Siccità, rimpallo di accuse per un'emergenza idrica che non c'è

Il problema non è l’acqua a Roma, ma al massimo il lago di Bracciano. “Acea deve spiegare”, dice il sindaco di Trevignano

Siccità, rimpallo di accuse per un'emergenza idrica che non c'è

Una turista al lago di Bracciano (foto LaPresse)

Tantissimi incontri, infiniti tentati accordi, un esposto alla Procura di Civitavecchia, una diffida formale alla Regione: il “fronte del lago” le ha provate veramente tutte per ottenere quello che voleva, ovvero lo stop delle captazione d’acqua di Acea Ato 2 dal lago di Bracciano. E alla fine, venerdì scorso con un’ordinanza firmata dal direttore regionale delle risorse idriche Mauro Lasagna sembrava ce l’avesse fatta: Acea dovrà smettere di prelevare l’acqua dal lago, o meglio avrebbe dovuto. Tutto è in discussione, perché al di là delle pantomime (la convocazione in Campidoglio di Acea e Regione martedì sera) e le “cabine di regia” paventate, il dato di fatto è uno solo: Acea ha fatto ricorso al Tar delle acque pubbliche contro l’ordinanza della Regione, con il conseguente rischio sospensiva.

 

Il “fronte del lago” (l’invenzione è giornalistica) è composto ufficialmente dai sindaci dei comuni che affacciano sull’acqua (Bracciano, Anguillara e Trevignano), il Consorzio del lago di Bracciano e l’Ente parco di Bracciano e Martignano. Sono loro ad aver partecipato da gennaio a tutti gli incontri con Acea e con la Regione e sempre loro ad aver presentato un esposto in Procura a metà giugno e la diffida formale alla Regione Lazio lo scorso 20 luglio, che in 24 ore ha portato all’ordinanza che sospende le captazioni dal lago che - dicono da Acea – fornisce oggi l’8 per cento del fabbisogno di Roma e non solo (normalmente il dato è fra il 3 e il 5 per cento). A titolo ufficioso, del “fronte del lago” fa parte anche Emiliano Minnucci, ex sindaco d’Anguillara e oggi deputato in quota Pd. Lui alla procura di Civitavecchia ha presentato una vera e propria denuncia contro la municipalizzata dell’acqua.

 

Al centro di quella che ormai è degenerata in una battaglia legale, c’è un decreto del ministero dei Lavori Pubblici datato 1990, che dà per settant’anni in concessione ad Acea il bacino del lago di Bracciano come “riserva idrica strategica di compenso stagionale” della Capitale. Il “fronte del lago” non lo ha tirato fuori subito, ma fallite le mediazione ha attaccato: Acea non rispetta l’accordo, utilizza il lago tutto l’anno, preleva di più dei 1100 litri al secondo previsti, non utilizza l’acqua captata per servire unicamente Roma, ma soprattutto non ha interrotto le captazione sotto il livello di 161,9 metri come previsto dal decreto.

 

Quando ci accoglie nel suo studio, la sindaca di Trevignano, Claudia Maciucchi e in compagnia del suo fedelissimo vicesindaco, Luca Galloni, un passato da capo dell’ufficio di presidenza dell’Assemblea capitolina tra il 2006 e il 2008 e un presente nella segreteria regionale del Pd. È lui a raccontarci insieme alla prima cittadina la vicenda che ha riempito le colonne dei giornali negli ultimi giorni, ma che in realtà, al di là degli allarmismi di oggi, risale almeno a gennaio, come ricordava nel suo articolo di martedì su Il Foglio Claudio Cerasa. “Era novembre – spiega Galloni – quando lanciammo un appello: guardando l’asta idrometrica sul pontile, ci rendevano conto che l’andamento era anomalo rispetto agli anni precedenti. Anche l’inverno quando normalmente il livello dell’acqua sale, per la prima volta, diminuiva”.

 

È stato allora che sono iniziate le azioni di diplomazia istituzionale del “fronte del lago”. “Abbiamo sollecitato il rinnovo del protocollo del 2015 sul progetto Small (sistema di monitoraggio ambientale dei livelli del lago) che stabiliva la nascita di un comitato d’indirizzo e controllo coordinato dal consorzio del Lago di Bracciano per il mantenimento di un livello ottimale delle acque, fissando un tetto massimo e uno minimo” spiega la sindaca Maciucchi. Proprio grazie a questo progetto il Consorzio del lago di Bracciano avrebbe potuto avere un controllo sulle captazioni di Acea Ato 2. Oggi, infatti, la situazione è ben diversa. “Acea ci fornisce dei dati che non possiamo verificare” spiega Renato Cozzella, presidente del Consorzio del Lago di Bracciano. E subito gli fa eco Galloni: “Non solo non ci sono i dati, ma non c’è la possibilità di nessun controllo terzo, nemmeno semplice e visivo, perché non è possibile per nessuno entrare nella zona dove si trova l’impianto di captazione delle acque”. Inoltre – aggiunge il vicesindaco di Trevignano – la concessione che permette ad Acea di captare acqua dal lago prevedeva che nel sistema venissero istallate delle saracinesche di apertura e chiusura e un sifone idraulico affinché appena il livello delle acque fosse sceso sotto la quota minima (161,9 metri sul livello del mare ndr) queste si sarebbero chiuse immediatamente. Ebbene, non sappiamo nemmeno se le saracinesche esistano. Di certo il lago è sceso sotto quel livello”. Ed è proprio questo ad aver convinto la Regione Lazio che c’era qualcosa di poco chiaro. Il giorno dopo la minaccia di Acea dei razionamenti d’acqua a Roma, il presidente Zingaretti ha detto: “Se è vero che veniva prelevato un millimetro d’acqua al giorno dire che bisogna bloccare l’acqua a tutti i romani per otto ore credo sia una esagerazione”. L’accusa implicita ad Acea di mentire sui numeri è forte e sintetizzabile così: o prelevate di più o l’emergenza non c’è.

 

Nonostante tutto questo però – a detta di Galloni e Maciucchi – il primo incontro invernale con Acea fu un vero successo: “Ci avevano promesso lo stop o la drastica riduzione delle captazioni grazie ad alcuni interventi di miglioramento della rete idrica (un recupero totale di 600-700 litri al secondo ndr)”. L’entusiasmo però dura poco, il 23 maggio Acea convoca una conferenza di tutti i sindaci dell’Ato2: “Lì, con alcune slide Saccani (il presidente di Acea Ato2 ndr) ha detto che le captazioni non solo non sarebbero state interrotte, ma sarebbero aumentate nel periodo estivo: 1.600 litri al secondo a giugno e 1.800 a luglio”. “Inoltre – racconta Galloni – sempre in quella sede abbiamo visto che le captazione erano iniziate già da gennaio. Ma com’è possibile? Per il decreto del 90 il lago dovrebbe essere solo una riserva idrica per il compenso stagionale e le captazioni non potrebbero comunque essere superiori ai i 1.100 litri al secondo, se non in casi eccezionali”. “Perché allora – chiede ironicamente – Acea ha prelevato a gennaio e febbraio? Oltretutto quantità superiori a quelle stabilite (1.300 litri al secondo a gennaio e 1250 a febbraio ndr)”. “Nello stesso decreto – prosegue il vicesindaco di Trevignano - si dice poi che Acea dovrebbe utilizzare il bacino di Bracciano solo per la fornitura d’acqua della Capitale, invece l’azienda usa l’acqua del lago per servire tutti i comuni dell’Ato2”.

 

Il secondo vertice con Acea, dunque, va male e così nasce l’idea dell’esposto in procura dove sono sintetizzate tutte queste accuse che poi confluiranno nella diffida, presentata dopo due incontri in Regione in cui Acea non cedeva alle richieste dei sindaci. Il senso è semplice: il mancato stop alle captazioni con l’abbassamento del livello delle acque sotto la quota minima prevista dalla convenzione era un atto dovuto. Il livello è sotto di 36 cm. Uno sforamento a fronte del quale, recita la diffida: “C’è stato un ritiro eccessivo (10/15 metri) della spiaggia, tale da interessare la cosiddetta fascia vitale, ovvero la zona nella quale si riproduce flora e fauna in mutuo equilibrio”.

 

A molti di questi incontri, arrabbiati perché lasciati fuori dalla porta, c’erano anche i comitati di difesa del lago: una costellazione. Talmente tanti e con tali manie di protagonismo da rendere difficile trovare una posizione del tutto univoca. Brava gente, ma con il maledetto difetto di vedere il male ovunque, in questo più grillini dei grillini. “Non ci crediamo allo stop, perché tanto faranno i ricorsi, e poi chi ci dice quanto capteranno da qui a sabato prossimo?” spiega Salvatore Geraci, del comitato difesa del lago di Bracciano. Ce l’hanno con i sindaci del lago colpevoli di non fare abbastanza per tutelarlo: “Potremmo diventare patrimonio dell’Unesco e avere così un serio controllo, perché non lo fanno?”. L’unica speranza sembra essere la magistratura: “Stiamo facendo una petizione da 10 mila firme da presentare alla procura di Civitavecchia per fermare definitivamente Acea, intanto ho parlato con il procuratore capo e con l’aggiunto e gli ho protocollato documenti e foto” conclude Geraci.

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