Arte
TRIENNALE MILANO •
Tra bottega rinascimentale e Bauhaus. Triennale con vista futuro
Crocevia di saperi e competenze, contaminazione feconda di culture trasversali: Vincenzo Trione ci guida nella “sua” Triennale. Un istituto che può indicare percorsi di innovazione per Milano, che non può essere solo città di “eventi”

Vincenzo Trione, Joseph Kosuth e Tommaso Sacchi durante l'inaugurazione dell'installazione luminosa permanente 'Vedere le cose (Per A.S.)' presso il Museo del Novecento, Milano, 01 luglio 2026. (Foto Ansa)
Ha già un’idea per i prossimi quattro anni? gli chiesero a bruciapelo appena nominato – dopo preamboli politici d’altri tempi – il 4 giugno scorso, mentre Milano già sprofondava nel Grande Caldo, galleggiando però sul Grande Sonno di città intorpidita che è un po’ la sua recente caratteristica culturale e ideativa. Vincenzo Trione ne indicò due, anzi tre, di idee. La prima è che avrebbe voluto essere per la Triennale “un po’ come i parafulmini, che sono saldamente fermi in terra ma guardano il cielo”. Essere serio e visionario, disse. Le altre due sono più pertinenti per definire cosa sia la Triennale Milano e verso quale direzione di marcia indirizzare un’istituzione complessa per struttura e unica, in Italia.
“Le mie immagini per la Triennale sono due”, riprende oggi conversando con il Foglio, “da un lato la bottega rinascimentale, che era un crocevia di saperi e competenze, di dialogo tra arte, artigianato, tecniche e immaginazione produttiva legata al territorio, alle città”. L’altra immagine è il Bauhaus, la “casa del costruire” della Germania anni Venti che “nel Novecento, e per meglio dire nell’Europa libera del Novecento, è stata un’esperienza modernissima, un concentrato democratico, cioè non gerarchico e aperto alla società fatto di saperi e culture trasversali. Il contrario di un guardiano di linguaggi specialistici: architettura, design industriale, arte. Una contaminazione feconda”. E la Triennale, nata nel 1923 come “Esposizione Internazionale delle Arti Decorative” è a buon diritto, idealmente, un possibile Bauhaus italiano. Tanto più che oggi, per divagare nell’attualità, i nuovi nazisti vorrebbero cancellare anche il ricordo del celebre istituto di Dessau, accusato di aver “distrutto la tradizione”. Non siamo in Sassonia-Anhalt, ma “Triennale Milano deve guardare all’Europa e alla sua democrazia, con pensiero critico e anche con un pizzico di ottimismo, come dite voi del Foglio”, commenta il presidente Vincenzo Trione. Critico e storico d’arte, curatore e scrittore, Trione ha una profilo diverso dai suoi predecessori, Stefano Boeri e l’imprenditore costruttore Claudio De Albertis, più vocati alla visione urbanistica, che del resto è centrale nella storia della Triennale. Non è un caso che nella nuova governance sia stata inserita la figura di un direttore creativo – e direttore del rinnovando Museo del Design – l’architetto Michele De Lucchi; oltre alla conferma della direttrice generale Carla Morogallo, prezioso trait-d’union, dice Trione, per inoltrarsi in una macchina operativa complessa, che conta un centinaio di dipendenti e collaboratori.
Il neo direttore aveva chiesto un mese per riflettere. A luglio aveva poi presentato le sue linee strategiche. Col Foglio approfondisce le idee di fondo per quello che è, a tutti gli effetti, uno “stakeholder culturale” di Milano, diverso da altre istituzioni, ma in grado di indicare percorsi di innovazione che riguardano la città. Ai suoi modelli aggiunge Paolo Baratta, per l’enorme lavoro con cui seppe dare forma a ciò che è oggi diventata la Biennale di Venezia: “Piena autonomia progettuale, indiscusso prestigio internazionale e grande capacità di intercettare il nuovo, il cambiamento, in ogni settore. Un modello cui guardare, pur con le molte diversità”. Diverse sono anche le città. Milano è oggi la celebrata capitale del design, attrattiva per il pubblico internazionale, ma è anche un po’ affaticata. Come se un certo ciclo di sviluppo d’immagine, basato sugli “eventi”, le week, i saloni sia esaurito. “Milano vicino all’Europa”, cantava Lucio Dalla: ma “Milano che fatica”. E’ così? Triennale può aiutare? “Il rischio di diventare un eventificio, una esposizione continua di brand esiste, è esattamente su questo che bisogna lavorare per evitarlo. Ma ovviamente la città ha i suoi ritmi ed esigenze, sta ad altri riflettere e decidere. Però un luogo come il nostro può indicare un percorso, idee. Design non solo come brand, ma come forma di pensiero che mette insieme arte, industria, progettualità, università”.
Il nuovo corso ha debuttato pochi giorni fa, una lectio aperta al pubblico di Werner Herzog, dedicata all’idea di “Verità”. E’ il primo, spiega il direttore, di un ciclo di “lezioni milanesi” che coinvolgerà figure di primo piano del dibattito culturale italiano e internazionale: “La rassegna si chiama Work in progress, è una novità e vuole segnare i passi di un avvicinamento alla 25esima Esposizione Internazionale, in programma nel 2028, che è l’evento centrale della Triennale: tra l’alto, il curatore sarà annunciato a breve e per definire il tema è al lavoro un apposito board di personalità di diversa esperienza e provenienza”. Poi sarà la volta di Jasmina Reza e di Asma Mhalla, specialista di politica e geopolitica della tecnologia franco-tunisina. L’importante, spiega Trione, è iniziare a mettere in rete, con la città ma anche all’interno della nostra istituzione che è composta da molti settori, le idee per un percorso comune, che contribuisca a una visione collettiva e aperta, non solo fatta di progetti a volte un po’ parcellizzati. In passato, ci permettiamo di notare, alcune mostre o iniziative di Triennale, pur di ottimo livello, apparivano al pubblico un po’ esoteriche, riservate agli addetti di determinati linguaggi. Forse un limite? “Se c’è va superato, è qualcosa su cui lavorare. Abbiamo analizzato ad esempio la profilazione del pubblico delle nostre mostre: professionisti di settore, studenti, specialisti. Ovviamente un pubblico eccellente e da tutelare, che non accetterebbe appunto ‘l’evento’ o proposte meno qualitative. Ma allo stesso tempo credo che Triennale debba saper parlare a un pubblico più ampio, trasversale, è questione anche di missione e di democrazia, se posso dirlo”.
A partire dalla programmazione espositiva: “Avrà sia mostre tematiche, più concettuali, sia mostre monografiche – che non significa didascaliche – sui protagonisti dell’arte, dell’architettura, del design e della moda”. Si parlerà di urbanistica, oggi un nervo scoperto non solo a Milano. Senza perdere continuità, “anzi, io credo moltissimo nel metodo, del resto molto milanese, della continuità. Credo che le istituzioni si governino rispettando e facendo tesoro di quello che è stato fatto in precedenza. In questo la presidenza di Stefano Boeri ha avuto un ruolo rilevante”. Ad esempio sul profilo internazionale, se oggi Triennale è un brand (ops!) conosciuto e attrattivo. “Ma non solo quello, è imprescindibile il suo lavoro di interventi per valorizzare la struttura originale del palazzo, firmato nel 1933 da Giovanni Muzio, uno dei più belli di Milano. Il progetto Back to Muzio ha tolto stratificazioni accumulatesi negli anni e ha dato nuovo respiro al luogo. La creazione al piano terreno degli spazi chiamati “Cuore” – Centro studi, Archivi, Ricerca – è uno degli interventi che più parlano di cosa sia un luogo come Triennale”. Si andrà avanti? “Certo, Michele De Lucchi sta curando l’ampliamento del Museo del Design Italiano, che avrà entro aprile nuovi spazi ma anche una nuova politica di acquisizioni, di cui ha dato garanzia il ministro della Cultura Giuli, molto attento alla nostra realtà. Diventerà davvero il museo della storia delle idee e del design italiano”.
Triennale è una serie di isole, dice Trione , che deve però diventare un arcipelago. “Back to Muzio ha significato anche mettere in relazione luoghi e pezzi di un’esperienza comune. Ma non è finita. Potenzieremo il Centro studi, con un nuovo Advisory board. Un gruppo, che ho voluto italiano, composto da personalità differenti ma eccellenti: Melania Mazzucco, Franco Farinelli, Nathalie Heinich, Carlo Rovelli, padre Paolo Benanti e Giuliano da Empoli. Intensificheremo il lavoro sugli archivi, una miniera oggi solo parziale a disposizione del pubblico – con gli scaffali aperti al piano terreno. Ancora l’esempio può venire dalla Biennale”. A proposito, è possibile immaginare collaborazioni e contaminazioni con altre istituzioni: con Biennale e il MAXXI di Roma, che in quanto museo nazionale del contemporaneo possiede archivi, ad esempio di architettura, importantissimi i primi passi sono stati fatti. Ma l’obiettivo è instaurare dialoghi anche con istituzioni internazionali. Infine, racconta Trione con orgoglio, la nascita e il potenziamento di attività di alta formazione, come il Triennale PhD Program per nuovi dottorati di ricerca su temi specifici e programmi di fellowship per studiosi, curatori e artisti attraverso bandi internazionali. Di tutto darà conto anche rivista Lotus, semestrale, in cui confluiranno con una redazione ad hoc materiale attinente alle attività di Triennale, dell’archivio e del centro studi.
E a proposito del rapporto con Milano, l’ultimo impegno milanese come curatore di Trione era stata la mostra Metafisica/Metafisiche (quanti legami con la Triennale, a partire dai Bagni Misteriosi di De Chirico), che si chiuse con un lascito importante per la città: l’istallazione Vedere le cose (per A.S.) dell’artista concettuale Joseph Kosuth. Un intervento site specific sulla facciata esterna del Museo del Novecento, la prima opera d’arte pubblica donata alla città da molto tempo a questa parte (si risale a Cattelan). “Vorremmo poter donare alla città, cioè esporre fuori dal palazzo, un’opera d’arte contemporanea ogni anno. Magari utilizzando anche lo spazio adiacente del Parco Sempione, dove c’è già il Teatro Continuo di Burri, se Comune e Sovrintendenza saranno d’accordo. Sarebbe un segno visibile per rinnovare il nesso della città con la sua forza creativa”. Del resto, la frase luminosa di Alberto Savinio che oggi campeggia sull’esterno del Museo del Novecento dice: “Il presente, che è nel tempo quello che la facciata è nello spazio, impedisce di vedere le cose in profondità”. Ma forse indagare in profondità la creatività del futuro è la chiave per vedere il presente.