Cultura
l'intervista •
Yasmina Reza, ironica e spietata al gran teatro della vita
Prima attrice, poi autrice di romanzi, mémoir e testi teatrali che fanno il giro del mondo. La scrittura? Un salvataggio. La moralità? L’assenza di compiacimento e falsificazioni. Un dialogo (senza risposte troppo personali)

Foto ANSA
Quando vidi a Broadway Art ammirai immediatamente la preziosa qualità della scrittura e l’acuminata finezza psicologica con la quale erano descritti i personaggi, interpretati, nella versione americana, da Alan Alda, Victor Garber e Alfred Molina. Tuttavia, ciò che mi colpì maggiormente dello spettacolo, che fu insignito del Tony Award dopo aver vinto ogni possibile premio nelle trenta versioni in cui è stato adattato in tutto il mondo, fu il coraggio con cui Yasmina Reza raccontava gli elementi più fasulli del mondo dell’arte contemporanea: il dibattito che nasce di fronte a una tela completamente bianca immortalava la superficialità e l’opportunismo di un ambiente insulare e profondamente snob che si ammanta di presunzione intellettuale quando in realtà è composto spesso da uomini e donne che sembrano l’impersonificazione del cinico secondo la definizione di Oscar Wilde, “una persona che conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla”.
Yasmina Reza ci tiene a sostenere che il suo testo racconta in primo luogo il deteriorarsi di rapporti di amicizia, ma è impossibile prescindere da quella potente provocazione caratterizzata da un’ammirevole libertà intellettuale che ha confermato in ogni sua opera e presa di posizione pubblica. La fragilità delle relazioni umane è alla base anche del Dio del massacro, dal quale Roman Polanski ha tratto il film Carnage: un testo ancora una volta spietato che rivela senza alcuna remora anche l’ipocrisia che governa rapporti apparentemente solidi, finendo per condizionarli e snaturarli. Si tratta di uno dei temi ricorrenti della sua drammaturgia e della sua riflessione intellettuale, nella quale si distingue per la capacità di rimettere in discussione le proprie convinzioni. E’ una virtù che ha dimostrato recentemente anche quando è intervenuta alle Conversazioni a Capri, dove ha raccontato di come avesse lottato perché Tutto su mia madre di Pedro Almodovar non vincesse la Palma d’Oro a Cannes, dove trovò in giuria un alleato nel presidente David Cronenberg. Il cineasta spagnolo finì per vincere solo il premio per la regia, mentre la Palma d’oro andò a Rosetta dei Dardenne, film certamente di qualità, e il premio speciale della giuria a L’Humanité di Bruno Dumont, non dello stesso livello, che tuttavia ottenne anche i premi per gli interpreti. Oggi Yasmina Reza ritiene di aver commesso un errore di valutazione, segnato dall’impulsività, forse anche dal pregiudizio. E’ nata a Parigi da una violinista ebrea ungherese e un ebreo iraniano nato a Mosca, il quale durante l’occupazione nazista venne deportato nel campo di concentramento di Drancy. Era un ingegnere, il padre, ma anche un uomo d’affari e un pianista dilettante, e questi elementi di eclettismo hanno avuto certamente un peso nella sua formazione e nell’evoluzione del suo percorso artistico: è stata attrice, e oltre ai testi teatrali, scrive raffinati romanzi, memoir in forma di cronaca e anche sceneggiature per il cinema. A conoscerla, risalta immediatamente l’affabilità di un approccio segnato dall’ironia e l’autoironia, che va di pari passo con l’ammirevole meticolosità con cui segue ogni dettaglio della propria attività artistica: ha affidato a Ena Marchi, traduttrice delle sue opere, la versione italiana della conversazione che leggete, avvenuta attraverso domande scritte.
Quando ho iniziato come sempre dal suo primo ricordo, e ho ricevuto come risposta “il corridoio buio dell’appartamento in cui abitavamo” mi sono chiesto se quel buio rappresenti un elemento di paura, o più semplicemente ciò che c’è di misterioso e insondabile in ogni momento di crescita. Risulta quindi naturale continuare chiedendo quale sia stata la sfida più importante che ha affrontato nella sua vita.
“Non sono certa di vedere le cose in termini di sfida”, mi ha risposto. “Non mi sono mai sentita in competizione con me stessa. Ma se intende riferirsi alla paura di fare qualcosa, mi ricordo di aver accettato di partecipare a uno spettacolo nel quale dovevo suonare al pianoforte dei pezzi di Éric Satie. Sono una modestissima pianista e mai mi sarei creduta capace di esibirmi davanti a un pubblico”.
Quando ha deciso di diventare una scrittrice?
“Mai. Non è mai stata una decisione. Ho cominciato a fare l’attrice e un giorno mi è venuta l’idea di scrivere una pièce in cui nessun personaggio avesse la mia età. Era un atto di emancipazione dalla passività insita nella condizione di attrice. L’esperienza che avevo del teatro mi è stata utilissima. Per la scrittura, certo, ma anche nella scelta della troupe che se ne sarebbe impossessata. Sapevo bene che una messinscena e un gruppo di attori inadatti possono distruggere una pièce”.
Cosa rappresenta per lei la scrittura?
“Un salvataggio”.
Chi è secondo lei il più grande autore o la più grande autrice non celebrata della letteratura?
“Può darsi che io non lo conosca. Credo che esistano, purtroppo, molti validi autori rimasti oscuri”.
Esiste uno scrittore che ammira nonostante le sue idee o nonostante abbia commesso qualcosa di brutto?
“Certamente. Sarebbe una vera catastrofe se dovessero piacerci solo persone irreprensibili. Un artista mi colpisce, o non mi colpisce, unicamente per la sua opera. La sua vita privata mi riguarda pochissimo. Sono contraria a questo tribunale che condanna o approva gli artisti in base a criteri morali esterni all’opera. E poi, chi sono i giudici?”.
La moralità di un’opera è nella sua compiutezza artistica?
“Non userei questo termine, che trovo relativo. E non credo affatto che si possa parlare di moralità di un’opera. Invece, sono sensibile a una forma di moralità dell’artista nel suo lavoro, in qualunque campo, qualcosa che riguarda il rigore, l’assenza di compiacimento e di falsificazioni”.
Le è capitato di rileggere un libro amato e non apprezzarlo più?
“Rileggo poco. Ho paura di rileggere. Nel corso del tempo tutti cambiamo, e cambiano anche le opere. E’ un fenomeno misterioso. Non meno di quello della scoperta e della meraviglia. Che riguarda i libri che leggiamo da ragazzi. Adoro Dostoevskij. Rimane un immenso scrittore, ma Delitto e castigo oggi non è più un libro per me. Mi piace molto Balzac, ma Papà Goriot, riletto di recente, mi ha deluso. Ho rivisto un film che avevo adorato: Mariti, di Cassavetes. Non so spiegarmi perché, ma mi ha annoiato”.
Le è capitato il contrario: rileggere un libro che non aveva amato e apprezzarlo?
“Sì. Non me li ricordo tutti in questo momento, ma vorrei citare quelli di Mario Vargas Llosa, nei quali in passato facevo fatica a entrare e che adesso trovo meravigliosi”.
Quali sono stati i libri e i testi teatrali che l’hanno maggiormente influenzata?
“Marguerite Duras per un particolare aspetto del suo stile: l’aver introdotto il silenzio in letteratura. Non l’avevo trovato da nessuna altra parte. A fare su di me una grande impressione e ad aprirmi degli orizzonti è stata una pièce di Botho Strauss: Trilogia del rivedersi. E credo di essere stata influenzata da Bertolt Brecht. E’ interessante che gli scrittori che ci insegnano qualcosa non siano necessariamente i nostri preferiti”.
Esiste secondo lei una scrittura e in generale un’arte al femminile? Intendo qualcosa per cui è immediatamente riconoscibile come creata da una donna?
“Non lo penso affatto. No. La potenza della scrittura è universale e non si differenzia in base al sesso. Ne approfitto per dire che ci sono molte scrittrici che trovo eccezionali”.
Oltre a testi teatrali e romanzi, lei ha scritto anche sceneggiature: ritiene che il linguaggio dell’immagine stia cambiando il linguaggio delle parole?
“No, credo di no. La letteratura stessa produce immagini. Certo, è possibile che certi stili letterari siano influenzati dal montaggio cinematografico, ma la letteratura attinge a qualsiasi fonte. E questo non può che arricchirla”.
Lei alterna testi teatrali, romanzi, racconti brevi. Qual è il confine tra teatro e letteratura?
“Per me non c’è alcun confine. Mi fanno spesso questa domanda, ma non riesco a coglierne il punto. Tutto quello che lei cita fa parte della letteratura. Vi sono argomenti adatti alla forma breve o a quella teatrale. Così come il romanzo o l’inchiesta derivano da procedimenti analoghi. Quello che conta è l’occhio, ossia la visione del mondo e lo stile”.
Gabriel Garcia Marquez ha dichiarato che l’idea dell’Autunno del Patriarca nasce dall’immagine di un uomo anziano che muore nel suo palazzo dove sono entrate delle mucche. Quando lei scrive parte da un’immagine? Da un personaggio? Da altro?
“Sì, parto spesso da un’immagine, da una scena che vedo. Una scena, del resto, che solo di rado si trova all’inizio. E attorno ci costruisco una trama. Non parto mai da un personaggio, ancor meno da un argomento”.
Ritengo che Art sia un capolavoro della drammaturgia moderna: lei come lo definirebbe? Un testo sull’arte? Sull’amicizia? O altro?
“Non sull’arte. Sull’amicizia di sicuro. Sull’ambivalenza delle parole, dei rapporti umani. Ma mi imbarazza essere costretta a dare definizioni”.
E’ vero che Sean Connery voleva portarlo sullo schermo?
“Sì. Inizialmente mi aveva contattato per questo. Ma io preferivo che la pièce fosse messa in scena nei teatri internazionali. All’epoca i miei lavori teatrali erano rappresentati quasi solo in Francia e in Germania”.
Roman Polanski è certamente un grandissimo regista: come si pone rispetto alla vicenda per cui in negli Stati Uniti è tuttora condannato? La vittima lo ha perdonato ed esistono foto dei due sorridenti e abbracciati: ritiene che sia giusto avere un atteggiamento di perdono?
“E’ fuori discussione che io risponda al posto suo. E non mi piace affatto quest’epoca in cui tutti esprimono la loro opinione e si sentono autorizzati a giudicare. Conosco Roman da trentacinque anni. Ci siamo incontrati quando lui mi ha proposto di adattare per il teatro La metamorfosi di Kafka, in cui lui interpretava Gregor Samsa. E’ un attore formidabile ed è soprattutto diventato un amico caro”.
Ho visto quell’allestimento a Spoleto e sono rimasto sbalordito dalle capacità recitative di Polanski che riusciva a essere credibile, e nello stesso tempo struggente, come scarafaggio. Ma voglio farle qualche domanda politica: personalmente ritengo che il fenomeno Trump sia anche una risposta violenta, volgare e aberrante agli eccessi del politicamente corretto e della woke culture: lei che ne pensa?
“Evito le analisi politiche o sociologiche. Se ho qualcosa da dire su argomenti del genere lo faccio nel mio lavoro, con la visione che è la mia, ripeto, una visione spiazzante e contraddittoria. Qualsiasi dichiarazione pubblica esterna al mio lavoro mi sembra vana e priva di legittimità”.
Le crede in Dio? Se la risposta è si, prega? Se la risposta è no: cosa pensa di chi crede? Sono persone felici, illuse o altro?
“Ahahah! Lei pensa seriamente che le dia una risposta personale a questa domanda? I personaggi che ho messo in moto se la pongono in continuazione”.