Un Papa ripetitivo e poco carismatico

Giuliano Ferrara

Il Papa trova le folle dove le cerca, le folle lo cercano, il codazzo delle autorità politiche e spirituali non manca, ma per Francesco si moltiplicano i problemi. Stranamente, la sua postura, ogni Papa ne ha una, appare ripetitiva e poco carismatica. Disprezza o sembra disprezzare dottrina teologia dogmatica, sebbene il professor Massimo Borghesi in un suo libro abbia tentato di dimostrare come poteva che Bergoglio ha anche un pensiero e un percorso di cultura importanti. Francesco preferisce una visione antropologica, sociale, ecologica del mondo moderno, con rare puntate critiche sulla “colonizzazione culturale” indotta dal pensiero unico dominante al quale, per il resto, fa spesso e volentieri concessioni dal sapore rassegnato. Dal suo modello, il primo prete della Compagnia di Gesù, Pietro Favre, trae un’ispirazione relativista, improntata alla dolcezza e tenerezza del messaggio evangelico, che nel conflittuale e missionario Cinquecento in cui fu delineata aveva un senso riformatore o controriformatore oggi largamente smarrito. Il suo ideologo più in vista, padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, lo ha costretto, lui consenziente e prono, nei canoni friabili della comunicazione contemporanea e in una atmosfera di aspro confronto con i suoi avversari interni e con le forze vive che sfuggono alla presa del messaggio senza troppa attenzione alla premessa della fede e della sua custodia nella vivente, malleabile ma irriducibile tradizione cattolica. Ha rotto con il teologo ratzingeriano Gerhard Ludwig Müller, che alla congregazione per la Dottrina della fede lo aveva filialmente corretto ma non sfidato, e lo ha bruscamente licenziato, abbracciando il sogno ecumenista della “chiesa domestica” luterana e della famiglia allargata, molto allargata, coltivato dalla “teologia in ginocchio” del cardinale Walter Kasper.

 

Secondo lo schema polemico elaborato dai suoi mentori e amici, doveva essere un profeta azzannato dai lupi, invece con i suoi metodi di emarginazione del dissenso, di centralismo papista anche nelle scelte di decentramento, con il suo rigetto della disputa aperta, con una certa sua stizza, che era per sua ammissione parte del suo cattivo carattere dalle origini episcopali argentine, Francesco risulta lupo tra i lupi. In più è evidente il disordine nella gestione in capo al complesso di Santa Marta, e ora l’opinione secolare che gli aveva aperto le braccia puntando su un ulteriore ridimensionamento del posto della chiesa nella spazio pubblico dopo la Renuntiatio di Benedetto XVI, ora quell’opinione tende a ritrarsi, a lasciare nuovo spazio alle chiacchiere malevole sul management finanziario vaticano e sulla condotta morale del piccolo e grande clero, tuttora azzoppato dalla campagna ossessiva sulla pedofilia, che sembrava tramontata con il nuovo pontificato. Questo Papa dice e fa molte cose giuste e anche belle, c’è un qualcosa di vitale e di imprevedibile nella sua predicazione e nelle sue uscite, salvo gaffe imperdonabili come quella sulla violenza cattolica della cronaca nera paragonata al jihadismo islamico, sul natalismo “da conigli” che la sua chiesa respinge e censura, e altre, molte, concessioni maldestre al politicamente corretto. Ma il progetto in sé sacrosanto di riconquistare il secolo senza proselitismo, abdicando perfino all’idea di un Dio cattolico, con i mezzi del secolo, questa ipotesi radicale e conservatrice insieme, si è come imbrogliata e arenata.

 

Ciò che Francesco sembrava voler evitare, la trasformazione di una chiesa moderna in una organizzazione non governativa per l’assistenza alle ferite contemporanee nell’ospedale da campo, prende corpo invece nella vita quotidiana di un papato indifferente al vangelo come segno di contraddizione, come alta scuola di cultura e di umanità. All’aggiornamento dell’aggiornamento del Vaticano II, lo si vede a occhio nudo, mancano il dubbio metodico, la sottigliezza letteraria e teologica, le frenate lacrimanti di un Paolo VI. Francesco ha dato troppo spazio, troppa corda, ai lupetti che lo circondano, tipo quel vicepapa honduregno, O. R. Maradiaga, che si faceva beffe dei teologi tedeschi e delle loro rigidità, e che ora appare una figura fin troppo elastica in una corte papale fin troppo chiusa.

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