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Magi (Omceo Lazio): "In Case di comunità gestione condivisa con infermieri"

(Adnkronos) - “Questa è sicuramente una manifestazione importante, nel senso che cominciamo a discutere alcune problematiche che rappresentano il futuro della sanità a livello nazionale, non soltanto locale”. Lo ha detto Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei Medici di Roma e provincia, alla presentazione del progetto ‘Un consiglio in salute’, promosso dal Consiglio regionale del Lazio in occasione del Rally di Roma Capitale, in programma dal 3 al 5 luglio.  

“A livello locale - ha spiegato Magi - avevamo in parte concordato insieme agli infermieri, già a gennaio, con un accordo sancito da una delibera di giunta regionale, che la presa in carico dei malati cronici nelle Case di comunità fosse gestita da medici specialisti e infermieri, le due figure professionali necessarie per svolgere sia l’attività medica che l’assistenza infermieristica. Questa azione comune - ha aggiunto - avrebbe permesso di prendere in carico il paziente in tutte le sue sfaccettature”.  

Magi ha poi sottolineato che “la medicina generale ha la sua importanza come accesso al servizio sanitario nazionale, ma che le liste d’attesa e la presa in carico dei malati cronici richiedono un approccio specialistico. Sia la professione degli infermieri sia quella medica, messe insieme, avrebbero dato un valore aggiunto rispetto a quella funzione che le Case di comunità dovrebbero avere: non sono semplici ambulatori, una cosa è la presa in carico, un’altra è l’attività prestazionale”. 

1 lug 2026

Rendina (Rally di Roma): "Sfida far dialogare 42 comuni, faremo bene"

1 lug 2026

Rally di Roma, La Russa (Aci): "Sport e salute devono viaggiare sulla stessa strada"

1 lug 2026

Rally di Roma, Aurigemma: "Prevenzione al fianco dello sport, modello da esportare"

1 lug 2026

Neuropsichiatra Prato: "In sindrome di Rett adattare cure all’età"

(Adnkronos) - “I bisogni del pazienti con sindrome di Rett, nei primi 10-15 anni di vita, non sono sempre sovrapponibili a quelli che si presenteranno successivamente. È quindi necessaria una presa in carico differenziata, con una maggiore attenzione nelle fasi iniziali, ad esempio alla gestione del sonno, dell’epilessia e degli aspetti nutrizionali. In una fase più avanzata, invece, diventano più centrali la componente motoria, la deambulazione e nuovamente la gestione nutrizionale, che può richiedere interventi specifici. È quindi fondamentale adattare nel tempo il team multidisciplinare che segue la paziente e conoscere a fondo la patologia”. Lo ha detto Giulia Prato, neuropsichiatra Uoc Neuropsichiatria infantile Istituto Giannina Gaslini, Genova, partecipando al digital talk ‘Sindrome di Rett: bisogni, prospettive e priorità emergenti dall’Europa all’Italia’, promosso da Adnkronos in collaborazione con Acadia.  

“Un ulteriore elemento critico riguarda il passaggio dall’età pediatrica all’età adulta - spiega Prato - Spesso la diagnosi avviene in ambito pediatrico, dove la patologia è maggiormente conosciuta, mentre nell’età adulta la competenza specifica può essere meno diffusa e non sempre vi è una continuità adeguata delle informazioni. Sarebbe quindi utile strutturare percorsi di transizione programmata - osserva - che prevedano un accompagnamento graduale della paziente dai servizi pediatrici a quelli dell’adulto, con una fase di co-gestione tra specialisti. Tuttavia, al momento, le risorse non sempre consentono una piena realizzazione di questo modello. Resta comunque una prospettiva importante su cui lavorare, perché garantire continuità assistenziale significa migliorare concretamente la qualità di vita delle pazienti e delle famiglie”. 

In generale, secondo la neuropsichiatra, nella sindrome di Rett, restano 3 le priorità su cui è importante intervenire. “Innanzitutto un fronte clinico - afferma - Le famiglie e i pazienti devono essere seguiti da un team specializzato nella patologia, un’équipe multidisciplinare, e seguiti nel tempo, poiché si tratta di una patologia che può presentare diversi sintomi in relazione all’età, che evolve nel tempo. I pazienti quindi vanno seguiti nella loro espressione clinica durante le diverse fasi della vita e trattati a seconda della sintomatologia che presentano. In secondo luogo - aggiunge - servirebbe sicuramente una migliore organizzazione dei percorsi assistenziali. In Italia esistono centri di riferimento, ma sono sparsi sul territorio e non facilmente raggiungibili da tutte le famiglie. Sappiamo che queste bambine sono spesso difficilmente trasferibili e quindi i viaggi non sono semplici da affrontare. Sarebbe quindi necessario più informazione e una maggiore diffusione di medici sul territorio in grado di riconoscere e trattare la sindrome”. Infine, “ma non per importanza - sottolinea Prato - serve il supporto alle famiglie. I caregiver e le famiglie sono sottoposti a una pressione molto elevata, per cui è fondamentale garantire un sostegno strutturato e una rete di supporto familiare forte e continuativa. Indicato per diverse patologie rare e croniche, che già di per sé rappresentano una condizione complessa, nella sindrome di Rett, in particolare, questo aspetto è ancora più rilevante, perché spesso vi sono sintomi più presenti nella prima decade di vita e altri che emergono più avanti nell’età”. 

1 lug 2026

Sindrome di Rett, Vignoli (UniMi): "Migliorare diffusione centri dedicati"

(Adnkronos) - Rispetto al contesto europeo, “in Italia siamo in una situazione relativamente più favorevole, perché, come per altre malattie rare, esistono centri di riferimento per la sindrome di Rett. Si tratta di centri individuati a livello regionale e riconosciuti anche istituzionalmente: strutture ospedaliere con competenze specifiche di percorsi dedicati sia nella diagnosi sia nel follow-up dei pazienti”. Tuttavia la loro distribuzione “è disomogenea”. Così Aglaia Vignoli, professore associato di Neuropsichiatria infantile dell'Università Statale di Milano, direttore del dipartimento di Neuropsichiatria infantile Asst Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Milano, commenta i contenuti del Libro bianco europeo sulla patologia recentemente pubblicato e alla cui realizzazione ha partecipato direttamente, intervenendo al digital talk ‘Sindrome di Rett: bisogni, prospettive e priorità emergenti dall’Europa all’Italia’, promosso da Adnkronos in collaborazione con Acadia. Tra sfide da affrontare, il Libro bianco evidenzia, oltre alla carenza di centri specializzati e alla disomogeneità nella loro presenza territoriale, una bassa consapevolezza della malattia tra i professionisti non specialisti.  

“La sindrome di Rett è una sindrome genetica complessa che colpisce soggetti di sesso femminile in età infantile - spiega Vignoli - I primi sintomi compaiono nel primo anno di vita e la sintomatologia si manifesta pienamente nei primi 2-3 anni. Si tratta di una condizione complessa, che comporta un quadro di compromissione multisistemica, prevalentemente neurologica, ma con coinvolgimento anche di altri sistemi. Essendo una malattia multisistemica - prosegue - la terapia viene generalmente prescritta in relazione alla sintomatologia della paziente. Le nuove prospettive di cura prevedono un approccio alla sindrome nella sua interezza per migliorare diversi aspetti della malattia, partendo dalle condizioni cliniche di base e, se possibile, intervenendo sull’eziologia, sull’origine di questa condizione. Si tratta di un approccio sicuramente innovativo, attualmente in fase di studio e di validazione, che noi speriamo possa arrivare anche in Europa e nel nostro Paese nel prossimo futuro”. 

A livello nazionale, “i centri di riferimento per la sindrome di Rett sono presenti in molte regioni del Nord Italia - precisa Vignoli - in alcune regioni del Centro e in poche regioni del Sud, con una distribuzione disomogenea, come avviene anche per altre patologie rare. Questo è un elemento rilevante perché, per molte famiglie, la possibilità di ottenere una diagnosi e soprattutto di far seguire la propria figlia vicino a casa non è sempre semplice da garantire. Ne derivano spesso viaggi, costi e un impegno significativo per l’intero nucleo familiare. Per questo, a livello locale e nazionale - conclude - si sta cercando da anni di sviluppare percorsi condivisi e più omogenei. È una strada lunga e complessa, sulla quale però si continua a lavorare”. 

1 lug 2026

Sindrome di Rett, esperti e pazienti a confronto sulle sfide aperte

(Adnkronos) - La sindrome di Rett resta una delle malattie neurologiche rare più complesse e meno conosciute, ma anche una delle condizioni che richiedono con maggiore urgenza un approccio integrato tra ricerca, assistenza e politiche sanitarie. È quanto emerso dal digital talk ‘Sindrome di Rett: bisogni, prospettive e priorità emergenti dall’Europa all’Italia’, promosso da Adnkronos in collaborazione con Acadia, che ha riunito clinici, associazioni di pazienti e comunità scientifica per fare il punto su criticità e prospettive. Al centro del confronto - disponibile sui canali web e social di Adnkronos - i contenuti del Libro Bianco europeo sulla sindrome di Rett, presentato al Parlamento europeo con il contributo di esperti e associazioni. Il documento individua le principali priorità per migliorare diagnosi, presa in carico, ricerca e accesso alle cure, evidenziando criticità come la scarsa conoscenza della malattia, la disomogeneità dei centri di riferimento e la necessità di percorsi assistenziali continui lungo tutto l’arco della vita. 

La sindrome di Rett interessa prevalentemente il sesso femminile e in Italia coinvolge circa 1.500-2.000 bambine e donne. È una patologia genetica rara caratterizzata da bisogni assistenziali complessi e da una compromissione progressiva delle funzioni neurologiche e motorie. Le pazienti vengono spesso definite ‘le bimbe dagli occhi belli’ per la capacità di comunicare emozioni attraverso lo sguardo, anche in presenza di gravi difficoltà motorie e comunicative. 

Sul fronte assistenziale, l’Italia presenta una rete di centri di riferimento relativamente strutturata, ma con forte disomogeneità territoriale. “Come per altre malattie rare, esistono centri individuati a livello regionale e riconosciuti istituzionalmente, con competenze specifiche sia nella diagnosi sia nel follow-up dei pazienti”, spiega Aglaia Vignoli, professore associato di Neuropsichiatria infantile dell'Università Statale di Milano, direttore del dipartimento di Neuropsichiatria infantile Asst Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, Milano. “Tuttavia, la loro distribuzione sul territorio resta disomogenea”. I centri sono concentrati soprattutto al Nord, con minore presenza nel Centro-Sud, costringendo molte famiglie a spostamenti complessi”. La patologia si manifesta nei primi anni di vita e richiede una presa in carico multidisciplinare. “I primi sintomi compaiono nel primo anno di vita e il quadro clinico si manifesta pienamente entro i primi 2-3 anni”, chiarisce Vignoli. Oggi le terapie sono soprattutto sintomatiche, ma la ricerca sta esplorando approcci innovativi capaci di agire anche sui meccanismi biologici della malattia. 

 

Un nodo centrale riguarda l’evoluzione dei bisogni nel tempo. “Nei primi anni assumono rilievo sonno, epilessia e nutrizione; successivamente diventano centrali la componente motoria e la deambulazione”, precisa Giulia Prato, neuropsichiatra Uoc Neuropsichiatria infantile Istituto Giannina Gaslini, Genova. La malattia richiede quindi un’équipe multidisciplinare e percorsi di cura flessibili. Critico anche il passaggio all’età adulta, dove la continuità assistenziale spesso si interrompe: “Servirebbero percorsi strutturati di transizione programmata”, sottolinea Prato. Tre le priorità indicate dall’esperta: rafforzare le competenze cliniche, migliorare l’organizzazione dei percorsi territoriali e sostenere le famiglie e i caregiver, spesso sottoposti a un carico assistenziale elevato. 

Le associazioni che hanno partecipato hanno evidenziato l’importanza di fornire supporto alle famiglie, ma anche all’evoluzione dei trattamenti. Per Salvatore Franzè, residente Pro Rett Ricerca ente filantropico, “la ricerca rappresenta la strada per cambiare il futuro delle nostre figlie. Studi preclinici hanno mostrato la possibile reversibilità di alcuni aspetti della sindrome nei modelli animali, aprendo nuove prospettive terapeutiche”. 

Cristiana Mantovani, presidente di AIRett, ha ricordato l’impegno dell’associazione nel sostegno alla ricerca applicata e nello sviluppo di progetti finalizzati a “migliorare la quotidianità delle persone con sindrome di Rett, compresi strumenti innovativi per la comunicazione”. Simona Piccolo, presidente di ConRett Ets, ha invece sottolineato il valore delle associazioni nell’accompagnare le famiglie lungo tutto il percorso della malattia. “Le associazioni - evidenzia - sono ponti verso la ricerca, verso le nuove frontiere terapeutiche e verso i centri competenti per la presa in carico”. Infine, Adriana Russo, presidente di Noi Insieme Rett, ha richiamato l’attenzione sulla complessità della vita quotidiana delle famiglie e sulla necessità di costruire percorsi assistenziali che accompagnino le persone con sindrome di Rett lungo tutto l’arco della vita. In particolare, nella transizione all’età adulta, che resta una delle fasi più delicate e meno strutturate del percorso assistenziale. 

1 lug 2026

Imprese, Casellati: "Welfare non è costo ma investimento"

(Adnkronos) - "Welfare Index PMI compie 10 anni. Dieci anni in cui questo progetto è diventato molto più di una ricerca. Dal 2016, anno del suo lancio da parte di Generali, a oggi è lo specchio dell'Italia che cambia, dell’Italia che innova e che sa stare al passo con i tempi. Un'Italia in cui le piccole e medie imprese, grazie anche a uno strumento come questo, hanno compreso una verità fondamentale: il welfare non è un costo. È un investimento. Un investimento sulle persone. E oggi investire sulle persone non è soltanto una scelta etica. È una scelta strategica che alimenta la fiducia collettiva, migliora la qualità della vita e, con esse, rafforza anche la produttività e la crescita economica. Perché il capitale più importante di ogni impresa non è finanziario. È il capitale umano". Lo ha detto la ministra per le Riforme Elisabetta Casellati, intervenendo alla presentazione del Welfare Index PMI di Generali, in corso a Roma. 

"Welfare Index PMI non si è limitato a misurare il cambiamento e a fotografare la realtà esistente. Ha contribuito a produrlo. Attraverso il confronto tra le imprese e il valore reputazionale associato ai risultati raggiunti, ha promosso una competizione virtuosa che ha spinto molte aziende a investire di più nel benessere dei propri lavoratori. E come confermano i dati, le imprese che investono in questo ambito sono anche quelle più capaci di innovare, di attrarre talenti, di trattenere i cervelli e di competere sui mercati globali. È lo stesso Rapporto Welfare Index PMI 2024 a dirlo: le aziende con un welfare più evoluto registrano tassi di crescita del fatturato pari al 46,5%, significativamente superiori a quelli delle imprese che investono meno nel benessere dei propri lavoratori", ha detto la ministra per le Riforme.  

"Le imprese più forti, dunque, sono quelle che mettono al centro la persona. Oggi i giovani, ad esempio, non scelgono un'impresa soltanto in base alla retribuzione. Guardano alla qualità del lavoro, alle opportunità di crescita, all'equilibrio tra vita e lavoro, ai servizi e ai benefit offerti. In sintesi: guardano al progetto di vita legato a un posto di lavoro. Per attrarre e trattenere i talenti non bastano più gli stipendi. Servono imprese che investano sulla persona prima ancora che sul lavoratore. Imprese capaci di guardare ai bisogni e alle aspirazioni dei propri dipendenti, non soltanto alla loro produttività. Il welfare, dunque, fa bene ai lavoratori, ma fa bene anche alle imprese". 

"L'eccesso di burocrazia costa oggi al nostro Paese 225 miliardi di euro l'anno. Per le sole PMI il costo è stimato in 80 miliardi. È un peso che non possiamo più permetterci. Per questo -ha sottolineato- abbiamo introdotto la legge annuale di semplificazione, entrata in vigore lo scorso novembre, che consente di contrastare in modo strutturale la proliferazione normativa e affida al Governo dieci deleghe per la realizzazione di Testi Unici nei settori strategici. La prossima legge annuale sarà dedicata in particolare alla riduzione del carico burocratico e al miglioramento del rapporto tra cittadini, imprese e Pubblica Amministrazione. Perché semplificare non è un esercizio amministrativo. È una leva di crescita. Ed è una leva a costo zero". 

1 lug 2026

Firmato protocollo d'intesa tra Abodi e Zuppi per la riqualificazione degli oratori nelle aree disagiate

(Adnkronos) - È stato sottoscritto oggi il Protocollo d’intesa tra il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, e il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Matteo Maria Zuppi, per promuovere la realizzazione e la riqualificazione di spazi dedicati allo sport negli oratori situati nelle aree urbane caratterizzate da maggiori fragilità sociali e educative. A seguito dell’assegnazione di 50 milioni di euro a valere sul Fondo per lo Sviluppo e la Coesione 2021-2027 destinati agli oratori, con questa intesa si vogliono definire le modalità di cooperazione per la realizzazione di questi spazi. Le risorse, infatti, saranno impiegate per la realizzazione di nuovi playground, la riqualificazione di impianti sportivi esistenti e l’allestimento di spazi polifunzionali destinati alle attività sportive, ludiche e ricreative all’interno degli oratori ubicati nelle aree più svantaggiate. I beneficiari contribuiranno con una quota minima di cofinanziamento pari al 15%. 

L’intesa rafforza, quindi, la collaborazione tra le istituzioni con l’obiettivo di valorizzare gli oratori quali presìdi educativi, sociali e aggregativi, riconoscendone il ruolo strategico nel contrasto alla dispersione scolastica, alla povertà educativa e al disagio giovanile, attraverso la promozione della pratica sportiva e dei corretti stili di vita. Il Protocollo prevede inoltre l’istituzione di un Tavolo tecnico permanente tra gli uffici del Ministro per lo Sport e i Giovani e la CEI, con il compito di coordinare, monitorare e accompagnare l’attuazione degli interventi, favorendo lo scambio di competenze e buone pratiche. 

Il Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, ha commentato che “con questo Protocollo, per il quale ringrazio il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Cardinale Matteo Zuppi, rispettiamo un altro impegno che il Governo ha assunto per contribuire al consolidamento del modello sportivo italiano, riaffermando la centralità degli oratori, autentici presìdi educativi, sociali e di comunità. Per la prima volta nella storia repubblicana destiniamo risorse così significative a questo patrimonio della nostra Nazione: ai 19,5 milioni di euro nel quadriennio (2025-2028) per sostenere le attività sportive e valorizzare la funzione educativa degli oratori, affianchiamo altri 50 milioni in un bando che verrà pubblicato entro il prossimo mese, per realizzare e riqualificare spazi sportivi nelle aree più fragili. Investire negli oratori significa investire nei bambini, negli adolescenti e nei giovani, offrendo loro luoghi sicuri e gratuiti dove crescere attraverso lo sport, costruendo relazioni e alimentando il senso di comunità. Insieme alla Conferenza Episcopale e alla rete delle Diocesi trasformiamo il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dello sport, riconosciuto dalla nostra Costituzione, in opportunità concrete per il presente e il futuro delle giovani generazioni e per la coesione nei territori”. 

 

“La firma di questa intesa rappresenta un ulteriore segno di attenzione verso i giovani, in particolare quelli più esposti al disagio. Investire negli impianti sportivi degli oratori, soprattutto nelle periferie, significa offrire nuove e reali opportunità di crescita e contribuire a ricucire le fratture delle nostre città, nel solco di un impegno continuo delle nostre comunità ecclesiali. L’accordo esprime una collaborazione tra Chiesa e istituzioni, nel rispetto del principio di sussidiarietà e nella valorizzazione della rete degli oratori come presìdi educativi e di legalità. Insieme si promuovono spazi di incontro e di futuro, capaci di generare speranza e inclusione per le nuove generazioni. In questi mesi estivi è ancora più evidente quanto siano importanti questi luoghi, sostenuti da parroci, educatori, animatori, associazioni sportive, senza dimenticare i doposcuola. A tutti loro un sentito ringraziamento”, ha sottolineato il Cardinale Zuppi. 

L’iniziativa si inserisce nel più ampio impegno del Governo per promuovere lo sport come strumento di inclusione, crescita personale e coesione sociale, riconoscendo negli oratori un punto di riferimento fondamentale per le comunità, in particolare nei contesti più vulnerabili. 

1 lug 2026

Vaccini, igienista Rizzo: "In over 60 fanno vivere in salute più a lungo"

(Adnkronos) - “Le vaccinazioni nell'adulto over 60 rappresentano un aspetto strategico per il nostro Paese e per il nostro sistema sanitario nazionale, perché vaccinare significa far vivere in salute più a lungo”. Così Caterina Rizzo, professoressa di Igiene generale e applicata all’Università degli studi di Pisa, intervenendo all’Assise nazionale sulla prevenzione delle malattie infettive nell’Anziano, organizzata a Roma, presso Palazzo Baldassini, su iniziativa di HappyAgeing - Alleanza italiana per l'invecchiamento attivo. 

“Mi riferisco - prosegue Rizzo - sia ad alcuni vaccini che sono già inseriti all'interno del calendario vaccinale per l'adulto, come quelli stagionali contro l’influenza, il Covid-19 e lo pneumococco, che possono determinare complicanze e sovrainfezioni, e ad altri che sono disponibili in commercio ma non ancora inseriti nel calendario vaccinale. Anche durante l’estate, con il caldo, possono esserci riacutizzazioni di queste malattie”, che possono aggravarsi e “causare polmoniti. Inoltre, durante queste ondate di calore spesso” possono manifestarsi “anche altre tipologie di malattie, come il fuoco di Sant'Antonio, causato dal virus dell'Herpes zoster. È quindi importante proteggersi per affrontare tutte le stagioni, poiché ciascuna può determinare delle criticità per le persone anziane”. 

“È importantissimo mettere in evidenza il ruolo di questi vaccini - aggiunge l'esperta - Dagli studi della letteratura scientifica internazionale emerge chiaramente come questi determinino valore nella popolazione anziana. E questo valore si esprime non soltanto nel risparmio di ospedalizzazioni e nella riduzione della mortalità per le patologie prevenibili da vaccino, ma anche attraverso il loro valore sociale - conclude - perché permettono di vivere in salute più a lungo”. 

1 lug 2026

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