L’aborto divide l’Irlanda

Matteo Matzuzzi

Roma. I sondaggi a due giorni dal referendum irlandese sull’aborto (si voterà venerdì 25 maggio) dicono che i Sì alla cancellazione dell’ottavo emendamento costituzionale che – inserito nella Carta nel 1983, mentre il resto del mondo andava da tutt’altra parte – garantisce il nascituro al pari della madre sono ancora in testa: sfiorano il 50 per cento. I No si fermano al 28, mentre gli indecisi sono circa il 20 per cento. Una partita senza storia, verrebbe da dire guardando questi dati. Eppure, come più di un osservatore locale sottolinea – anche tra le file degli “abolizionisti” – qualcosa nelle ultime settimane è cambiato, se è vero che all’inizio dell’anno i Sì erano dati alla rassicurante quota del 60 per cento circa (a gennaio il 63).

 

Politico Europe ha indagato le ragioni di questo spostamento sensibile nelle intenzioni di voto, intervistando elettori irlandesi delle città e delle campagne, alla ricerca di una spiegazione del perché l’esito del referendum sull’aborto sia più incerto rispetto a quello che nel 2015 diede il via libera alle nozze tra persone dello stesso sesso. Il vento nelle vele dei Sì è calato di colpo, spiega chi ha seguito giorno per giorno la battaglia referendaria, quando il governo ha fatto sapere che è pronto a varare una legge che autorizzerà l’aborto entro 12 settimane dal concepimento per qualunque ragione e anche dopo, nel caso la vita della donna sia in grave pericolo.

 

Ed è proprio sull’idea di liberalizzare tout-court l’aborto che – come ha detto la senatrice centrista-popolare Catherine Noone – si è risvegliata l’anima “profondamente conservatrice” del popolo irlandese sulla questione. Noone è membro del Fine Gael, la formazione di centrodestra che pure ha lasciato ai propri sostenitori libertà di coscienza. La campagna mediatica sui giornali, in tv e perfino nella cartellonistica in strada è stata quasi a senso unico, con i Sì nettamente preponderanti sui No. La chiesa cattolica ha scelto di mantenere il basso profilo, chissà se per la poca voglia di farsi vedere in piazza dopo i dolorosi scandali del recente passato o per il timore di impegnarsi in una battaglia che i più danno per persa. E ciò nonostante fra tre mesi in Irlanda arrivi il Papa, per l’Incontro mondiale delle famiglie.

 

Ieri ha parlato l’arcivescovo di Armagh, Eamon Martin, primate della chiesa irlandese: “Strappare una vita umana innocente non può mai essere semplicemente una questione di scelta personale”. Una signora di Dublino, che ha votato favorevolmente e con convinzione per le nozze gay, adesso si mostra ben più perplessa nel contribuire a marcare la svolta: “Vedo che il problema è l’ottavo emendamento, soprattutto per quei medici che potrebbero essere impediti dal fare ciò che è meglio per le loro pazienti. Ma io ho un problema concreto con la questione delle dodici settimane”. Politico ha ricordato che il governo, lanciando l’idea della legge che autorizzava l’aborto fino alle dodici settimane, pensava di rassicurare la pancia profonda del paese, più anziana e scettica circa le novità. L’intento era quello di fermare quei settori che invece volevano andare ben oltre le dodici settimane. Ma per la società irlandese, almeno per una sua buona parte – soprattutto tra i meno giovani, come indicano tutte le rilevazioni statistiche – dodici sono troppe. Ed è proprio a questa fetta dell’elettorato che si rivolge la campagna pro life (per il No, quindi) in questi ultimi giorni. I volontari battono le campagne, bussano alle case e parlano vis-à-vis con le persone dei rischi che la cancellazione dell’ottavo emendamento comporterebbe.

 

Anche per quell’eccezionalismo irlandese di cui ha scritto domenica scorsa sul New York Times Ross Douthat. Un paese dove l’insieme di conservatorismo costituzionale e progressismo economico, la tensione a un modello secolarizzato e liberale ha prodotto una società dove si fanno più figli (la media è di 1,92 contro l’1,58 dell’Unione europea), il numero di divorzi è tra i più bassi dell’Europa occidentale. E le donne? I tassi di mortalità materna sono inferiori rispetto ai paesi limitrofi e il tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro è più o meno pari a quello della Svizzera, della Norvegia o del Belgio. Tutti elementi che portano Douthat a considerare che si può essere a favore della vita e della famiglia anche senza compromettere la salute delle donne o le opportunità femminili in ambito lavorativo rispetto ai paesi che consentono da tempo l’aborto. Insomma, se è vero il cliché secondo cui la politica irlandese è sempre trent’anni in ritardo rispetto al resto d’occidente, non è detto che ciò sia un male.

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