Stanchi di trascinarvi in ufficio? Un’italiana e un belga hanno fondato una start-up per questo

risolvere l’annosa questione di come e dove lavorare (e dormire) non solo in Silicon Valley ci pensa Nomadpass, la start-up di due trentenni, lei italiana-californiana e lui belga

Stanchi di trascinarvi in ufficio? Un’italiana e un belga hanno fondato una start-up per questo

(foto di Flickr)

San Francisco. Startupper fai da te? No Alpitour? Ahi ahi ahi. Mai più programmatori dispersi alla ricerca di un wi-fi, o al bar a lavorare su un mini tavolino. A risolvere l’annosa questione di come e dove lavorare (e dormire) non solo in Silicon Valley ci pensa Nomadpass, la start-up di due trentenni, lei italiana-californiana e lui belga. Un passato nel no-profit da ricercatrice e manager, sempre in Asia tra Cina e Filippine, “il mio capo non mi lasciava lavorare da casa così praticamente tra i viaggi e il lavoro non potevo mai tornare a casa dai miei in Italia”, dice Maria Scarzella Thorpe al Foglio. “Per la mentalità comune se non stai in ufficio non stai lavorando”, dice Maria, che si è licenziata e ha messo su insieme al fidanzato Gullaume de Dorlodot, famiglia di imprenditori, Start-up Basecamp, una serie di co-living e co-working basati a San Francisco e affiliati a Airbnb, una via di mezzo tra un hotel e un ufficio: dove chi vuole venire in Silicon Valley trova non solo una casa (in una città in cui i prezzi sono proibitivi) ma una struttura di persone intorno, dove si organizzano pitch, incontri, conferenze, networking. Da questa prima esperienza è nato poi il network Nomadpss che punta a creare una rete per “lavorare in remoto con focus sulle persone che lavorano.

Oggi in molti casi si può lavorare da posti diversi e ogni azienda ha bisogno di trovare flessibilità se vuole mantenere i talenti” dice Maria, trent’anni appena compiuti. “Il fenomeno non riguarda solo i giovani, c’è questo cliché del giovane creativo col suo Mac, ma è una minoranza, un cliché appunto, lavorare da remoto è un modello che va bene per quasi tutti” dice Guillaume. “Molte persone hanno paura anche di chiedere di lavorare in remoto”, dice l’imprenditore, perché secondo il luogo comune significa “essere sminuiti, c’è la paura del licenziamento”. Così è nata l’idea di creare una rete di appoggio, “una piattaforma, tu hai un profilo e una password, e una rete di destinazioni in giro per il mondo in cui professionisti come noi possono lavorare”, continua Maria. In ogni posto di questa rete arrivi e non solo trovi “un wi-fi di qualità, aree comuni per lavorare, un letto, ma anche e soprattutto delle persone intorno simili a te. Contatti con persone del posto, che spesso non è facile avere”, continua Guillaume de Dorlodot. Dal Brasile a Chicago a Berlino (quella tedesca sarà la prima destinazione europea) Nomadpass rappresenta un Airbnb per professionisti e freelance, per persone che non solo magari non si possono permettere un hotel, ma nemmeno sono interessati al mobiletto bar e alle amenities che gli alberghi fanno pagare a caro prezzo.

Nomadpass poi è anche uno strumento di networking perché per ogni località puoi vedere chi c’è in quel momento, e vedere chi ti interessa conoscere. “E’ diverso lavorare in un posto dove ci sono turisti e in uno in cui tutti quelli che alloggiano sono come te, è molto più produttivo, nascono opportunità di business” dice Guillaume. Nomadpass è una rete di uffici “liquidi” per dirla col compianto Bauman, “focalizzati sul lavoro ma anche sulla vita”. In America ci sono 53,5 milioni di millennial che rappresentano la più vasta forza lavoro della storia americana, e non cercano un ufficio che li contenga tutti. “Un altro aspetto interessante è quello dei ritiri aziendali: le aziende spesso organizzano periodi di studio o lavoro per gruppi di dipendenti ma li portano in normali hotel, e non esistono figure professionali che organizzino questi spostamenti, mentre con Nomadpass ci occupiamo di tutto noi. E’ possibile portarli in luoghi in cui si lavora meglio. Ma Nomadpass può diventare anche un benefit, come l’iscrizione in palestra”, dice Maria. “Il business model si basa su una quota mensile di iscrizione e poi un ricavo sulle transazioni”, dice il fidanzato. Attualmente l’Airbnb dei freelance è in fase beta, e rischia di diventare una realtà importante in un futuro senza timbri sul cartellino.

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