Lezioni dal passato pre-informatico

“The enormous radio”, un vecchio racconto di John Cheever che descrive perfettamente il sentimento diffuso dai social

Lezioni dal passato pre-informatico

Foto Eelke via Flickr

Due mesi fa, in questa rubrica, notavo che i social ci mettono davanti a una dose di (ir)realtà decisamente eccessiva per la misura di un essere umano. Veniamo a conoscere miriadi di eventi, rapporti, intrecci di allusioni e situazioni a cavallo tra pubblico e privato che finiscono per deprimerci qualunque sia la loro natura, perché alimentano una continua ansia da confronto, e perché la vertigine della quantità virtuale svaluta la qualità della singola vita propria.

 

E’ una malinconia diversa da quella che provocano i mass media, i format giornalistici del resto ormai simili a reality. Questa invasione “democratica”, oltre a rattristare, determina una speciale ipnosi: fatichiamo a distogliere lo sguardo, come se rischiassimo di perdere un’occasione o un’informazione decisiva sempre sul punto di affiorare da quella ragnatela di intimità autopromozionali, da quel videogame di reciproci controlli senza tregua.

 

Nel corsivo di luglio prendevo spunto dai recenti pamphlet filosofici di Byung-Chul Han. In questi giorni invece mi è tornato in mente un testo molto più vecchio, che viene da un passato pre-informatico ma descrive perfettamente il sentimento diffuso dai social. E’ “The enormous radio”, un racconto di John Cheever che oggi compie settant’anni. Enormous: è infatti “una radio straordinaria”, come recita la traduzione italiana dei “Racconti” Feltrinelli, e insieme fisicamente ingombrante, il mobile in radica che arriva a sconvolgere l’arredamento e la routine dei Westcott, una tipica coppia cheeveriana adagiata nei sobborghi newyorchesi, sull’orlo della mezza età e della crisi.

 

Come ogni famiglia del ceto medio, anche Jim e Irene coltivano hobby che mentre li distinguono li omologano di più: nel caso, amano la musica raffinata (e in Cheever la musica ha spesso una funzione sinistramente rivelatrice). Per ascoltarla, però, il nuovo apparecchio sembra subito inadatto. Si dimostra troppo potente, facendo tremare le stanze coi suoi rimbombi, ma soprattutto incredibilmente sensibile, dato che trasmette i rumori e le voci che provengono dagli appartamenti vicini, intercettando le conversazioni comiche o tenere, dolorose o sordide in cui si esprime quella minima sineddoche dell’umanità che è la vita di un condominio. Anche se per un attimo li sfiora il dubbio “social” che gli altri possano a loro volta sentirli, all’inizio i Westcott se la ridono, godendosi il loro “panacustico”: collegare le voci alle facce incontrate ogni giorno in ascensore li diverte. Ma poi Irene, che mentre Jim è al lavoro passa molto tempo a casa coi figli e la domestica, si lascia seriamente drogare dal reality sonoro. Finché la trasmissione dell’intimità altrui comincia a divorare la sua: punto di non ritorno, il momento in cui rinuncia a fare shopping con un’amica per tenere l’orecchio attaccato alla cassa.

 

Scoprire sotto la scorza della medietà convenzionale le viscere squallide dell’esistenza la nausea e la angoscia; eppure da quello squallore non riesce a staccarsi. Al tempo stesso, ora che il mondo le appare nella luce di una mostruosa sala operatoria, Mrs. Westcott cerca disperatamente di captare un filo di bene, di ritrovare negli scheletri e nelle carogne che covano sotto la pelle sociale l’aura di un’anima; e cerca soprattutto di convincersi che né lei né Jim hanno quelle ossa, quelle interiora putride. Ma è proprio verso questa scoperta che il racconto precipita. Se ti sporgi sull’abisso radiofonico, l’abisso radiofonico si sporgerà su di te. Una sera, quando il marito torna dall’ufficio, Irene lo implora di fermare un certo Osborn che da qualche parte nel caseggiato sta picchiando la moglie, ma lui le grida di spegnere l’apparecchio e di non impicciarsi (bel dilemma: fare i guardoni acustici non è commendevole, ma se spiando intercetti un sopruso, è giusto tapparti le orecchie?). Così anche i Westcott cominciano a litigare: sono già diventati ciò che ascoltano. Jim, che ha tentato invano di far riparare la costosa radio, è preoccupato per le loro finanze e si lamenta; Irene, che ha tentato invano di calmarlo, è preoccupata che la costosa radio riveli i loro affari agli inquilini. Alla fine lui, esasperato, legge nelle viscere di lei, scandendone a voce alta il passato: e la limpida ragazza qualunque su cui si apriva il racconto diventa nella sua arringa una fredda truffatrice di madre e sorella. Ma perfino al culmine della rissa, Irene trattiene la mano sull’interruttore della cassa con una sorta di disgustata speranza. Non c’è scampo, quando si spalanca il vaso di Pandora di un’intimità illimitata e di un’informazione che rompe illimitatamente i diaframmi tra privato e pubblico. “Perché ascolti tutte queste cose, se ti fanno sentire così infelice?” aveva domandato poco prima Jim. Già, perché lo facciamo?

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