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La farsa dei simil Trump dal teatro dell'assurdo di Alfred Jarry
Il presidente americano non lo sa, ma la sua postura volgare, smodata e delirante ha un modello letterario e teatrale preciso: Ubu, creatura carnevalesca del drammaturgo francese, è il ritratto del potente ridicolo e senza limiti
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2 MAY 26

Foto Ansa
Pochi leader politici possono vantare un modello letterario o teatrale che già da oltre un secolo prima ne aveva fissato, profeticamente, carattere, follia, grottesco, assurdo, farsa. Questa fortuna è capitata a Donald Trump, grazie alla penna di un precursore del surrealismo e del teatro dell’assurdo, Alfred Jarry, che nel 1896 consegnò con il suo Ubu Roi la raffigurazione satirica, e con generose dosi di umorismo programmaticamente sbracato, dell’uomo potente accecato dal potere, schiavo della dismisura, simbolo di un’esagerazione ostentata e senza limiti, senza la benché minima traccia di un interesse per la cosa pubblica che non sia egotistico e delirante.
Al debutto dell’opera a Parigi Jarry tenne per dispetto un discorso introduttivo appena sussurrato e impercettibile, tra le proteste veementi del pubblico che in un’epoca pre-microfono non riusciva ad afferrare nemmeno una parola. Fischi e urla, che si moltiplicarono quando la farsa ebbe inizio con una parola destinata a scandalizzare i benpensanti in platea: “Merdre!”. Era la prima parola della prima scena del primo atto di Ubu-Trump, la farsa del potere, una somiglianza morale e fisica strabiliante tra un pupazzo “conciato come un pagliaccio da circo” secondo la poco benevola definizione di Gide, e l’attuale presidente degli Stati Uniti. Si racconta che Jarry si innamorò a tal punto della sua creatura da cominciare a parlare come lui e a firmare tutte le sue lettere con il nome di Ubu. Come omaggio a Jarry e al suo ciclopico personaggio nascerà in Italia una casa editrice chiamata Ubulibri. Dario Fo ne ha tentato un non eccelso adattamento teatrale che aveva come bersaglio, manco a dirlo, Berlusconi. La parola iniziale della farsa ha ispirato addirittura una ponderosa rivista con il titolo “Merdre”, Antologia del sapere patafisico, dove la patafisica sarebbe la “scienza delle soluzioni immaginarie”.
Una somiglianza morale e fisica strabiliante tra un pupazzo “conciato come un pagliaccio da circo” secondo la poco benevola definizione di Gide, e l’attuale presidente degli Stati Uniti
Nell’edizione Adelphi che contiene, oltre al testo dell’Ubu Roi, anche quelli dell’Ubu Cornuto, dell’Ubu incatenato (come Prometeo), dell’Ubu sulla collina, la prefazione di Alfredo Giuliani, scritta ben prima dell’avvento di Trump, coglie già un sentore di immaginaria prefigurazione di ciò che accade ai nostri giorni. Ubu è un burattino, scrive Giuliani, e “i greci chiamavano il burattino neuròspastos, ‘mosso per mezzo di nervi, di funicelle’”: “un’epopea eroicomica impersonata da quel “gran pancione tubiforme detto ‘ventraglia’, gli occhi porcini e il muso di coccodrillo, armato di una ‘pompe à merdre’, o pompa di fogna, con la quale l’energumeno minacciava di svuotare i suoi avversari” che non gli fossero fedeli come quelle “piccole creature barbute, con in capo un berretto frigio, sempre pronte a eseguire i suoi efferatissimi ordini”. Giuliani è quasi affascinato dalla “pantagruelica vitalità intestinale di Ubu, ciclo parossistico della sua insaziabile ventraglia”, da un “tiranno” triviale che “non si pone mai il problema di sé stesso, che non fa alcuna distinzione tra catastrofe e sopravvivenza, tra regno ed esilio, tra libertà e schiavitù”: un essere quasi carnevalesco che diventa un guaio quando prende il potere: puro Trump. Muga: Make Ubu Great Again.
“Merdre!”. E dopo la parola d’ordine d’inizio, ecco Ubu elencare i suoi titoli: “Capitano dei dragoni, ufficiale di fiducia del re Venceslao, decorato dell’Ordine dell’Aquila Rossa di Polonia e già Re di Aragona”. Ma la moglie, Madre Ubu, una Lady Macbeth parodizzata, lo incita a prendersi tutto con un farsesco colpo di stato (l’assalto al Campidoglio dei trumpiani con le corna di montone?): “Come! Vi contentate di condurre alle riviste una cinquantina di sgherri alle salacche, quando potreste far succedere sulla vostra cucuzza la corona di Polonia e quella di Aragona?”. E ancora: “Al tuo posto, quel culo vorrei sistemarlo sopra un trono, potresti aumentare senza limiti le tue ricchezze, mangiare spessissimo del salame e andartene in giro in carrozza”. Lui prende una decisione: no: Subito dopo ne prende un’altra: sì. La giravolta rapida e imprevedibile è la sua cifra, come adesso alla Casa Bianca. Promette al capitano Bordure che dovrebbe condurre le operazioni golpiste: “Giuro sulla Madre Ubu che vi farò duca di Lituania”. Ma quel giuramento non vale niente, Ubu si rimangerà tutto a colpo di stato consumato: “Non mi parlare di quel buffro. Adesso che non ho più bisogno di lui, ci può far su una croce, non avrà il suo ducato”.
Lui prende una decisione: no: Subito dopo ne prende un’altra: sì. La giravolta rapida e imprevedibile è la sua cifra, come adesso alla Casa Bianca
Ubu viene chiamato da re Venceslao, quello da spodestare e che voleva farlo “conte di Sandomir”. Tra i cospiratori ferve la discussione su come infliggere il colpo fatale al re e intanto Ubu proclama, ingrato: “Tu, re Venceslao, sarai senz’altro massacrato”. Come ucciderlo? Tagliandolo in due, dice uno. Avvelenarlo? Ubu ha la soluzione per la riuscita tecnica del regicidio: “Non sarebbe meglio che ci buttassimo tutti insieme su di lui strillando e sbraitando? “Io tenterò di pestargli i piedi e gli dirò: Merdra, e a questo segnale vi butterete su di lui”, “E appena sarà morto tu prenderai il suo scettro e la sua corona” dice ingolosita Madre Ubu. A regicidio avvenuto il figlio di Venceslao, Burgrelao, scappa scaricando sul golpista tutto il suo odio. “Briccone, miserabile”. “Furfanti, otri pieni di vino”. “Volgare Padre Ubu, avventuriero uscito da non si sa di dove, vile crapulone, vergognoso vagabondo”. E poi, parodiando Amleto: “Come è triste trovarsi solo a quattordici anni con una terribile vendetta da compiere”.
Preso il potere Ubu fa come il presidente degli Stati Uniti che firma ordini esecutivi a raffica, dà i numeri sui dazi, minaccia di invadere la Groenlandia. Si comincia con il programma di governo: “Il popolo aspetta il donativo della fausta assunzione al trono. Se non fai distribuire della carne e dell’oro, sarai spodestato entro due ore”, suggerisce la first lady. “Carne sì, oro no. Macellate quei tre vecchi cavalli. Voglio arricchirmi, non mollerò un soldo”. I seguaci si azzuffano per sbranare un pezzo di carne: “A quello lì hanno spaccato il cranio”. “Si sentono nel palazzo il rumore dell’orgia che si prolunga fino all’indomani”. Cala la tela, finisce l’atto secondo. Poi gli ordini esecutivi: “Portate la cassa da Nobili e l’uncino da Nobili e il coltello da Nobili e poi fate avanzare i Nobili”. Discorso alla Nazione: “Ho l’onore di annunciarvi che per arricchire il regno farò perire tutti i Nobili e prenderò i loro beni”. Detto, fatto: “Fate avanzare il primo Nobile e passatemi l’uncino da Nobili. Quelli che saranno condannati a morte li passerò nella botola, cadranno negli scantinati del Pinza-Porco della Camera-Da-Soldi dove saranno decervellati”. Ubu al primo Nobile: “Chi sei?”; “Il Conte di Vitepsk”; “A quanto ammontano le tue rendite?”; “A tre milioni di rixdales”. Sentenza esecutiva: “Condannato” (“lo prende con l’uncino e lo passa nel buco”). Si intesta tutti i titoli mentre nel popolo si rumoreggia: “Che abietta ferocia”. “Cancelliere, leggete l’elenco dei miei beni. Comincia dai Principati”. E il Cancelliere snocciola la litania: “Principato di Podolia, granducato di Posen, ducato di Curlandia, contea di Sandomir, contea di Vitepsk, palatinato di Polock, margraviato di Thorn”.
Finito il massacro dei Nobili, si passa a un’altra categoria: “nella botola i magistrati”. Poi è il turno dei finanzieri, con botola e tutto: “Adesso, signori, procederemo con le finanze. Voglio cambiare tutto. Per prima cosa voglio tenermi la metà delle tasse”. E come? “Fisseremo una tassa del dieci per cento sulla proprietà, un’altra sul commercio e l’industria, una terza sui matrimoni e una quarta sui decessi, di quindici franchi ciascuna”. “Ma è un’idiozia”, protestano disperati i finanzieri, “un’assurdità senza capo né coda”. Risposta solita, brutale: “Vi burlate di me! Nella botola i finanzieri”. Ubu è offeso perché gli hanno dato dell’idiota. Se gli avessero detto che è un mascalzone, la sua ira sarebbe più contenuta, ma “idiota” proprio no. Esattamente come Donald Trump che si offende e promette rappresaglie apocalittiche perché sul Wall Street Journal compare la notizia che gli iraniani considererebbero il presidente pro tempore degli Stati Uniti “un fesso” patentato. Intanto nel regno di Ubu cominciano i primi malumori: “Ma insomma, Padre Ubu, che re sei, massacri tutti quanti, non c’è più giustizia, non ci sono più finanze!”. “Non temere, fanciulla” – la fanciulla sarebbe la gigantesca Madre Ubu – “andrò io stesso di villaggio in villaggio, a raccogliere le tasse”. I contadini sono in subbuglio, un po’ come la base elettorale americana, il forgotten man, che con questa storia rischia di rimetterci. Un contadino racconta scene inenarrabili: “Vengo da Cracovia, dove ho visto portare via i corpi di più di trecento nobili e di cinquecento magistrati che sono stati uccisi, e pare che le tasse saranno raddoppiate e che il Padre Ubu verrà lui stesso a raccoglierle. Gran Dio, che ne sarà di noi? E’ un orrendo cialtrone, e la sua famiglia, per quel che si dice, è abominevole”. Arriva Ubu, gridando parole sconnesse: “Aprite, sciabola da finanze, corno finanze, vengo a prendere le tasse”. Proteste, suppliche: “Sire, noi siamo iscritti sul registro per centocinquantadue rixdales che abbiamo già pagato”. “E’ possibilissimo, ma io ho cambiato il governo e ho fatto mettere sul giornale che tutte le tasse si dovranno pagare due volte, e tre volte per quelli che potranno essere designati ulteriormente, farò presto fortuna, allora ucciderò tutti e me ne andrò”. “Pagate! O vi ficco nella mia tasca un supplizio e decollazione del collo e della testa. Cornoventraglia, il re sono io”.
“Ma è un’idiozia”, protestano disperati i finanzieri, “un’assurdità senza capo né coda”. Risposta solita, brutale: “Vi burlate di me! Nella botola i finanzieri”
Monta la ribellione, Ubu sta stressando troppo il suo popolo spogliato dalle tasse, sottoposto ai capricci di un “briccone” che in pochi giorni si è già giocata la sua peraltro molto precaria reputazione : “Siete re da cinque giorni e avete commesso più assassinii di quanti ne occorrerebbero per dannare tutti i santi del Paradiso”. Oramai, e sono passati solo cinque giorni, si organizza la guerra contro Ubu, con l’appoggio dello Zar. Lui fa finta di niente, continua con i suoi decreti pazzotici: “Parleremo di un piccolo sistema che ho ideato per far venire il bel tempo e scongiurare la pioggia”. Ma sulla guerra la somiglianza tra Ubu e Trump è totale: ordini che si contraddicono, sconfitte annunciate come squillanti vittorie, ultimatum che non saranno mai rispettati. Glielo dice la moglie: “Lo zar invaderà i tuoi stati per rimettere sul trono Burgrelao e tu sarai ucciso”. “Ho paura! Pover’uomo che sono. Quell’uomo cattivo mi ucciderà”. Sembra che voglia la pace, ma poi dichiara: “C’è una sola decisione da prendere: la guerra”. Rilutta solo per una ragione: perché “bisogna farla a mie spese”. “No, per la mia candela verde, facciamo la guerra, se proprio smaniate, ma non sborsiamo un soldo”. Non mette un soldo e grida: “Viva la guerra”. “Vado alla guerra e ucciderò tutti. Guai a chi non righerà diritto. Lo metto nella mia tasca con torsione del naso e dei denti ed estrazione della lingua”.
Non capisce che sta perdendo rovinosamente: “Tutto è perduto”, dice uno dei suoi. Ma il realismo non è il suo forte, come del resto non lo è nemmeno nella versione Ubu Trump: “Uccello notturno, bestia del malaugurio, gufo con le ghette! Dove hai pescato queste fanfaluche? Saremo vincitori, se qualcuno cercasse di entrare, attento all’uncino di merdre”. Ennesima giravolta: “Sono, ferito, sono bucato, sono perforato, sono amministrato, sono sepolto, sento sulla mia fronte più bernoccoli che allori”. Scappano tutti ma il principio di realtà è un fenomeno del tutto sconosciuto e allora Ubu si mette a recitare la parte del fanfarone millantatore: “Ho dato prova del più grande valore, ho massacrato quattro nemici con la mia stessa mano, senza contare tutti quelli che erano già morti e che abbiamo finiti “. E ai pochi superstiti: “Se siete ancora vivi lo dovete alla virtù magnanima del Padrone delle Finanze, che si è affannato, sfacchinato e sgolato a recitare paternostri per la vostra salvezza”. Non mancano gli insulti a raffica, come Trump che ingiuria i suoi nemici con qualche post. Nel duello finale si scambiano complimenti: “Prendi, vile, pezzente, sacripante, miscredente, musulmano”. No, “prendi tu, polaccaccio, beonaccio, bastardaccio, ussaro, tartaro, bogordone, spione, savoiardo, bizzoccone, comunardo”. Il finale amaro della fuga e dell’esilio dimostrerà ancora una volta la totale ignoranza delle carte geografiche e della storia: “Mare fiero e inospitale che bagna il paese chiamato Germania, così denominato perché gli abitanti di questo paese sono tutti cugini germani” dice Ubu Roi, anzi ex Roi. Si racconta che Donald Trump, pochi minuti dopo il fallito attentato della settimana scorsa, abbia detto, tra lo sgomento e lo stupore: “Viviamo in un mondo di matti”. Sì, in un mondo di matti come Ubu, il suo modello.