Che cosa avrebbe dovuto fare Fedeli per non svilire l'idea del liceo breve

Ricostruire il piano di studi e il tempo degli studenti

Che cosa avrebbe dovuto fare Fedeli per non svilire l'idea del liceo breve

Studenti all'ingresso del Liceo Beccaria di Milano (foto LaPresse)

Con la firma del decreto da parte del ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, partirà l’esperienza dei cosiddetti Licei brevi, un percorso di studi della durata di quattro anni invece di cinque. Dal prossimo settembre tutte le scuole (statali e paritarie) potranno candidare una sola prima classe del proprio istituto e la sperimentazione dovrebbe avviarsi con l’anno scolastico 2018/2019. Si parla di circa cento classi selezionate, per un totale di 2500 studenti coinvolti e una lunga serie di questioni in ballo.

 

Il 5 novembre 2013 l’allora ministro della Pubblica istruzione Maria Chiara Carrozza autorizzò la sperimentazione del liceo di quattro anni a partire dall’anno scolastico 2014-2015 in quattro istituti di istruzione secondaria statali (il Majorana di Brindisi, il Tosi di Busto Arsizio, l’Anti di Verona e il Flacco di Bari), nonché in tre istituti paritari (il Carli di Brescia, il collegio San Carlo di Milano e l’Olga Fiorini di Busto Arsizio). In verità, già Luigi Berlinguer, con la legge del 10 febbraio 2000 n. 30, aveva previsto sette anni tra elementari e medie (eliminando un anno alla scuola elementare) che permettesse dodici anni di studi pre universitari. La legge non entrò mai in vigore e tutto rimase com’era.

 

“Eppure – come ricorda al Foglio il professor Giuseppe Bertagna, ordinario di Pedagogia generale all’Università di Bergamo – fino al 1923 in Italia si accedeva all’università a diciassette o diciotto anni massimo (con la Riforma Gentile). Ciò che accade tuttora in tutti i paesi del mondo. Quindi è bene chiudere la secondaria a diciotto anni”. Per fare questo però devono realizzarsi alcune condizioni.

 

Liceo breve, paese grillino

Valeria Fedeli, ovvero come fare di tutto per non essere all’altezza

 

E’ necessario ricostruire il piano di studi, ripensare il tempo e la “dimensione scuola”. Riorganizzare tutta l’offerta formativa nell’ottica di una più ampia autonomia data all’Istituto che deve ripensare se stesso, riflettere sugli obiettivi didattici e le competenze che vuole gli studenti raggiungano, rischiando, nel bene e nel male, a proprie spese. “Bisogna evitare – precisa Bertagna – che l’operazione non si riduca a distribuire creativamente su quattro anni i contenuti che oggi si studiano in cinque, senza disporre una modifica radicale delle Indicazioni nazionali della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione e dando pari dignità educativa e culturale tra licei, istituti tecnici, istruzione professionale, istruzione e formazione professionale regionale e apprendistato”.

 

Non solo. Un anno in meno di scuola produce un risparmio che deve essere investito nella scuola stessa, distribuendo i fondi non sulla base di un principio di anonima eguaglianza bensì sulla base dei risultati raggiunti, e questi ultimi monitorati in maniera scientifica e pubblica “anche se in Italia – dice Bertagna – la sperimentazione rassicura tutti sul fatto che nessuno ne farà mai un controllo scientifico”.

 

Sarebbe una follia ridurre da tredici a dodici gli anni di istruzione, prima di accedere agli studi universitari, senza ripensare strutturalmente le condizioni organizzative e didattiche della scuola. E’ qui che intravediamo l’occasione per tutta la scuola italiana di mettere da parte gli slogan e riformarsi, ragionare sul sistema globale, mettendo veramente al centro l’alunno, con i suoi bisogni (e non il docente con il suo malcelato diritto a lavorare vicino casa e alle condizioni di comodo); realizzare una positiva competizione tra scuole sulla base dei risultati scolastici dei ragazzi (“facendo attenzione” – dice Bertagna – agli studenti che godono già del privilegio di possedere i due indicatori che, in Italia, decidono statisticamente del cosiddetto “merito scolastico”: l’appartenenza a famiglie di classe sociale agiata e privilegiata; l’appartenenza geografica al sud Italia”), le scelte organizzative, i giudizi degli utenti. Tutto questo può creare competizione, quella che manca alla scuola italiana. Se questa sperimentazione sarà un mero provvedimento spot e non una vera riforma, sarà l’ennesima occasione mancata. Al contrario, ben vengano i Licei di quattro anni.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    10 Agosto 2017 - 09:09

    Le formule operative devono tendere e modellarsi a realizzare scopi "formativi" della "persona-scolaro" (smettiamola di chiamare studente chi ottiene attestati di maturità senz'aver studiato sul serio né mai aperto un libro). Dal sessantotto la Scuola è stata utilizzata come strumento di politica ideologica di massa (media unificata) per costruire l'uomo-compagno quindi soprattutto per "informare, catechizzare e ottenere il pensiero-unico: risultato raggiunto. Ora c'è Internet che informa, perciò bisogna ri-costruire l'uomo nella sua totalità di persona, promuoverne le capacità sue specifiche, formare un carattere corretto e responsabile, potenziarne la volontà capace di sfidare le difficoltà per raggiungere e realizzare i suoi migliori progetti ideali. Se si vuole, se po' ffà.

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