Arte
aspirazioni smisurate più nonsense •
Alfred Jarry e la sostanza dell’assurdo
In anticipo di cent’anni sui “troll”. La sua Patafisica, scienza delle soluzioni immaginarie, è viva e vegeta. Con Ubu ha fatto deragliare logica e senso. Questa è la gratitudine che il ’900 gli deve
3 OTT 26

Jean Bouise nell’adattamento televisivo di “Ubu re” di Jean Christophe Averty. In basso, un ritratto di Alfred Jarry (foto Getty)
Parodiare il proprio professore di Fisica del liceo e fare la storia del teatro in cinque anni e quattro pièce capaci di scardinare tutte le convenzioni e i modelli possibili, e restare, dopo oltre un secolo, attuale come pochi. Ispirare Apollinaire, i Futuristi, i Surrealisti, e fondare una disciplina eterna che si insinua nelle maglie della metafisica e ne svelle e capovolge i principi. Questo è stato Alfred Jarry, di cui si festeggia la nascita ogni 8 settembre, vero Capodanno per tutti i figli del padre gigante del teatro dell’assurdo e delle avanguardie del Novecento, supremo creatore di questo Ubu quadrisonante (re, cornuto, incatenato e sulla collina) e illustre esponente del riso occidentale che ha in Rabelais il più fragoroso capofamiglia.
E con Jarry venne la Patafisica, “scienza che abbiamo inventato perché se ne sentiva generalmente il bisogno”, scienza che si occupa del particolare anziché dell’universale e delle eccezioni anziché delle regole, scienza degli epifenomeni giacché “il consenso universale è di per sé stesso un pregiudizio miracoloso e incomprensibile”. Jarry si concederà il lusso di raccontarne ben bene la genesi, di questa “scienza delle scienze” di cui inventerà anche un trattato, e lo farà nel suo testo più radicale e improponibile, quindi straordinario, ossia Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, dando un senso, con oltre cent’anni di anticipo, all’utilizzo di un verbo oggi popolarissimo, cioè “trollare”, che significa appunto prendere in giro, provocare, sabotare col sarcasmo rendendo ridicolo un contesto o un interlocutore. Jarry prese “troll” e lo fuse con Faust, a indicare, del personaggio generato, la duplice natura: aspirazioni smisurate, più sostanza di nonsense. Questo librino folle narra le gesta del dottore nato in Circassia a sessantatré anni e già coi baffi, “uomo più di quanto sia decente essere”, che nel milleottocentonovantotto, dopo essersi inanellato di smeraldi e topazi e messo intorno al collo un cordone della Grande-Gidouille, ordine da lui inventato, si mette a girare il mondo, partendo dall’isola di Sterco alla ricerca delle regole che governano le eccezioni, accompagnato da un babbuino con le natiche trapiantate sulle guance e da un ufficiale giudiziario del tribunale civile del dipartimento della Senna di nome Panmuphle, su un vascello detto Asse, capace di solcare mare cielo e terra.
Con il nome “Faustroll”, Jarry indicò, del personaggio, la duplice natura: aspirazioni smisurate più nonsense
Gilles Deleuze, Jean Baudrillard, Raymond Queneau, Italo Calvino. Ma anche Max Ernst, Man Ray, Eugène Ionesco, Vincenzo Accame, Mario Persico, Umberto Eco, Fernando Arrabal, Enrico Baj (Trascendente Satrapo e Imperatore Analogico nel mondo della patafisica milanese) e Ugo Nespolo (proto-Provveditore dell’Istituto di Patafisica di Torino): sono solo alcuni nomi tra i tantissimi che si sono interessati e occupati di Patafisica. La scienza delle soluzioni immaginarie ha sbriciolato i decenni, è viva e vegeta e può vantare un’influenza culturale con pochi eguali. Boris Vian ne fu uno dei più celebri cultori. La band psichedelica inglese dei Soft Machine firmò una canzone dal titolo A pataphysical introduction. Centri e istituti sono stati aperti, negli anni, in tutto il mondo − per averne un’idea, consultare la vertiginosa mappa sul sito patakosmos.com, progetto online di divulgazione scientifica e artistica firmato dal pittore Giovanni Ricciardi, fondatore nel 2008 anche dell’Autoclave di Estrazioni patafisiche, riconosciuta dal Collegio di Patafisica. Dal 1999 al 2006 è stata pubblicata una rivista di arti grafiche e cultura patafisica chiamata KRAKATOA.
Il libro che ha canonizzato la Patafisica attraverso le gesta del burattino-negromante Faustroll venne pubblicato nel 1911, quattro anni dopo la morte di Jarry. Che ebbe mente esplosiva e vita dura, anche se non sembrò dar grande peso alla faccenda, giocoso e scellerato com’era e resterà fino all’ultimo istante. Morirà a trentaquattro anni di meningite tubercolare senza aver mai pagato la sua bicicletta, vittima dell’alcol, della denutrizione e della povertà, dopo aver vissuto un po’ dalla sorella, un po’ in una baracca a Laval, un po’ in un sordido monolocale a Parigi in cui si doveva stare seduti perché il soffitto era troppo basso: ma lui rideva anche di questo, rideva di tutto e di sé stesso − leggenda vuole che come ultimo desiderio, al suo capezzale, chiese uno stuzzicadenti.
La pièce Ubu re venne messa in scena per la prima volta una sera di centotrenta anni fa al Théâtre de l’Oeuvre (litografia-manifesto firmata da Jarry in persona) e, va da sé, scatenò l’inferno. “Merdre” sarà la prima parola con cui debutterà il nostro prodigioso, feroce, infame cialtrone, il primo grido di battaglia attraverso il quale gli spettatori avrebbero fatto conoscenza dell’ingombrante, turpe e mirabile marionetta coccodrillesca e panzuta. Ma questa espressione, nata dalla fusione delle parole “madre” e “merda”, era solo l’inizio, la premessa di una colata interminabile e imprevedibile, per l’ignaro pubblico, di un carnevale efferato, fatto di rozze ambiguità, furibondi doppisensi, neologismi intestinali, pernacchi sacrileghi, asserzioni incomprensibili, flatulenze logiche, metafore sconce, invenzioni zoologiche (il memorabile “rastrone”, animale inventato da Jarry bambino) e palesi e squisite idiozie. Jules Renard ne restò scandalizzato (con tutto l’amore per Renard: che delusione) e Colette pianse per non essere riuscita a entrare in sala. La serata registrò di fatto un fiasco assoluto, ma l’opera fece parlare di sé e scatenò un finimondo di critiche, insulti, rivolte, stroncature. Jarry tirò dritto e rispose prima con un articolo un po’ piccato sulla Revue blanche in cui disse: “Non c’è da stupirsi che il pubblico sia rimasto sbalordito alla vista del proprio ignobile doppio”. Poi se la fece passare, si mise al lavoro e completò il poker con Ubu cornuto, Ubu incatenato e Ubu sulla collina.
Rideva di tutto e di sé stesso: leggenda vuole che come ultimo desiderio, al suo capezzale, chiese uno stuzzicadenti
A tutt’oggi Ubu resta la creatura per cui Jarry è più conosciuto al mondo, generata nei solai della sua adolescenza insieme ad alcuni compagni di liceo a Rennes. Non avevano nemmeno quindici anni e si divertivano a scrivere e interpretare farse per irridere i loro insegnanti. Tra questi, un certo Felix Hébert, uomo buffo e ridicolo, pessimo insegnante: padre Heb, Ebée, Ebone, Ebance, Ebouille sono i nomi di alcuni di questi prodromi macchiettistici che avrebbero consentito a Jarry di plasmare, in pochi anni, la mirabile sintesi di Padre Ubu. Del quale esistono anche numerose vignette e rappresentazioni grafiche − Jarry frequentò il disegno non meno che la scrittura. Poi un giorno il teatrino degli studenti si ingrandì e nel 1889 la casa di Jarry diventò “Iil teatro delle finanze”, laboratorio fondato per mettere in scena e perfezionare questi ur-Ubu. “Sarete liberi di vedere nel signor Ubu”, dichiarò Jarry presentando lo spettacolo al pubblico, “le molteplici allusioni che vorrete, o un semplice fantoccio, la deformazione cui uno studentello ha sottoposto uno dei suoi professori, il quale rappresentava per lui tutto il grottesco che mai fosse al mondo”.
Mitragliatrice goliardica, Ubu è “la deformazione cui uno studentello ha sottoposto uno dei suoi professori”
Ubu re è questo: un manuale di distruzioni, una parodia che ha preso la mano, un’ iperbole rabelaisianamente deragliata, un diabolico piano inclinato lungo il quale scolano e scorrono via logica e senso, proprio nell’accezione eraclitea dell’espressione − non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume così come non si può mai dare lo stesso significato a una stessa cosa, che in Jarry esplode in sé stessa, nel suo contrario e in mille contrari dei contrari, celebrando con la sua natura imprevedibile e comicamente ostile l’impossibilità di soggiacere a una definizione, un congelamento metafisico, un’idea e una forma suprema. Il mondo di Ubu è, patafisicamente, l’altro di ogni mondo, possibile e impossibile: Ubu è uno sguaiato essere periforme che sfata il linguaggio usandone uno tutto suo, che non ha bisogno d’altro e riscrive il mondo secondo le proprie leggi − le leggi della panza, dell’arbitrio linguistico e morale, del capriccio. Ubu è una minaccia continua a ogni tentativo di didascalizzarlo, è la forma più libera che sia mai esistita a teatro e anche fuori, l’invenzione più ridanciana, sfacciata e sfuggente, una mitragliatrice goliardica, una macchina che spara chiodi, fuoco e sentenze e tritura la logica stessa che lo nutre. Ubu è una figurazione impossibile da sostenere, ambigua e dileggiante fino al punto di sputare sé stessa in faccia al mondo e agli spettatori, senza remore e senza regole. In Ubu re regge e governa una specie di Pialla universale: l’intelligenza vale quanto la stupidità, e la stupidità muove il mondo e tutte le cose. Il capovolgimento è vero, radicale. E soprattutto sfrenatamente amorale. Quanta gratitudine si deve a uno come Alfred Jarry?
Alfred Jarry non ha mai avuto paura neppure della volgarità e l’ha resa significativa, sgargiante e lirica
Recentemente Pierluigi Battista ci ha ricordato, proprio su queste pagine, l’assonanza di questo Capitano dei Dragoni e re d’Aragona con Donald Trump, sulla base di alcuni aspetti del personaggio − l’arroganza, l’ingordigia ottusa, la brama sciocca, il gusto per l’arbitrio, le tasche-abisso, la crudeltà inutile, la viltà. Assonanza innegabile, anzi, inquietante come ogni rovesciamento (di solito è la marionetta che prende ispirazione dalla realtà, qui si ha la sensazione che sia la realtà a essersi impossessata della marionetta). Ma Ubu re riesce ad andare perfino oltre, perché scardina ogni possibilità di essere compreso e raccontato: Ubu re è un fuoco d’artificio perennemente acceso, è l’ignizione definitiva del Senso sulle fiamme del più irridente disprezzo, non è più nemmeno teatro o maschera da teatro, ma un esito sempre vivo e dirompente, prodotto da una mente in grazia (non si sa se più) di Dio o del Demonio. Una mente che non ha avuto paura di sé stessa − i casi, nella storia umana, si contano sulla punta delle dita. Jarry non ha mai avuto paura neppure della volgarità e l’ha resa significativa, sgargiante, lirica. A vent’anni aveva già scritto innumerevoli farse che presentavano titoli molto alfredjarristi, come L’ombrello-clistere del dottor Thanaton o L’apertura della pesca. In Jarry ciò che è volgare diventa essenziale, e questo è il miracolo dell’aver creato un mondo e un linguaggio che, perfettamente, aderiscono l’uno all’altro. Anche l’aspetto di Ubu ne fa parte: il ventre enorme, la testa a pera, gli occhi porcini, il muso di coccodrillo, l’uncino per afferrare i nobili, scuoterli e massacrarli, e poi il bastone da fisica, il bastone da finanza e la pompa da merda, con la quale Ubu minaccia le sue vittime di doloroso svuotamento. La sua scorta è costituita dai palotini (palot in francese significa tanghero), stupidi e solerti ceffi, folletti rozzi che assecondano la sua travolgente idiozia e la violenza senza limiti manovrando la macchina dei decervellamenti mentre cantano: “Urrà! Corna in culo! Viva Padre Ubu!” che è un feroce despota, crudele e pisciasotto, grande specialista nel mandare avanti sempre un altro, essendo poi il primo a scippargli i meriti. “Se siete ancora vivi e calpestate ancora la neve della Lituania, lo dovete alla virtù magnanima del Padrone delle Finanze, che si è affannato, sfacchinato e sgolato a recitare paternostri per la vostra salvezza e che ha maneggiato la spada spirituale della preghiera con coraggio pari all’abilità con cui voi avete maneggiato quella temporale!”, dice ai suoi, massacrati e malridotti. Poco dopo, quando si tratta di finire un orso per mangiarselo, all’invito di dedicarsi in prima persona al cimento, Ubu dice a un suo soldato: “No! Forse non è ancora morto. Mentre tu, che sei già mezzo mangiato e morso dappertutto, sei adattissimo a questo compito!”. Ubu re è un’enormità in tutto: nella viltà, nella violenza, nel gusto del massacro e della persecuzione, nella codardia, nella brama smodata − una bravata geniale, un’enormità partorita dalla mente spavalda di un genio infantile e tragico, ilare e tremendissimo.
Come scriveva Alfredo Giuliani nella prefazione all’edizione Adelphi dei quattro Ubu, “l’infamia ilaro-tragica di Ubu mette addosso un sospetto metafisico, apocalittico: chi è questo tiranno libertario, che non si pone mai il problema di sé stesso, che non fa alcuna distinzione tra intelligenza e stupidità, tra catastrofe e sopravvivenza, tra libertà e schiavitù? E’ un essere carnevalesco che ingiuria la nostra identità, un pupazzo blasfemo che una Gnosi stravolta ci porge per ridere del mondo”.
Ubu è lingua universale, monito eterno. Una grande risata che non vuole seppellirci, ma continuare a scavarci la fossa.
