Sbandata ultralarga

Aree “bianche” e “ nere”. I rischi della partita a scacchi tra Telecom e governo sulla banda larga

Sbandata ultralarga

Foto di Senado Federal via Flickr

Quella che inizialmente sembrava una partita a scacchi, si sta rapidamente trasformando in un incontro di pugilato tra governo e Telecom Italia, in cui non mancano i colpi sotto la cintura. Prima due interviste in contemporanea, sul Corriere della sera e su Repubblica, in cui due esponenti dell’esecutivo – il ministro per la Coesione territoriale Claudio De Vincenti e il sottosegretario per le Comunicazioni Antonello Giacomelli – promettono di chiedere i danni a Telecom se sarà necessario a difendere l’investimento pubblico. Poi due interviste di Flavio Cattaneo, su Repubblica e sul Sole 24 ore, in cui l’ad di Tim respinge gli attacchi e accusa il governo di dirigismo. Il tema del contendere è il piano per la diffusione della “Banda ultra larga” in zone in cui fino a poco fa nessuno voleva investire e che ora sono diventate il terreno di scontro a causa di un possibile sovrainvestimento. “Se Telecom passasse dagli annunci alla realizzazione concreta della banda ultra larga anche nelle aree non redditizie, lo stato dovrebbe valutare la concretezza e la dimensione dei danni”, ha dichiarato il ministro De Vincenti. “Tim rischia di provocare un danno all’interesse pubblico. In quel caso il governo dovrebbe valutarne l’entità e le azioni necessarie a tutelare la collettività”, ha ribadito il sottosegretario Giacomelli. “Quello del governo è un attacco degno di un paese dirigistico, in Italia c’è libertà d’impresa – ha risposto Cattaneo – e non esiste alcun divieto di investimento per i privati nelle aree bianche durante il periodo di investimento pubblico”.

 

Il problema sembra appunto il tema degli investimenti nelle cosiddette “aree bianche”, ma la vicenda è più complessa. Circa due anni fa nella “Strategia italiana per la banda ultralarga” il governo ha suddiviso il territorio nazionale in circa 95 mila celle, catalogandole in “aree nere” in cui sono presenti progetti di investimento per portare la fibra da parte di più privati, “aree grigie” in cui ci sarà un solo operatore che ha deciso di fare investimenti e “aree bianche” non ritenute profittevoli da nessun operatore. Per queste aree bianche, definite a fallimento di mercato, il governo ha stanziato la quota più rilevante del piano da 3 miliardi di euro. Il bando per raggiungere 4,6 milioni di case in oltre 3 mila comuni è stato aggiudicato da Open Fiber, una società controllata da Enel e Cassa depositi e prestiti, con un’offerta da 675 milioni di euro, molto inferiore alla base d’asta pari a 1,45 miliardi.

 

Telecom, dopo aver perso la gara, ha avviato prima un contenzioso legale e successivamente ha cambiato al propria strategia con il progetto “Cassiopea”, che ha l’obiettivo di portare la connessione ultraveloce proprio nelle “aree bianche”, una volta ritenute non redditizie. L’azienda controllata da Vivendi tenta così lo scacco matto: con investimenti propri nel 50 per cento delle aree bianche da un lato punta a mettere fuori mercato Open Fiber che non avrà più il monopolio sulla rete, dall’altro rischia di mettere in difficoltà il governo di fronte alle autorità europee. Perché se ci sono investimenti privati quelle aree non sono più “bianche”, ovvero a fallimento di mercato, e pertanto il finanziamento pubblico potrebbe diventare una forma di aiuto di stato.

 

Ma perché Telecom investe adesso dove prima non era interessata? Il problema di questa partita a scacchi è che le celle “bianche” e “nere” sono tantissime e spesso troppo vicine. Il governo ha scelto una suddivisione minuziosa proprio per evitare di entrare in conflitto con le norme europee, ma questa scelta ha probabilmente prodotto una conseguenza non intenzionale: in molte zone le aree bianche, nere e grigie si alternano a macchia di leopardo. Una spiegazione può quindi essere il timore dell’ex incumbent statale che il grande flusso di finanziamenti alteri la concorrenza anche nelle aree nere, quelle più succulente, a favore del nuovo attore statale Open Fiber. Da qui la decisione di mettere i bastoni tra le ruote. Contro questa scelta, ritenuta scorretta, è intervenuto il governo in maniera però un po’ impropria. Perché se anche si trattasse di un’azione di disturbo, formalmente gli investimenti di un’impresa privata dovrebbero essere accolti positivamente. Al limite a protestare per il mancato rispetto delle condizioni previste dal bando bando dovrebbe essere chi ha vinto la gara, Open Fiber. Le dichiarazioni del governo invece hanno un qualcosa di surreale, perché pare che il “fallimento di mercato” non sia una descrizione del campo di gioco ma una prescrizione. Il rischio è che la partita finisca con uno stallo, magari davanti all’Antitrust. E che non si facciano investimenti, stavolta per eccesso di investitori.

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