorità cinesi per giungere a una qualche forma di accordo che possa essere soddisfacente per entrambe le parti. Così, precisa la dichiarazione di Burke, “il Papa è in costante contatto con i suoi collaboratori, in particolare della Segreteria di stato, sulle questioni cinesi, e viene da loro informato in materia fedele e particolareggiata sulla situazione della chiesa cattolica in Cina e sui passi del dialogo in corso tra la Santa Sede e la Repubblica popolare cinese, che egli accompagna con speciale sollecitudine”. Quindi, la rampogna finale per Zen: “Desta sorpresa e rammarico, pertanto, che si affermi il contrario da parte di persone di chiesa e si alimentino così confusione e polemiche”. E’ quest’ultima frase, in particolare, a rendere l’idea dell’accerchiamento percepito oltretevere, con la denuncia esplicita della volontà di creare confusione all’interno della chiesa finalizzata a destabilizzare l’attuale pontificato.

  

Sviluppi cileni

E a proposito di assalti a Santa Marta, è di oggi la notizia che il Papa ha deciso di intervenire sulla vicenda del vescovo cileno Juan Barros, il titolare della diocesi di Osorno che da anni è l’oggetto di una campagna che lo vorrebbe sollevato dall’incarico perché reo d’aver coperto abusi sessuali su minori. Francesco, durante il suo viaggio in Cile, aveva difeso Barros definendolo anche “bravo e buono” e ribadendo – al di là delle scuse per qualche espressione infelice – che sul suo conto non c’è alcuna “evidenza”. Una settimana dopo, il Vaticano annuncia che “a seguito di alcune informazioni recentemente pervenute in merito al caso di mons. Juan de la Cruz Barros Madrid, vescovo di Osorno (Cile), il Santo Padre ha disposto che mons. Charles J. Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l’esame di ricorsi (in materia di delicta graviora) alla Sessione ordinaria della congregazione per la Dottrina della fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso”. È l’inizio di un processo in piena regola sui trascorsi del vescovo nominato da Francesco e da lui difeso fino all’ultimo – nonostante le prese di posizione di cardinali del calibro di Séan O’Malley – da una campagna fatta solo di (sono parole del Pontefice) “calunnie”.

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